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Propaganda e psicoanalisi

È noto che l’uomo è facilmente suggestionabile. La propaganda è il mezzo principale col quale le organizzazione politiche e religiose cercano di imporre la loro volontà. La capacità di farsi suggestionare è in genere inversamente proporzionale al grado di cultura di un individuo poiché i soggetti più istruiti e allenati a ragionare e analizzare ciò che sta loro attorno hanno più mezzi per interpretare l’ambiente in maniera corretta. Ma spesso è solo questione di finezza di tecnica e anche i più istruiti e accorti possono cadere nella rete della propaganda facendo propri idee e comportamenti secondo il volere di gruppi politici, religiosi o lobby. Un carattere dipendente o indipendente è spesso il risultato di esperienze nelle più precoci fasi dello sviluppo. Ogni individuo nelle fasi iniziali della vita è totalmente dipendente dalla madre. La crescita è una lenta corsa verso l’indipendenza. Il bambino assimila e imita le persone che gli stanno attorno e dalle quali riceve attenzione, nutrimento e affetto. Se queste persone presentano disturbi comportamentali o affettivi il bambino può avere difficoltà a conformarsi ad esse. Mancando un adeguato modello da imitare il bambino può presentare timidezza e covare profondi sentimenti di ribellione. Spesso la figura genitoriale negativa non viene accettata consciamente ma viene sostituita con un'altra magari idealizzata. La figura genitoriale negativa rimane però incorporata nel bambino che se la trascina nei suoi ricordi ove continua a vivere producendo dinamiche affettive e acting out comportamentali anche drammatici. Il genitore cattiva si struttura in persecutore inconscio per tutta la vita del paziente. La difesa di quest’ultimo consiste nel negare la figura parentale e sostituirla con qualcosa di più accettabile. Ed ecco farsi strada la necessità di una figura che possa sostituirla. E tale sostituto può avere caratteristiche reali anche molto negative ma è sempre meglio del terribile fantasma dell’inconscio. Una figura autoritaria, un gruppo anche duro e violento può essere questo sostituto. Il bambino o il giovane, ma anche l’adulta, può trovare nel capo più o meno carismatico o nel gruppo settario questo comodo sostituto. È molto meglio un piccolo tiranno nell’ambiente esterno che un terribile tiranno nell’inconscio.

L’appartenenza ad un gruppo, l’identificazione e la delega delle proprie decisioni ad un leader portano il paziente a conformarsi alla propaganda di codesto gruppo. Il processo di assimilazione della propaganda prescinde dalla correttezza. Perciò, generalizzando, in ambito sociale (per esempio la propaganda di guerra dei nostri giorni) l’efficacia della propaganda è proporzionale all’aumento del numero di soggetti ricettivi. Per fare ciò è opportuno stimolare l’inconscio delle masse portando gli individui a rivivere (sebbene in maniera approssimativa e inconscia ma altamente evocativa) le vicende del genitore cattivo. E chi è più cattivo di un genitore che non rispetta i patti, che progetta armi di sterminio di massa, che ci può avvelenare con microbi o con gas letali? E quale migliore sostituto di un così cattivo genitore può essere se non un presidente duro ma giusto, implacabile ma corretto, capo di un esercito "democratico"?

Sassari, il 10 /02/2003

Gian Mario Salis


Depurando il cuore moderno
Può esserci posto per una cura dell’anima laica e pacifica nella Stato terapeutico?

"Il lavoro di ogni uomo, sia esso letterario, musicale, pittorico, architettonico o di qualunque altro tipo, corrisponde sempre ad un suo autoritratto".

Samuel Butler

John Selden, giurista ed erudito inglese del diciassettesimo secolo, avvertiva: "la ragione di una cosa non deve essere cercata se non dopo essersi accertati con sicurezza che la cosa in sé è così. Comunemente, vogliamo capire il motivo di una cosa ancora prima di essere sicuri della cosa stessa" (citato in Keith Thomas, Religione e declino della magia, p. 435). Sappiamo che cos’è la fisica: lo studio della materia e dell’energia; stessa cosa per la biologia: lo studio degli organismi viventi. Ma che cos’è la psicoanalisi? Chi parla per la psicoanalisi?

Conosciamo le molte contraddizioni degli insegnamenti freudiani e le varie pratiche basate su di essi, le quali vengono tutte chiamate psicoanalisi. Sappiamo che l’uso di questo termine viene riferito a un metodo per diagnosticare e trattare malattie mentali, anche applicato a personaggi famosi del passato o inventati da poeti e scrittori; per spiegare e influenzare il comportamento umano; per interpretare le opere d’arte. Ecco due esempi correnti di persone ufficialmente autorizzate per dare voce alla psicoanalisi su questi argomenti.

In un saggio denominato Will the real psychoanalyst please stand up? Richard Fox, presidente dell'Associazione Psicanalitica Americana nel 2001, dichiara: "lo psicoanalista oggi è molto distante da quello che era trenta o quaranta anni fa... il nostro centro è a Washington... Lavoriamo con altri gruppi quale l’ACLU alla promozione dei nostri obiettivi"(The american psychoanalyst, 2001, p. 27). Quali sono, dunque, quelle attività che dovremmo applaudire? Attualmente, l’ACLU è impegnato nella formulazione di leggi di cui la migliore consiste nel giustificare l’imprigionamento di americani innocenti accusati di essere dementi. Durante la seconda guerra mondiale, è stata impegnata nel sostenere e nel giustificare l'incarcerazione di americani colpevoli della loro ascendenza giapponese (vedi Charles L. Markmann, 1965 e Thomas Szasz, Lo Stato terapeutico, 1984, pp. 58-66). L'Associazione Psicanalitica Americana, segnala Fox con fierezza, non esclude più gli psicologi dall'insieme dei membri: "abbiamo esteso il numero dei nostri membri... Abbiamo limitato la nostra ortodossia medica e siamo diventati più egalitari". Questo non è ancora abbastanza. Per le relative politiche passate, l’A.P.A. porse delle scuse collettive agli psicologi e agli omosessuali. Sarebbe però un errore concludere che gli psicoanalisti hanno infine riconosciuto di non trattare con malattie, perché i problemi della vita non sono malattie e perché ascoltare e comunicare non è una procedura medica. Al contrario, gli analisti si uniscono agli psichiatri nell'espansione dei concetti di malattia e di trattamento, asserendo che "la psicoterapia cambia il cervello" e usando quella espressione per dimostrare che trattano malattie del cervello. Secondo Glenn Gabbard, professore di psichiatria, direttore della clinica psichiatrica di Baylor e redattore dell’International Journal of Psycho-Analysis, "sia la terapia comportamentista che la terapia farmacologica interessano allo stesso modo le stesse zone del cervello... La psicoterapia sembra capace di influenzare favorevolmente le menti e i corpi delle persone affette da malattie corporee e forse è persino capace di opporsi a quelle stesse malattie.... [è importante] ottenere i risultati scientifici che prestano credibilità alla psicoterapia come trattamento reale" (citato in Joan Arehart-Treichel, Psychotherapy changes the brain, Psychiatric news 2001, 36 - Luglio 6 - p. 33). Perché è importante sostenere che la conversazione con uno psicoanalista cambia il cervello dell’utente (ma presumibilmente non quello dell'analista)? Per qualificarsi come agenti leali dello Stato terapeutico ed essere pagato da esso per i propri servizi. Molti anni fa, ho cessato di identificarmi alla categoria degli psicoterapeuti analitici. Il motivo della mia decisione è che volevo essere coerente con quanto avevo finalmente capito, cioè che la psicoanalisi è una attività morale anziché medica. Lo psicoanalisi non ha niente a che fare con i concetti di malattia, salute, medicina , trattamento o con qualunque altra idea che ponga il dialogo e l’ascolto "professionale" all'interno del campo di autorità rilasciato dalle licenze dello Stato. Poiché lo psicoanalisi è un'impresa morale, dobbiamo riconoscere e capire quanto il comportamento morale personale dell'analista sia rilevante per il nostro giudizio sulle sue attività professionali, come sulla sua persona.

Nessuno o pochi tra gli psicoanalisti contemporanei condividono questa veduta. La maggior parte degli analisti identificano lo psicoanalisi con lo psicoterapia, considerano la psicoterapia come una parte della psichiatria e credono che i problemi della vita siano malattie e che le comunicazioni verbali e non verbali siano trattamenti. Il mio scopo in questa sede è quindi quello di ribadire il mio punto di vista sulla psicoanalisi intesa come "cura laica e morale delle anime". La psicoanalisi possiede un nucleo morale importante che non è mai stato identificato correttamente e rimane tuttora implicitamente non riconosciuto: essa è, o dovrebbe essere, un servizio umano interamente confidenziale, volontario e sicuro, iniziato ed in gran parte controllato dal cliente che paga per usufruirne. Giustamente, lo stesso Freud ha paragonato il rapporto psicoanalitico al confessionale cattolico. Se la psicoanalisi deve avere un futuro (il che, nella nostra cultura ossessionata dal trattamento e dalla malattia, lascia qualche dubbio), questo si trova nell'adozione di questo modello ai bisogni dell'uomo laico moderno, sempre più isolato dalla comunità da uno Stato terapeutico in cui cerca erroneamente protezione dalle vicissitudini della vita.

