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di Psicoanalisi

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Il nuovo forum:
PSICOANALISI E PSICOTERAPIA
NELL'ERA POSTMODERNA

Lo spunto è offerto dall'articolo di Antoine Fratini:

 
L'avvenire del lettino

 e dal precedente forum LA PSICOANALISI NELL'ERA POSTMODERNA

Angelo Conforti: "Il senso autentico della psicoterapia"

Giorgio Risari: "La psicoanalisi nell'era postmoderna: il contributo di Erich Fromm"

Antoine Fratini: "Convergenze significative tra Fromm e Lacan"

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 CONVERGENZE SIGNIFICATIVE TRA FROMM E LACAN
 

Nella efficace sintesi di Risari colpisce in particolare una significativa vicinanza di pensiero tra Fromm, Lacan e anche, per certi versi, Jung. Come è noto, Lacan definì la sua opera come un “ritorno a Freud”, ovvero a quel che di più rivoluzionario la psicoanalisi ha formulato sull’animo umana. Questa rivoluzione ruota attorno alle enorme implicazioni, in campo clinico come in campo culturale, dell’invenzione dell’inconscio.

Partiremo dal modo di intendere la situazione analitica caratterizzata prima di tutto da un setting concordato in cui due persone parlano liberamente e cercano di capire la natura delle loro implicazioni profonde. Lo stesso criterio di libertà è fortemente evocato sia da Lacan che, per esempio, da Szasz. Tale condizione è infatti un aspetto essenziale del metodo delle “associazioni libere”. Tale condizione permette, per esempio, di accedere all’analisi delle resistenze. Quando viene data totale libertà espressiva, l’istanza che nasconde deve essere ricercato nel soggetto stesso. Niente test psicologico già comprensivo delle risposte, nessuna suggestione ipnotica, solo la parola libera. Per questo si può rimanere perplessi sul paragone proposto da Fromm (e da altri) tra psicoanalisi e maieutica intesa come arte del porre le giuste domande. Come Platone fa dire a Socrate nel Menone: se vuoi che lo schiavo risponda rettamente, devi porgli la retta domanda. Vale a dire che troppo spesso quello della domanda/risposta si avvero un modello retorico che piega la parola alle esigenze del dialogo.

La superficialità delle comunicazioni poi, quel non prendere sul serio quel che si dice, con l’alienazione che ne consegue