II

Alla fine del diciannovesimo secolo, Vienna era il gioiello di un impero austro-ungarico fiorente, multietnico, multilingue, multireligioso, le cui brillanti capitali erano Budapest e Praga. Anche se il paese aveva una classe media importante e intellettualmente vibrante e se la sua politica era liberale (nel senso classico), rimaneva ancora altamente tradizionale e cattolico, con il tedesco come lingua ufficiale. Come gli Stati Uniti prima della seconda guerra mondiale, l'Austria-Ungheria era inoltre un paese che era simultaneamente anti-semitico e ospitale verso gli ebrei, particolarmente se assimilati e patriottici. La carriera di Freud come "Nervenarzt" deve essere situata chiaramente in questo contesto.

Freud aveva interessi intellettuali che andavano molto al di là della professione di medico praticante. Tuttavia, la medicina era una (allora) delle cosiddette "professioni libere" aperte agli ebrei e Freud decise di seguire la scuola medica. Egli terminò gli studi medici ma non desiderò diventare un medico di famiglia come il suo futuro amico Josef Breuer. Di conseguenza, studiata la neuropatologia, Freud passò alcuni mesi a Parigi seguendo i seminari di Jean-Martin Charcot sull’ipnotismo; dopo di che iniziò la pratica medica specialistica come "Nervenarzt" (letteralmente "medico dei nervi"), specialista delle "malattie nervose". È importante tenere presente che questi erano termini nebulosi usati per identificare una specialità medica che non era né la neurologia, né la psichiatria. Perché dico che queste cose sono importanti? Perché è qui che nasce la falsa definizione dei problemi della vita come malattie e del dialogo tra persone come trattamento. Le radici di questa idea sbagliata (simile all’operazione che consacra sangue il vino) vanno molto in profondità. Uso qui questa metafora cattolica per sottolineare nuovamente l'importanza cruciale della riservatezza nella psicoanalisi e nel suo antecedente, il metodo catartico. Veramente, è stato Josef Breuer che per primo ha usato il confessionale per spiegare il funzionamento del suo metodo "di trattamento mentale". Negli Studi sull’isteria (1893-1895) Breuer scrive: "veniamo a contatto dello stesso stimolo [svelare verbalmente i segreti] come uno dei fattori di base di una istituzione storica importante - il confessionale cattolico" (volumi 2, p. 211). Similmente, Freud usa il modello del confessionale in La questione dell’analisi profana (1926) dove fa dire ad personaggio imparziale: "Supponete che ogni nevrotico abbia un certo segreto che lo opprima e che convincendolo a parlarne alleviate la sua oppressione e lo facciate stare bene. Quello, naturalmente, è il principio di Confessione che la chiesa cattolica usa da secoli per assicurare la propria influenza sulla mente della gente". Dobbiamo rispondere: "sì e no!" ... Nella Confessione il peccatore dice quello che conosce, mentre in analisi il nevrotico deve dire di più. Né si è mai sentito che la Confessione abbia sviluppato abbastanza potere per eliminare i sintomi patologici reali" (volume 20, p. 189). Freud condanna il confessionale in mani cattoliche come strumento di dominazione religiosa, mentre lo elogia come metodo medico di liberazione psichica. Perché medico? Perché libera "il paziente" dai sintomi patologici. Freud ritiene che mentre il penitente nel confessionale dice soltanto quello che sa, il cliente in analisi dice anche quello che non sa. Il resto, secondo il proverbio, è storia: l'analista conosce meglio il cliente di quanto il cliente si conosca. Questo non è il luogo per dilungarsi sulle conseguenze di questa idea perniciosa. Malgrado l'annotazione storica, molta gente (professionisti della sanità mentale, produttori, critici letterari) considerano erroneamente Freud uno psichiatra (Chi era Sigmund Freud? Freud era uno psichiatra e uno psicologo, 2002,
http://www.top-psychology.com/0050-Sigmund%20Freud/freud.htm;
http://www.who2.com/sigmundfreud.html;
e inoltre
http://www.breakpoint.org/Breakpoint/ChannelRoot/FeaturesGroup/BreakPointCommentaries/Grow+Up+or+Wake+Up.htm).

Freud non era e non poteva essere uno psichiatra, perché era un ebreo. "Psichiatria" è un termine del diciannovesimo secolo. Che cosa significava essere uno psichiatra a quell’epoca? Significava essere un impiegato dello Stato: lo psichiatra sorvegliava il funzionamento di un manicomio dello Stato o lavorava come medico in tale struttura, partiva dalla supposizione che le malattie mentali sono malattie del cervello e studiava i cervelli dei pazzi defunti. I suoi pazienti erano, de facto, prigionieri (Thomas Szasz, 2002). Nel 1925, William A. White, famoso direttore dell'ospedale St Elizabeths in Washington (fondato in 1855 come ospedale del governo per alienati) dichiarò: "l'ospedale statale, così come viene oggi concepito, è il vero fondamento della psichiatria" (citato in Silvano Arieti, American Handbook of Psychiatry, volume 2, p. 686). Molti psichiatri giovani e meno giovani non sono più informati che la psichiatria, dalla sua nascita nel diciottesimo fino all'inizio del ventesimo secolo, è stata sinonimo di pratica manicomiale; che tutti i pazienti erano pazienti rinchiusi e che tutta la psichiatria era realmente o potenzialmente coercitiva. Questo suo aspetto è sfuggito in effetti per molto tempo. Come è stato possibile? Non mettendo in discussione la trasformazione del rapporto cooperativo e contrattuale tra medico e paziente tipico della pratica medica, nel rapporto coercitivo e paternalistico del vigile di quartiere tipico della pratica psichiatrica. Il poliziotto rappresenta gli interessi del quartiere. Similmente, lo psichiatra coercitivo e paternalistico rappresenta gli interessi del paziente mentale involontario. La pratica della psicoanalisi ha generato una nuova polarità, fra lo psichiatra che controlla e costringe, e lo psicoanalista che contratta e coopera. In questo senso politico (e non biologico) Freud ha "medicalizzato" la psicoanalisi, l’ha resa una pratica assomigliante alla medicina anziché alla psichiatria.

Da quando fare lo psichiatra significò essere un impiegato di un ospedale statale, i medici ebrei dell'Austria-Ungheria non poterono diventare psichiatri. Tuttavia, potevano diventare "medici dei nervi", ascoltare e comunicare con i loro clienti secondo una pratica chiamata "psicoanalisi" (o "psicoterapia"), vendendo così i loro servizi ai clienti paganti. Il cliente psicanalitico, come il cliente di tutti i servizi assicurati da imprenditori nel libero mercato, cercava l'analista, si recava nel suo ufficio, riceveva e pagava un servizio. Il cliente era in una posizione di forza rispetto al terapeuta. Questo ha rappresentato (e rappresenta ancora, tranne qualche eccezione) un allontanamento radicale dalla tradizione psichiatrica. Per secoli, gli unici pazienti dei medici dei pazzi, degli alienisti, degli psichiatri furono persone che non desideravano essere pazienti. L'ospedalizzazione ed il trattamento mentale obbligatori e la minaccia di sanzioni formano generalmente il nucleo tranquillo della pratica della psichiatria e delle professioni legate alla salute mentale (Szasz, 2002).

È istruttivo paragonare le differenze fra i ruoli dello psichiatra e dello psicoanalista nella Vienna di Freud, alle differenze fra i ruoli di un sacerdote e di un rabbino nella cristianità medioevale. Il sacerdote e lo psichiatra hanno avuto potere: il sacerdote poteva bruciare l’eretico sul rogo, lo psichiatra poteva imprigionare e torturare lo psicotico in manicomio. In opposizione, il rabbino e lo psicoanalista mancavano di potere: il rabbino si poteva agganciare soltanto ai rapporti volontari con gli ebrei, lo psicoanalista poteva "curare" soltanto la persona che cercava i suoi servizi. Lo psicoanalista, diversamente dallo psichiatra, non detiene potere sul suo cliente: primo perché è economicamente, socialmente e politicamente più debole del cliente, o perché rinuncia volontariamente all'uso della forza, anche quando lo Stato glie ne offrirebbe l’occasione. Quindi, una psicoanalisi priva di potere e non coercitiva è antagonistica e incompatibile con una psichiatria potente e coercitiva, nella stessa misura in cui il giudaismo pacifico della Diaspora è antagonistico e incompatibile con il sionismo militante (o ancora come la cristianità o l’islam pacifici sono incompatibili con le loro versioni militanti). Ribadisco che la caratteristica più fondamentale dello psicoanalista è quella di rifiutare per principio di costringere il suo cliente e di rimanere effettivamente, nelle azioni che intraprende pro o contro il suo cliente, fuori dai contorni delle loro riunioni. Tristemente, questa posizione non proviene dalla prospettiva morale di Freud sui rapporti umani, ma gli è stata imposta dalle circostanze sociali. Freud non ha rifiutato il potere medico. Lo amava. Non ha mai messo in discussione le pratiche paradigmatiche dello psichiatra, l'ospedalizzazione mentale involontaria e la difesa dell’insanità. Come gli psichiatri, Freud faceva diagnosi mediche ai suoi clienti e ha sostenuto che le malattie mentali erano, più a monte, malattie del cervello. Di conseguenza, la psicoanalisi è stata assorbita dalla psichiatria e dalla medicina, particolarmente negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale. Anche se i semi della pratica psicoanalitica sono stati piantati e sono germinati nel terreno del libero mercato e dipendevano da esso per la loro sopravvivenza, né Freud né gli altri analisti ne capirono e ne sostennero i relativi valori. Ne hanno solo approfittato, come i bambini approfittano dei genitori ricchi. Non appena Freud si è rafforzato economicamente e professionalmente, ha abbracciato lo stile dell’eroe conquistatore, al quale aspirava da sempre. Nel 1900, egli scrisse a Wilhelm Fliess: "non sono per niente un uomo di scienza, né un osservatore, né uno sperimentatore, né un pensatore… sono per temperamento un conquistador"(p. 398). A Jung egli annunciò che lo psicoanalisi doveva "conquistare l’intero campo della mitologia" (citato in Clark, p. 339). L’immagine del "conquistador" ha alimentato l’ambizione freudiana di conquista della psichiatria da parte della psicoanalisi. Il risultato fu esattamente l'opposto: lo psicoanalisi è stata corrotta dalla psichiatria.

III

Come l'elemento centrale del concetto classico di libertà, l'elemento centrale della psicoanalisi è meglio spiegato procedendo per contrasto, cioè tramite l'assenza dei fattori antagonistici ai propri obiettivi e valori. La libertà politica è l'assenza delle coercizioni caratteristiche dei rapporti tradizionali fra chi governa e chi è governato. Similmente, la psicoanalisi è l'assenza delle coercizioni caratteristiche dei rapporti tradizionali fra gli psichiatri e i pazienti mentali. Come Freud ha ammesso, "l'analisi... presuppone il consenso dell’analizzando..." (SE, volume 14, p. 49).

Ma Freud non l’aveva capito abbastanza bene. Altrimenti si sarebbe opposto alla "psicoanalisi" dei bambini, dei pazienti mentali involontariamente ospedalizzati e delle persone defunte, nessuno dei quali può acconsentire al loro assassinio esistenziale. Infatti, egli ha entusiasticamente abbracciato e consigliato queste pratiche. Ironicamente, quando parlo del mio modello ideale di psicoanalisi, sto prendendo semplicemente sul serio la definizione che Freud a volte ne ha dato. Mi riferisco a quando Freud paragona il rapporto fra analista e cliente al rapporto fra il fornitore di un servizio personale costoso (egli dice, un pittore di portrait) e un acquirente adulto e finanziariamente indipendente. Né l'uno né l'altro partito ha un eccesso di potere sull'altro; ciascuno è responsabile della sua parte di accordo. Nelle sue conferenze introduttive sulla psicoanalisi (1915-1917) Freud ha posto la regola "di non prendere un paziente in trattamento a meno che non sia sui juris, indipendente da chiunque altro nei rapporti essenziali della sua vita"(volume 16, p. 460). Grazie agli sforzi entusiastici per le ordinanze "farmacratiche" (attraverso l’assistenza sanitaria statale, le regolamentazioni sulla droga, le guerre contro la depressione e il suicidio, la protezione dei pazienti da loro stessi e degli altri dai pazienti…) analisti e clienti sono privati ugualmente della possibilità stessa di essere sui juris. Lo Stato terapeutico costringe tutti, senza eccezione, a dipendere da esso nelle funzioni mediche e farmacologiche essenziali della vita (Szasz, 2001). La libertà politica è legata al rispetto dello Stato per la proprietà privata e alla sua non-interferenza negli atti consensuali che avvengono tra adulti. La psicoanalisi è legata al rispetto degli analisti per l'autonomia del cliente e alla loro non-interferenza con la vita di quest’ultimo. Questo significa che l’analista deve limitare l’interazione con il suo cliente all’ascolto e alla comunicazione con lui nel proprio ufficio, astenendosi di immischiarsi negli affari e nella vita sociale del cliente. Così concepito, il rapporto psicanalitico ha rappresentato un nuovo sviluppo nella storia del "mad-doctoring": ha introdotto in ambito psichiatrico e nella società una nuova forma di "terapia per la malattia mentale" in cui l'esperto alienista si è finalmente limitato a condurre un tipo particolare di dialogo confidenziale con i suoi pazienti. Nella situazione psicoanalitica troviamo, in senso medico e psichiatrico, né paziente né dottore, né malattia né trattamento. Il dialogo tra analista e cliente è terapeutico solo in senso metaforico. Purificato dal suo gergo, il "procedimento" psicoanalitico consiste semplicemente nell’ascoltare e nel parlare, solo in questo. Così concepita, la psicoanalisi si distingue dalla psichiatria come specialità medica e sistema di controllo sociale. La psichiatria non poteva trarre nulla dalla reale sostanza della psicoanalisi. I due approcci si basano su premesse diverse e implicano pratiche incompatibili. Il matrimonio tra psichiatria e psicoanalisi fu una cattiva alleanza in partenza, basata sull’odio e lo sfruttamento reciproco. La psichiatria acquistò le peggiori caratteristiche della psicoanalisi (la preoccupazione per il sesso e il passato, un elastico vocabolario di stigmatizzazioni e un prontuario per la fabbricazione di pseudo-spiegazioni). La psicoanalisi prese le peggiori fattezze della psichiatria (la coercizione, l’ospedalizzazione mentale e la slealtà verso il cliente). Privata della sua integrità professionale, la psicoanalisi americana del dopo guerra ebbe un breve periodo di esultanza per poi cadere in una bancarotta morale.

IV

Che cosa intendo per bancarotta morale? Voglio dire che gli psicoanalisti non si sono occupati di definire il loro lavoro, mentre invece hanno badato al business con i clienti. Il lavoro dell’analista è di meritarsi le confidenze e la fiducia del cliente attraverso un contratto chiaro stipulato con lui, e di rispettare coscienziosamente i termini di quest’ultimo. L’insieme dei Diritti limita il potere dello Stato nei confronti dei cittadini, non il potere dei cittadini nei confronti dello Stato. Similmente, il contratto analitico limita il potere dell’analista nei confronti del cliente, e non vice versa. L’obbligo dell’analista verso il cliente è di proteggere le sue confidenze. Questo punto non ammette eccezione. Se l’analista non gradisce quello che il cliente gli dice, egli ha l’opzione, in sua difesa, di interrompere la relazione. Mai in nessuna circostanza l’analista ha l’opzione di tradire la fiducia del cliente e di utilizzare le informazioni tratte da esso, specialmente se per nuocere a quello che il cliente considera il proprio interesse. Spesso parliamo di potenziare tale o tal’altra politica debole o di ritirare il diritto di voto a un individuo o a un gruppo. Ma il popolo non può essere potenziato direttamente; può esserlo solo indirettamente, prendendo il potere lontano da, o ritirandolo agli individui o alle istituzioni che hanno su di esso un potere effettivo o potenziale. Questa è una lezione che ogni genitore desideroso che i propri figli diventino degli adulti indipendenti dovrebbe studiare. E’ una lezione che ogni forma di psichiatria/psicoterapia rigetta assumendo le responsabilità per la salute, la sicurezza e il generale benessere del cliente.

Nell’epoca di Freud, come adesso, alcune persone commettevano il suicidio. Nessuno sosteneva, a Vienna – tanto meno i legislatori e gli psichiatri - che era dovere degli analisti di proteggere il cliente da se stesso. Nemmeno agli analisti era chiesto di proteggere la comunità dalla potenziale violenza del cliente. Oggi, il proteggere il "paziente mentale" da se stesso – l’anoressico di morire di fame, il depresso di farla finita, il maniaco di spendere i propri soldi – è ritenuto uno dei principali doveri di chiunque professionista della salute mentale, psicoanalisti inclusi.

Per circa mezzo secolo, ho affermato e mostrato che se un professionista intende aiutare una persona che si trova a disagio non può essere un doppio agente: deve scegliere o di seguire gli interessi del cliente, così come quest’ultimo li definisce, o di servire gli interessi della famiglia del cliente, dell’impiegato o della compagnia assicurativa, della propria professione, religione, comunità o Stato, così come questi li definiscono. Di solito tale punto di vista viene ignorato o allontanato mediante la pretesa che il "vero interesse" del paziente (la sua salute mentale) non può essere in conflitto con l’interesse di chi gli vuole bene o della comunità. La smentita che il terapeuta tratta con persone in conflitto con altri e che il processo chiamato "terapia" non può - tranne casualmente - aiutare le persone i cui interessi contrastano quelli del cliente, caratterizza virtualmente tutte le terapie moderne. Per esempio, Constance T. Fischer, professore di psicologia all'università di Dusquesne, introduce il numero speciale 2002 di Humanistic con questa frase: "in questa mole di articoli, i metodi di valutazione impiegati dagli psicologi sono compassionevoli, profondamente rispettosi dell'umanità dei clienti e genuinamente utile a tutti i partiti"

Queste autocongratulazioni tradiscono un desiderio di grandezza personale e professionale. Le persone le cui le vite sono piene di cooperazione armoniosa non si sottopongono ai servizi medico-sanitari mentali.

Virtualmente, ogni persona dentro o fuori dal campo della terapia oggi accetta che il terapeuta possa tradire le confidenze del suo cliente quando lo fa per il "migliore interesse" di quest’ultimo. Quindi, nel contesto legale e politico americano attuale, non ci può essere una vera cura laica delle anime. Perché tale cura sia possibile, è necessario non soltanto per il terapeuta rinunci al potere che possiede sul cliente, ma anche che la legge gli permetta di farlo, proprio come al sacerdote nel confessionale viene consentito di privarsi di ogni potere sul fedele. Non è un dovere del sacerdote di proteggere il penitente da sé stesso o la comunità dal penitente. Non ci si aspetta che il sacerdote protegga il potenziale suicida da sé stesso o la comunità dalle azioni di un potenziale assassino, denunciandoli alle autorità legali o psichiatriche dello Stato. In effetti, è espressamente proibito tradire le confessioni del credente. Purtroppo, gli psicoanalisti non hanno mostrato interesse in quello che, circa quaranta anni fa, ho chiamato "l'etica della psicoanalisi", termine con cui mi riferivo all'obbligo morale dell'analista di proteggere le confidenze del cliente da conflitti di potere (Szasz, 1965/1988).
Gli psicoanalisti non dovevano fare rientrare la loro attività sotto l'ala della sanità e del trattamento medico. Dovevano giungere a capire che, riconoscendo che tutto quello che facevano era solo ascoltare e comunicare con persone che cercavano il loro servizio, avrebbero potuto, come i bibliotecari, assicurare un riconoscimento e una protezione legali specifici al loro ruolo. I bibliotecari ed i librai infatti non fingono di aiutare i loro datori di lavori a migliorare le loro menti, la loro salute mentale o la loro morale, né di proteggere il pubblico dalla lettura di libri "pericolosi". Riconoscono, e tutti riconoscono, che la loro funzione è di gestire le biblioteche e vendere libri. Il nostro diritto alla libertà di stampa e di parola include il diritto alla segretezza circa quello che leggiamo. Di conseguenza, bibliotecari e librai non hanno l’obbligo di rivelare che cosa leggono, anche se le loro letture sono ritenute una minaccia per i loro datori di lavoro o per il pubblico (veda The trattered cover victorious in battle against search warrant,
http://freeexpression.org/newswire/0408-2002.htm).

La segretezza dei librai e dei bibliotecari merita forse più protezione legale della segretezza degli psicoanalisti? O i primi hanno stimato di più la loro libertà e hanno combattuto per essa, mentre i secondi non l’hanno stimata abbastanza e non hanno combattuto per essa?

V

Triste da dirsi, ma non è mai esistito un sistema istituzionalizzato di pratica psicanalitica rispettoso dell'autonomia e della segretezza del cliente. Alcuni analisti possono avere aspirato ad una tale etica, ma come gruppo, gli psicoanalisti l’hanno rifiutata. L'immagine dell'analista come di una persona che siede su di una poltrona e ascolta in modo comprensivo una donna sdraiata su di un divano, dell'analista che rifugge all'idea stessa di catturare la sua cliente o di procurarle danno, non trova base nella realtà. Molti celebrati psicoanalisti - Pila Sullivan, Erik Erikson, Karl Menninger, Frieda Fromm-Reichman, Thomas Freeman - hanno "analizzato pazienti" involontariamente ospedalizzati. Le azioni parlano meglio delle parole, dice il proverbio. Andrei oltre: quando le azioni e le parole sono in conflitto, dobbiamo prendere le azioni come verità e le parole come bugie.

Per drammatizzare la disgiunzione fra parole e azioni in psicoanalisi, cito le pratiche di due analisti famosi. In primo luogo, una vignette del lavoro di Jacques Lacan. Nel 1945, quando Picasso respinse quella che era da molto tempo la sua amante e modella Dora Maar per andare con Francoise Gilot, Maar diventò depressa ed incominciò ad annoiare e ad infastidire Picasso. In un articolo del Time Literary Supplement (25 Aprile 2002), Marilyn McCully scrive: "un Picasso terrorizzato, che detestava la malattia, particolarmente nelle donne... si mise in contatto con Jacques Lacan, il quale ricoverò la sua compagna in una clinica psichiatrica. Doujoune Ortiz [autore spagnolo di una biografia di Maar] entra nei particolari circa le macchinazioni di Lacan nella cura di Maar e negli orribili trattamenti d'urto che questi avrebbe prescritto come parte della terapia. Inoltre, egli osserva che i dipinti della Maar piangente anticipano stranamente il terrore della sofferenza nei momenti prima dell’amministrazione dei trattamenti d'urto"(p. 28).

Il nome dello psicoanalista e psichiatra scozzese Ronald D. Laing viene spesso collegato al mio. Di conseguenza, Laing si vede spesso accreditare il punto di vista che si oppone all'ospedalizzazione mentale involontaria e al trattamento psichiatrico obbligatorio. Questo non è vero. In The Divided Self Laing scrive: "quando certifico che qualcuno non è sano di mente, non sto equivocando circa la sua mente malata, ma dico che può essere pericoloso per sé e per altri e richiedo la cura e l'attenzione presso un ospedale mentale" (p. 27). In un articolo apparso nel 1979 su tre dei miei libri nel New Statesman, Laing respinge con disprezzo la mia valutazione della metafora medica e della mia richiesta per l'abolizione della schiavitù psichiatrica. Anche se tutto ciò che propongo venisse realizzato, egli dichiara che "tutto rimarrebbe lo stesso". Lo psicoanalista britannico Anthony Stadlen non ha lasciato l’opinione di Laing priva di risposta: "Il nuovo ruolo del Dott. Laing quale ‘perfetto difensore’ della psichiatria contro gli ‘insulti e le preoccupazioni abusive’ di Szasz richiede un commento. Laing sta dicendo inequivocabilmente che per lui ‘è lo stesso’ se la psichiatria involontaria venga mantenuta o abolita. Sta dicendo che ‘è lo stesso’ se gli interventi volontari, compreso i suoi propri, vengono intesi come trattamenti medici per la malattia o come consigli tra persone, esplorazione etica, analisi esistenziale. Questo implica abbastanza chiaramente ch’egli sia uno di coloro che ancora usano la metafora medica (Dropping the medical methaphore, New Statesman, 17 Agosto 1979)". Anche se Laing è il co-inventore della stupida e auto-stigmatizzante etichetta di "antipsichiatria", non è esatto definirlo un antipsichiatra. Nell'introduzione al suo libro, The Dialectic of Liberation (1968), David Cooper scrive: "Il gruppo d'organizzazione ["del congresso sulla dialettica della liberazione" tenuto a Londra nel 1967] è consistito in quattro psichiatri che... hanno definito la loro disciplina come antipsichiatria. I quattro erano il Dott. R. D. Laing ed io stesso, il Dott. Joseph Berke e il Dott. Leon Redler"(p. 7).

Citando questo passaggio, Adrian Laing, in una simpatica biografia di suo padre, commenta: "Ronnie fece due errori riguardo all'introduzione di David. In primo luogo, non ha voluto leggerla prima della pubblicazione. Ronnie non si considerava affatto uno "antipsichiatra"... il danno, tuttavia, era stato fatto. David era riuscito ad identificare Ronnie come un antipsichiatra. Ronnie ne era furioso, ma ha commesso un errore ancora più grave nel non rettificare immediatamente la sua posizione"(p. 138).

Ma queste non-azioni erano veramente degli sbagli? O hanno rappresentato il tipico modo di Laing di bere il vino e di avere la botte piena, come Adrian dà a pensare? L’evidenza dei fatti supporta l'interpretazione di Adrian. La risposta di Laing alla crisi esistenziale di sua figlia maggiore Fiona è emblematica del suo rifiuto della responsabilità parentale e della sua mancanza di integrità morale e intellettuale. Nel 1976, Fiona, allora ventiquattrenne, venne respinta dal suo boyfriend. "Lacerata, era stata trovata in pianto fuori da una chiesa" non lontano dalla casa di famiglia. Ricoverata in un ospedale mentale locale, le venne somministrato l’elettrochoc. Il biografo di Laing, John Clay, scrive: [Adrian] telefonò a suo padre e gli chiese "nella disperazione e nella rabbia" che cosa stava facendo.

Laing lo rassicurò che avrebbe visitato Fiona e "fatto tutto ciò che era in suo potere" per accertarsi che non le sia stata somministrata l’elettrochoc, ma quando è venuta la crisi, come Adrian Laing riferisce, tutto quello che seppe dire era: "bene, Ruskin Place [domicilio famigliare] o Gartnavel [ospedale mentale], quel’è la differenza?". Questa dura e deprecabile osservazione mostra ancora una volta l’evitamento delle responsabilità reso indifendibile dal suo pensiero secondo cui l’esaurimento dei bambini sarebbe da attribuire ai genitori e alle famiglie. Laing si è smentito. Quando diede un'intervista poco tempo dopo per la New Society, egli dichiarò: "gioisco nel vivere in famiglia. Penso che la famiglia sia ancora la cosa migliore e naturale che esista per noi"(p. 181). Secondo Adrian, Laing era un piccolo despota e, quando ubriaco, era spesso incline alla violenza. In uno di questi episodi "non appena avesse attraversato la porta... attaccò Karen [sua figlia], allora diciassette, ed iniziò a picchiarla senza pietà, fino a che Paul ed io non fossimo intervenuti. Era molto spaventoso per tutti gli interessati" (Adrian Laing, p. 176). Un uomo onesto dovrebbe comportarsi come dice di essere. Sotto a questo aspetto, Laing era un uomo effettivamente disonesto.

VI

Ho tentato di riconsiderare i punti della morale, del nucleo politico-economico e dei termini sociali adatti alla situazione psicanalitica. Questi sono: la segretezza inviolabile del rapporto professionista-cliente; la compiacenza del cliente nell’assumere le responsabilità del proprio comportamento e nel pagare per il servizio che riceve; la compiacenza dell'analista nell’escludere la coercizione giustificata dal principio legale psichiatrico "del dovere proteggere" (il cliente da sé e la comunità dal cliente); la compiacenza del sistema legislativo nell’esentare l'analista da questo principio (attualmente parte integrante del mandato legale e sociale del professionista del settore medico-sanitario); e la disponibilità del pubblico ad accettare che la segretezza e la riservatezza siano, come nel caso del confessionale, condizioni indispensabili per una pratica adeguata della psicoanalisi come "cura laica delle anime". Queste circostanze sono assenti nello Stato terapeutica. Ne consegue, tragicamente, una perdita di libertà per il cliente, il terapeuta e la società (Szasz, 2001).

La psicoanalisi è stata concepita e si è sviluppata partendo dalla medicina. Come molti bambini viziati, ha scelto di non rifiutare il relativo patrimonio confortevole, anche se paralizzante, del paternalismo medico-terapeutico. Di conseguenza, non è riuscita a crescere secondo modalità proprie e a rispondere in modo anti-paternalistico e libero alle richieste degli adulti che cercano e sono disposti a pagare una conversazione riservata, confidenziale, laica e fidata allo scopo di esaminare i loro cuori e le loro anime e, forse, di migliorare come persone. Il lavoro dello psicoanalista è di aiutare il suo cliente a vivere la sua vita onestamente e responsabilmente, quindi liberamente, come egli lo desidera. Questa operazione non ha niente a che fare con la malattia e il trattamento nel senso in cui questi termini sono usati in medicina e psichiatria. Tuttavia, ha molto fare con le usanze, la legge, l'economia, la politica e particolarmente con la religione e l’etica. Il termine "trattamento psicoanalitico" si riferisce, o dovrebbe rigorosamente riferirsi a un genere particolare di rapporto umano confidenziale e riservato, simile al confessionale cattolico: è un tipo "di cura laica delle anime". Il dovere dell'analista è di ascoltare, parlare e tenere fede al suo contratto con il cliente, per esempio tenendo le comunicazioni del cliente per inviolabili e confidenziali e riscuotendo puntualmente l’onorario dovuto per i suoi servizi.

Il cristiano crede che il dio non ascolti il peccatore. Per essere ascoltata, la persona deve in primo luogo depurare il proprio cuore. Questa è una metafora potente. La saggezza che esprime è senza tempo. In quale situazione è abbandonato l’ateo, cioè l'uomo che non crede e quindi non teme Dio? Egli deve temere sé stesso e depurare il proprio cuore. Il credente ha un compito più facile: può persuadersi che Dio stia ascoltando le sue preghiere più facilmente di quanto il non credente possa persuadersi di stare ascoltando sé stesso. Per il primo, depurare il proprio cuore può trasformarsi facilmente in un vuoto rituale. Non così per il secondo. È più facile per un uomo nascondersi da Dio che da sé stesso.

Thomas Szasz
(Traduzione di Antoine Fratini)

Bibliografia

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Thomas, Keith. Religion and the Decline of Magic. London: Weidenfeld and Nicholson. 1971.

Note

  1. La psicoanalisi è un genere particolare di dialogo, tra una persona che fornisce un servizio e un altra persona che lo riceve e paga esso. Di conseguenza, ove possibile, mi riferisco al destinatario del servizio con il termine "cliente" anziché "paziente". Continuo a usare la parola "terapeuta" perché non ho trovato un termine più adatto ad identificare il ruolo e la funzione di consigliere laico e morale.
  2. Desideroso di stabilire la buona fede medica della sua "terapia," Freud ha affrontato il problema dell'assenza di lesioni somatiche nei suoi pazienti. Ha cercato di superare questo problema usando come "materiale clinico" i "dati storici soggettivi" (il termine "materiale clinico" è una parte indispensabile della magia incantatrice degli odierni professionisti delle "scienze del comportamento" - termine di Jacques Barzun). Di conseguenza, ha finito per rifiutare esplicitamente la riservatezza del rapporto psicanalitico. In The history of psycho-analytic movement (1914), egli scrive: "... Non posso ammettere che la tecnica psicanalitica debba esigere la protezione della discrezione medica"(Se, volume 14, p. 64).
  3. Per un’altra simile versione di questa storia, vedi Francoise Gilot e Lake Carlton: "[ Picasso ] desiderava chiamare il dottore Lacan, lo psicoanalista che lo aveva trattato per la maggior parte dei suoi problemi di salute, ma non voleva farlo davanti a Dora, così mandò Sabartes [il suo chauffeur e maggiordomo] fuori a chiamarlo... Lacan è venuto una volta... Il professor Lacan ha trattenuto Dora in clinica per tre settimane. Alla conclusione di quel periodo l’ha lasciata tornare a casa. Ha continuato a curarla prendendola in analisi"(p. 83-85).
  4. La zona di Clancy Sigal fornisce una chiara versione dello squallore morale dello stile di vita e della pratica analitica di Laing.

  


Psicoanalisi e psicoterapia: un parere pro veritate

Presentiamo la sintesi di un articolo importantissimo del Prof. Francesco Galgano, docente di diritto all’Università di Bologna e noto esperto in materia, pubblicato nel libro Freud e la psicoanalisi laica dalla casa editrice Thèlema, sullo statuto giuridico della psicoanalisi in Italia.

I quesiti

Mi si chiede quale sia l'ambito di applicazione della legge Ossicini del 18 febbraio 1989, n. 56, ed in particolare se, dopo l'entrata in vigore della predetta legge, sia da considerarsi vietata - perché comportante esercizio abusivo della professione di psicoterapeuta – la pratica psicoanalitica condotta da soggetti non in possesso di una laurea in medicina o in psicologia, ma laureati, come è frequente, in lettere e filosofia oppure dotati di altra formazione culturale di base.

2. La definizione legislativa della professione di psicologo.

L’art. 1 della suddetta legge recante norme in materia di ordinamento della professione di psicologo, tenta una definizione della relativa figura. La norma dispone che "la professione di psicologo comprende l'uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione, riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità; comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito.

Si tratta, all'evidenza, di una non-definizione, giacché la proposizione si risolve in un pleonasmo: la professione di psicologo "è quella che si svolge in ambito psicologico".

L'art. 35 delle norme transitorie prevede inoltre che "in deroga a quanto previsto dall'articolo 3, l'esercizio dell'attività psicoterapeutica è consentito a coloro i quali o iscritti all'ordine degli psicologi o medici iscritti all'ordine dei medici e degli odontoiatri, laureati da almeno cinque anni, dichiarino sotto la propria responsabilità di aver acquisita una specifica formazione professionale in psicoterapia, documentandone il curriculum formativo con l'indicazione delle sedi, dei tempi e della durata, nonché il curriculum scientifico e professionale, documentando la preminenza e la continuità dell'esercizio della professione psicoterapeutica. E’ compito degli ordini stabilire la validità di detta certificazione. Le disposizioni di cui ai commi i e 2 sono applicabili fino al compimento del quinto anno successivo dalla data di entrata in vigore della presente legge".

Appare sin d'ora opportuno precisare che la legge n. 56/1989 non ha né istituito l'ordine professionale degli psicoterapeuti, né quello degli psicoterapeuti, né ha tanto meno definito chi è psicoterapeuta ai fini della stessa legge.

La non definita attività psicoterapeutica è stata impropriamente collocata dalla predetta legge Ossicini all'interno della neo professione di psicologo, nonché all'interno della professione medica. Gli psicoterapeuti risultano essere suddivisi in due elenchi inseriti l'uno nell'albo professionale degli psicologi e l'altro in quello dei medici e degli odontoiatri. Viene così suscitata la falsa impressione che l'esercizio dell'attività psicoterapeutica sia sempre e comunque subordinato al conseguimento della laurea in psicologia o in medicina e chirurgia, e alla iscrizione all'ordine degli psicologi o dei medici e degli odontoiatri.

Una attività professionale storicamente autonoma per natura, funzione e struttura (quella psicoterapeutica), viene collocata dalla legge Ossicini all'interno di altre professioni, quelle di psicologo e di medico, che hanno poco o nulla a che vedere con la psicoterapia (cfr. Bellussi, L'albo degli psicologi, p.1184) o sono tutt'al più solo una parte del tutto. Il concetto di psicoterapia è in effetti alquanto più vasto dell'attività presa in considerazione ai fini dell'applicazione della legge Ossicini.

A livello scientifico la psicoterapia è stata definita in senso lato come "l'insieme dei metodi psicologici che vengono utilizzati per rimuovere disturbi meritali, emotivi e comportamentali. Ciò può avvenire mediante interviste individuali, dove il paziente ed il terapeuta attraverso un colloquio tentano insieme di scoprire conflitti, sentimenti, ricordi e fantasie del paziente per potersi addentrare nei problemi attuali" (cfr. W. ARNOLD, Dizionario di psicologia, Ed. Paoline, Milano 1990); oppure come un "processo interpersonale, consapevole e pianificato, volto ad influenzare disturbi del comportamento e situazioni di sofferenza con mezzi prettamente psicologici per lo più verbali, ma anche non verbali, in vista di un fine elaborato in comune che può essere la riduzione dei sintomi o la modificazione della struttura della personalità per mezzo di tecniche che differiscono per il diverso orientamento teorico a cui si rifanno" (U.Galimberti, Dizionario di psicologia, Utet Torino 1992).

Nella più ampia nozione di psicoterapia sono state ricomprese, in tempi diversi, non soltanto:

Intesa in questo senso lato la psicoterapia è "ogni metodo di trattamento dei disordini psichici o somatici che utilizzino mezzi psicologici e, più precisamente, la relazione tra il terapeuta e il malato (la malattia, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, non è soltanto una sindrome organica con reperti biologici ma qualunque disturbo dell'equilibrio psicofisico della persona (…) una destrutturazione della personalità dalle forme molteplici che richiede interventi complessi di tipo biologico e psicologico): l'ipnosi, la suggestione, la rieducazione psicologica, la persuasione ecc. In questo senso la psicoanalisi è una forma di psicoterapia". (J.Laplanche e J.B.Pontalis, in Enciclopedia della psicoanalisi, Bari, Laterza 1989, p. 443).

Ma è una forma, ora bisogna aggiungere, che è diversa dalle forme che sono state prese in considerazione dalla legge Ossicini. Si può dire, ancor più, che la psicanalisi è anche, ma non solo, terapia, e basti pensare alle classiche interpretazioni analitiche della storia, dell'arte, della letteratura, dell'antropologia. Sicché la psicanalisi si colloca in un ambito culturale affatto diverso da quello della psicoterapia presa in considerazione dalla legge Ossicini: è una scienza ed è un metodo che hanno anche applicazioni terapeutiche, ma che non si esauriscono in esse.
[...]

4. La collocazione della psicoanalisi tradizionale.

Alcuni autori (cfr. CIPRIANI, La funzione psicoterapeutica dello psicologo, pag. 11) ritengono che la psicoanalisi, essendo una forma di psicoterapia, non possa essere esercitata da persone sprovviste4ei requisiti richiesti dalla legge Ossicini ai fini dell'esercizio dell'attività psicoterapeutica.

La tesi risulta destituita di fondamento giuridico. Si può anzi asserire che la psicoterapia in senso (tecnico e) più ristretto si differenzia dalla psicoanalisi. La psicoanalisi è spesso contrapposta alle varie forme di psicoterapia per una serie di ragioni, tra cui la funzione fondamentale dell'interpretazione del conflitto inconscio e l'analisi del transfert volta alla risoluzione del conflitto (cfr. J.Laplanche – J.B.Pontalis, Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza 1989, p. 443). È, del resto, un dato da tempo acquisito che la scienza fondata da Sigmund Freud ha per oggetto la descrizione generale dell'apparato mentale, non soltanto delle sue manifestazioni patologiche. Essa mira, in tutti i suoi successivi e molteplici sviluppi, a svelare l'importanza dell'inconscio nel comportamento umano. Solo in continuità con questo suo più generale oggetto la psicanalisi viene in considerazione come terapia, intesa come esplorazione dei contenuti psichici profondi, i cui fattori fondamentali (il transfert e la regressione) sono governati dall'analista come elemento concorrente, durante la cura, per la risoluzione del disturbo.

Il legislatore, consapevole della specificità della psicoanalisi, dopo un approfondito dibattito parlamentare, ha correttamente eliminato dal testo definitivo il richiamo alle psicoterapie ad orientamento analitico contenuto nel progetto di legge: la psicoanalisi non viene neppure menzionata nella legge 18 febbraio 1989 n 56. Ciò significa che gli psicoanalisti e le loro associazioni e scuole fuoriescono dall'ambito di applicazione di tale legge.

L'interpretazione qui difesa risulta, dunque, conforme sia alla lettera della legge 18 febbraio 1989 n. 56, sia all'intenzione del legislatore.

Bellussi, in uno scritto sull'Albo degli psicologi, in Riv. Amin. Reg. Lomb. 1995 p.1185, con riferimento al mancato richiamo del legislatore alle psicoterapie ad orientamento analitico, rileva che ciò può significare:

  1. essere stato ritenuto dal legislatore inutilmente dato il particolare richiamo, e quindi opportunamente tolto;
  2. avere inteso il legislatore escludere gli psicoanalisti e le loro associazioni e scuole dalla regolamentazione delle professioni di psicologo e di psicoterapeuta.

Sub a) pare difficilmente sostenibile la tesi dell'inutilità del richiamo, se teniamo conto dell'acceso dibattito che era in gran parte centrato proprio sulla opportunità o meno di trattare le psicoterapie analiticamente orientate così come le altre psicoterapie. Dibattito certamente non concluso nel 1989. Una scelta nel senso della inclusione delle psicoterapie analitiche nell'ambito della psicoterapia avrebbe meritato una dichiarazione expressis verbis. Non a caso infatti la precisazione relativa all'inclusione era formulata nel progetto.

Sub b) chiave interpretativa accettabile è quella che valorizza l‘esclusione, alla luce delle più volte segnalate differenze tra le psicoterapie ad orientamento analitico e le altre. Basti riflettere sulla eccezionale rilevanza universalmente attribuita alla formazione clinica (e, nel proseguimento della professione, alla supervisione) in sede di percorso psicoanalitico, per rendersi conto della opportunità di regolare in modo differenziato le psicoterapie analitiche e non".

Anche in un recente libro sulla libertà di psicologia, in I Quaderni del Tribunale Freud, 1999 p.41, si legge: "non può esservi discussione sul fatto che la psicoanalisi non è psicoterapia: non lo è semplicemente perché non lo è, per il principio di non contraddizione. Inversamente: la psicoanalisi è psicoanalisi perché non è psicoterapia".

Infine, non si può tacere che la differenza tra psicoanalisi e psicoterapia si fonda soprattutto sotto l'aspetto della formazione professionale (cfr. R.Fine, Storia della psicoanalisi, Boringhieri 1982 p. 68 e ss.; Galli, La formazione degli psicoterapisti in Problemi di psicoterapia, Centro Studi di Psicoterapia clinica, Milano 1962 p.153).

Da quest'ultima considerazione emerge un ulteriore dato che avvalora la interpretazione qui sostenuta, e cioè che la psicoanalisi tradizionale non è stata disciplinata dalla legge n. 56/1989 e che, pertanto, è estranea al suo ambito di applicazione. Infatti, la specifica formazione professionale richiesta dalla legge Ossicini ai fini dell'abilitazione all'esercizio dell'attività psicoterapeutica è del tutto diversa dalla specifica formazione professionale storicamente richiesta per l'esercizio dell'attività psicoanalitica. Il punto è che le conoscenze tecniche e pratiche e le informazioni teoriche e culturali necessarie per lo svolgimento dell'attività psicoterapeutica ai sensi della legge n. 56/1989 non sono affatto idonee ai fini dell'attività psicoanalitica. Risulta di palmare evidenza, dunque, che la legge n. 56/1989 ha esclusivamente disciplinato l'attività psicoterapeutica degli psicologi e dei medici e non anche l’attività psicoanalitica, che pertanto continua ad essere sottoposta al regime previgente all'entrata in vigore della legge Ossicini.

Valgono, per gli psicanalisti, i principi generali del codice civile, il quale regola, agli art. 2229-38, !e professioni intellettuali e distingue, nell'ambito di queste, le professioni intellettuali per l'esercizio delle quali la legge rende "necessaria l'iscrizione in appositi albi o elenchi" (art.. 2229), ossia le cosiddette professioni protette. Una legge in tal senso ora vige, come già per i medici, anche per gli psicologi, ma non anche per gli psicoanalisti, ai quali si applicano solo le comuni norme dettate dal codice civile per i professionisti intellettuali non iscritti in appositi albi o elenchi (o non protetti).

Conclusioni

Da quanto sopra esposto discende che:

a) la legge Ossicini non detta norme sulla psicoterapia in genere e non fa di essa una professione protetta nel senso dell'art. 2229 del codice civile, ma si riferisce solo alla psicoterapia praticata da psicologi e da medici, lasciando impregiudicato il trattamento normativo degli psicoterapeuti diversi dagli psicologi a dai medici e, in particolare, quello degli psicanalisti, che restano sottoposti ai principi generali del codice civile;

b) la pratica analitica può perciò essere legittimamente condotta anche da soggetti non in possesso di una laurea in medicina o in psicologia;

c) gli psicoanalisti non iscritti negli elenchi contenuti negli albi degli psicologi e dei medici e degli odontoiatri, non incorrono in esercizio abusivo della professione di psicoterapeuta, in quanto la psicoanalisi è una professione diversa dalla psicoterapia disciplinata dalla legge n.56/ l989.

Dovranno, per evitare possibili confusioni, fregiarsi del titolo specifico di psicanalista, indicando la società o scuola di psicanalisi cui appartengono, non già qualificarsi genericamente quale psicoterapeuta.

Bologna, 12 giugno 2000

Prof. avv. Francesco Galgano


Recensione critica a Psiche e Techne di U.Galimberti

Umberto Galimberti scrive in Psiche e Techne (Feltrinelli 1999) che l’uomo è nato debole, ma con la tecnica è diventato padrone del mondo; e che oggi la tecnica è talmente potente da minacciare persino la sua stessa esistenza, rendendo possibile e probabile la distruzione del mondo. Egli precisa che oggi la tecnica è diventata sempre più "l’essenza dell’uomo" e che "non per questo deve estinguersi la capacità di anticipare l’esperienza che i greci attribuivano a Prometeo", ma che "purtroppo l’uomo di oggi non è più padrone di anticipare e nemmeno di immaginare gli effetti del suo fare".
In pratica l’autore considera la tecnica come l’essenza e assieme il fine dell’uomo. Ma quale validità empirica o scientifica dare a questa interpretazione? Sembra una affermazione proveniente dall’epoca dei pionieri della filosofia o anche della psicoanalisi, quando ogni scoperta di un aspetto del Reale poteva dare addito ad una costruzione onnicomprensiva del mondo o dell’uomo, atteggiamento oggi superato per forza di cosa grazie ai lavori sull’epistemologia scientifica e filosofica che scardinano ogni velleità ontologica, e dall’avvento delle scienze della complessità che non possono dare il primato a nessun modello ma devono integrarli tutti. L’affermazione di Galimberti sorprende specialmente in quanto proveniente da un autore junghiano. Essa contrasta pienamente con l’esperienza e la convinzione espressa da Jung che "la psiche possiede una facoltà particolare per cui non è del tutto confinata nello spazio e nel tempo. Si possono avere sogni e visioni del futuro, si può vedere oltre i confini e via dicendo". La psiche secondo Jung avrebbe in pratica una qualche forma di esistenza al di là del tempo e del mondo fisico, una sorta di essenza eterna. Nella tecnica risulta assente il legame, assoluto o relativo che sia, tra l’essere e il valore. Non c’è nemmeno interdipendenza tra valore assoluto e valore relativo e quindi viene meno ogni riferimento alla creatività spirituale. Ora, è comprensibile che un autore senta l’esigenza di differenziarsi, anche fortemente, da quella che per anni è stata la propria fonte di ispirazione, ma Galimberti con questa sua opera ha addirittura fatto passare la realtà degli archetipi junghiani e quindi di quello che oggi ancora può essere inteso nel senso di Spirito, alla stregua della sua concezione tecnica dell’uomo. Da continuatore e applicatore del pensiero junghiano alla filosofia e alla psicologia, egli ha finalmente preferito costruire un nuovo edificio teorico.

 Nino Nava


Malattia mentale: il flogisto della psichiatria

"Il demente non è l’uomo che ha perso la ragione. Il demente è l’uomo che ha perso tutto tranne la ragione"
Gilbert K. Chesterton

In fisica, le stesse leggi spiegano perché gli aerei volano e perché essi si schiantano. In medicina, gli stessi princìpi spiegano perché le persone vivono e perché muoiono. In psichiatria, però, si adopera un complesso di regole per spiegare il comportamento sano ed un altro diverso per spiegare quello insano: il comportamento sano va attribuito a delle ragioni (scelte), quello insano a delle cause (malattie).
Dio concede la Giustizia Divina senza distinzioni fra le persone sane e quelle insane. Pensare di saperne di più sarebbe pretendere troppo. Si ritiene però che i "geni" siano responsabili delle loro azioni creative, mentre i "pazzi" non lo siano riguardo alle loro azioni distruttive. Questo porta all’assurda conclusione secondo la quale il coinvolgimento civile e la difesa della demenza sono delle pratiche compassionevoli, giuste e scientificamente chiare. La malattia mentale si presenta alla psichiatria come il flogisto si presentava alla chimica. La sistemazione della chimica come studio scientifico e come spiegazione della materia dipendeva dalla disposizione del ricercatore nel riconoscere ed ammettere la non-esistenza del flogisto. Nello stesso modo, la sistemazione della psichiatria come studio scientifico e come spiegazione del comportamento umano dipende dalla disposizione degli psichiatri a riconoscere e ad ammettere la non-esistenza della malattia mentale.

L’ERRORE EPISTEMOLOGICO CONGENITO DELLA PSICHIATRIA

Benjamin Rush (1745-1813), patriota americano, firmatario della Dichiarazione d’Indipendenza, lavorava come medico generico nell’Esercito Continentale, insegnava medicina ed era decano della scuola di medicina dell’università della Pensilvania. Nel 1774 egli dichiarò: "Curare l’umanità dal vizio potrà diventare un giorno l’oggetto dei medici, allo stesso modo in cui oggi è l’oggetto dei sacerdoti". È appunto in questa azione di medicalizzazione che si trova l’errore fondamentale della psichiatria.
Per distinguersi dai dottori in teologia, i dottori in medicina non potevano semplicemente affermare di proteggere le persone dal peccato, oppure dal vizio, come aveva detto Rush. La cattiveria restava, dopo tutto, un concetto morale. I dottori in medicina dovevano invece affermare che la cattiveria era una follia, che l’oggetto dei loro studi non era l’anima o il libero arbitrio, ma un oggetto materiale, un corpo ammalato. Tuttavia, Rush non si è limitato ad applicare tale ragionamento ad alcune forme comportamentali soltanto, ma ha decretato che "la menzogna è una malattia corporea... il suicidio è una follia... il disgusto, la vergogna, la paura, la rabbia, l’incapacità riguardo agli atti legali, sono delle follie passeggere". Oggigiorno alcuni tra questi ultimi e molti altri atteggiamenti umani indesiderabili vengono ampiamente ammessi come delle vere malattie – "sbilanci chimici del cervello" – la cui esistenza trova chiaro sostegno nelle scoperte scientifiche della scienza neurologica.
La scienza naturale moderna si appoggia su delle leggi libere dall’influenza del desiderio o della motivazione umana. Nella scienza medica non esistono complessi diversi di teorie per spiegare le funzioni corporee normali e quelle anormali. In psichiatria la situazione è esattamente il contrario: un complesso di princìpi spiega il comportamento "razionale" della persona mentalmente sana, ed un altro spiega il comportamento "irrazionale" della persona mentalmente insana. Il primo è visto come un agente morale attivo (uno sceglie, per esempio, di sposare la propria fidanzata), il secondo è visto come un corpo o un oggetto passivo (sottomesso agli effetti delle forze nocive biologiche, chimiche o fisiche, le quali creano nel cervello delle malattie la cui manifestazione può essere, per esempio, un irresistibile impulso ad uccidere).
La "nevrosi epilettica", scrisse Sir Henry Mausdley (1835-1918), fondatore della psichiatria britannica moderna, "può trasformarsi in un’esplosione convulsiva di violenza... Voler responsabilizzare una persona insana riguardo al controllo di un impulso insano... in alcuni casi è così sbagliato come... voler responsabilizzare un uomo nei confronti delle convulsioni dovute alla propria strichnìa". Questa è una falsa analogia. Uccidere consiste in un’azione coordinata, mentre la convulsione è una contrazione scoordinata dei muscoli, un accadimento.
Andiamo fieri della nostra interminabile ricerca nello scopo di rimuovere ogni pregiudizio riguardo alle differenze tra i caratteri diversi dei singoli generi e delle singole razze. Allo stesso tempo, siamo ancora più fieri di aver creato un complesso di princìpi psichiatrici diversi per la natura neuroanatomica e neurofisiologica delle persone mentalmente sane e di quelle mentalmente insane.
La combustione viene meglio spiegata dall’ossidazione, un processo reale, che dal flogisto, una sostanza inesistente ed immaginaria. Il fatto di attribuire ogni azione umana alla scelta, solido sostegno della nostra esistenza sociale, spiega meglio il comportamento umano che non il fatto di attribuire certe azioni (rimproverate) alla malattia mentale, una malattia inesistente ed immaginaria. Nonostante l’esistenza di un cervello "irrazionale", la persona rimane un agente morale le cui azioni seguono delle motivazioni: essa desidera fare oppure sceglie di fare quello che fa. Le cerebropatie (sclerosi amiotrofica laterale, sclerosi multipla, malattia di Parkinson, oppure glioblastoma) sono malattie che limitano effettivamente la libertà di agire dell’ammalato, ma non la loro condizione di agenti morali.

RISPONDENDO ALLE OBIEZIONI

Secondo la teoria psichiatrica, certe azioni umane vanno attribuite a cause materiali, non a cause morali. Quando e come cercare una spiegazione causale per un atteggiamento personale? In quelle occasioni in cui l’atteggiamento di una persona ci pare spropositato ma non ce la sentiamo di attribuirgliene la colpa. Cerchiamo dunque una scusa travestita da spiegazione invece di cercare una semplice spiegazione che non esimi né incrimini. Rendere una persona responsabile dei propri atti non significa attribuirle colpa o merito: significa soltanto considerarla come agente morale. E’ certamente sbagliato credere che il fatto di presentare una scusa-spiegazione per un’azione qualsiasi significhi dimostrare che la persona non possiede motivi per agire. Trovare una scusa per fare x ("me l’ha ordinato la voce di Dio") non è lo stesso che non avere motivi per fare x. Al contrario: ciò che abbiamo dimostrato fino adesso non è l’assenza di motivi, ma che i motivi sono sbagliati ("ingannevoli", "pazzi", "insani"). Concludiamo pertanto che i suoi comportamenti sono indotti dall’inganno determinato dalla pazzia o dall’insanità mentale. Ma, fin qui, non abbiamo provato niente, abbiamo soltanto postulato il problema. Il "paziente mentale" che attribuisce le proprie azioni sbagliate a delle "voci" non è una vittima, un robot che risponde ad un impulso irresistibile; anzi, è un agente che razionalizza il proprio comportamento attribuendogli un’irresistibile autorità. È falsa l’analogia stabilita tra una persona che "sente delle voci" e un oggetto, per esempio un computer, che risponde a una informazione programmata. Il paziente mentale che risponde al comando delle "voci" assomiglia alla persona che ubbidisce al comando delle autorità superiori, per esempio l’uomo-bomba che si immola per una causa benedetta da Dio. In entrambi i casi, le persone sono degli agenti morali, anche se assomigliano a oggetti schiavizzati che agiscono per esaudire il desiderio di un Altro rappresentato da Dio o dal demonio.
Queste rappresentazioni sono delle metafore drammatiche che possono essere o non essere interpretate come verità, sia dall’attore che dagli uditori. Non è un caso se queste "voci" non ordinano mai allo schizofrenico di essere gentile con la propria moglie. Ecco perché l’azione di essere gentile con la moglie non è un tipo di comportamento al quale, sia lui che noi, vogliamo attribuire una spiegazione causale – psichiatrica. C’è metodo nella follia.

Thomas Szasz
(Traduzione di Denise Maia e Antoine Fratini)


La psicoanalisi in Italia

Il parere critico di una studiosa di fama mondiale tratto

da una intervista di Ulderico Munzi (Corriere della Sera, 5 Ottobre 1999)

"Italiani, psicoanalisti senza scienza né ideali"

 

Elisabeth Roudinesco, la studiosa che fu amica di Lacan, pubblica in Francia un libro sullo stato della disciplina psicoanalitica che non risparmia critiche a nessuno. Prima la perdita di Weiss, poi l’affaire Verdiglione e il trionfo dei dogmi americani. Auspica una rinascita della psicoanalisi.

L'umanità depressa può perdersi in un labirinto. Specie in Italia dove, secondo Elisabeth Roudinesco, la psicoanalisi ha spento i suoi lumi dopo la partenza del triestino Edoardo Weis per gli Stati Uniti. Questi fu in effetti messo alla porta nel 1939 dalle leggi razziali di Mussolini. Ma quale è il labirinto cui si riferisce la Roudinesco, storica di formazione, direttore di ricerche all'università di Parigi-VII, un tempo amica di Lacan e Althusser? Il labirinto dell'irrazionalismo. Dopo il suo ultimo libro Pourquoi la psychanalyse?, tutta la "scienza della psiche" si sente presa di mira. La professoressa crede (senza ammetterlo apertamente) in una psicoanalisi redentrice dell'uomo oggi spogliato dagli ideali. Nega di essere una nemica degli psicofarmaci, anzi ne sostiene in alcuni casi gli effetti benefici, ammonendo però che "la psicofarmacologia si è trasformata nello stendardo di una sorta d'imperialismo. Permette a tutti i medici, anche a quello di famiglia, di affrontare alla cieca ogni affezione psichica. Del resto la potenza della "ideologia medicamentosa" è tale che, quando pretende, come nel caso del Viagra, di ridare all'uomo la virilità, solleva un vento di follia. Così, non ci si preoccupa più delle cause dell'impotenza". Già, l'imperialismo degli psicofarmaci. E quando gli psicofarmaci falliscono perché mal somministrati, eccoci sbarcare dagli stregoni. Ma chi si nasconde dietro l'intento imperialista? "Io temo - dice la Roudinesco - le "mitologie cerebrali" che sono prodotte dalle scoperte della scienza.
Se saremo vigilanti, l'umanità malata non diventerà una creazione alla Frankenstein, la terra non si popolerà di "mostri". Bisogna bloccare il lavoro di un certo numero di adepti della concezione cervello-macchina. Dobbiamo augurarci la rinascita o l'avvento di un ideale universale. Il comunismo è morto, siamo di fronte agli effetti perversi del modello liberale. L'uomo dev'essere un computer, un oggetto... La psicoanalisi è una filosofia, un sistema di pensiero, come sosteneva Foucault, che esalta la libertà e l'esplorazione socratica di se stessi. Non è il lampeggiare di un ideale? Le tesi di Freud vennero accolte trionfalmente negli Stati Uniti, sembrava che sbarcasse un Cristo redentore. Poi, l'utopia del benessere sfumò. Ma non per questo posso essere d'accordo con Otto Kernberg, ex presidente dell'International Psycoanalytical Association, quando dice che bisogna uccidere Freud e pretende, da cognitivista, che il pensiero è una questione di neuroni. Sono in disaccordo con tutto ciò che ha fatto questo individuo. Se in Italia lo vogliono ascoltare e adorare, che lo facciano. In Francia Kernberg non è neanche un'ombra".

Perché è così severa con il movimento psicoanalitico italiano?

"Non ha forse prodotto il "fenomeno Verdiglione", psicoanalista finito in carcere negli anni Ottanta per circonvenzione d'incapace? Gli italiani sono estremamente ortodossi e sottoposti alle direttive dell'International Psycoanalytical Association. Questi diktat riducono a zero la psicoanalisi, annullano la sua specificità".

Non si può criticare Freud?

"Certo che si, ma ci sono concetti sui quali non si può cedere. Oggi un Freud redivivo resterebbe di sasso davanti al matrimonio degli omosessuali, ma non sarebbe contrario perché aveva una visione liberale. L'inconscio freudiano deve restare intoccabile perché è fatto giustamente di funzioni simboliche, dà senso alla storia di una persona".

Perché gli psicoanalisti italiani non si ribellano al regime psicoanalitico americano?

"Insisto: sono troppo infeudati. Non tutti, certo. Ma l'Italia non è la Francia, da voi non c'è stato alcun rinnovamento come il fenomeno dell'antipsichiatria. La verità è che l'Italia ha perso tutti i suoi psicoanalisti a causa del fascismo. Sono emigrati negli Stati Uniti e per ricostruire un vero movimento psicoanalitico ci vogliono più di quarant'anni. In Italia non è accaduto nulla perché s'è perso un leader come Edoardo Weiss. E' come se la psicoanalisi avesse smarrito la propria anima".

E cosa si può fare per ridargliela?

"Amo l'Italia, cosa vuole che dica? La psicoanalisi si è imbastardita. Anche per ragioni drammatiche perché, ripeto, il lacanismo è stato incarnato da Verdiglione. Lacan lo sostenne e si sbagliò. Anche lui amava troppo l'Italia. Oggi si colgono segni di ripresa, piccoli gruppi che fanno sforzi per annullare quest'eredità negativa. Ci vorrebbe un rinascimento della vera psicoanalisi: liberarsi dalle catene del dogma americano e uscire dal ghetto delle scuole e del "professionalismo" esasperato. Che gli psicoanalisti italiani riflettano sul senso dell'uomo e della libertà".


Arte e psicologia *

CarI Gustav Jung ebbe a scrivere: "la psicologia, come si è sviluppata fino ad oggi, ha dato maggior peso alle determinanti fisiche dell'anima, compito futuro della psicologia sarà l'indagine delle determinanti spirituali del processo psichico". Anche l'arte è partecipe di quel mondo dello Spirito che è al centro dell'esperienza junghiana. Uno spirito infinito, senza spazio, senza forma, senza immagine, ma che deve prendere corpo nell'interdipendenza con la materia, poiché l'uomo ha bisogno della sua realizzazione.
In un mutuo rapporto di immaginazione inconscia e di cosciente creatività, nell'operare del Poiein particolare ad ogni artista si manifestano i "valori qualitativi" che fanno dell’immagine naturale una immagine simbolica e culturale. Luigi Aurigemma li definisce divini valori qualitativi, mentre Jung al proposito parlava di intensità di valore. Sono questi i valori che, separati o associati tra loro, danno significato al mitico, al magico e al sacro nel processo di differenziazione. Questi sono, per affinità e per trasparenza, conformi al loro principio originario, all'archetipo dello Spirito che si identifica con il Sé. Il loro significato psicologico può essere così descritto: il mitico è ciò che procede lungo gli evi e in cui la fantasia si mescola alla verità del profondo; il magico è esuberanza di energia che confina con il mistero; il sacro è relativo alla emergenza delle energie originarie. Dove manca il sacro subentra il tragico dell'antichità e, ancora di più, della vita moderna. I valori qualitativi, quindi, rendono possibile la trasfigurazione dell’immagine tout court, o naturale, in immagine simbolica. Tale processo in psicoanalisi riguarda la fase nota come "sublimazione". C'è stato un periodo durante il quale Jung si interessava in modo particolare dell'immagine e dell'arte dipingendo, scolpendo ed intagliando il legno. Questo era naturale in un uomo che desiderava "richiamare dall'oscurità dell’inconscio l'artista dimenticato e dare uno sbocco al bisogno di espressione artistica senza preoccuparsi del valore estetico" (Jung parla, Adelphi, pag.76). Jung assegna all'arte una valenza non solo educativa, ma anche creativa poiché "bisogna lasciarsi plasmare da essa come essa ha plasmato il poeta". "Immergersi nello stato primigenio della partecipation mystique è il segreto della emozione e dell’azione artistica" (Psicologia e poesia, Boringhieri pag. 8O).

* Sintesi dell’intervento scritto in occasione del Festival Filosofia di Modena, 2002

Nino Nava


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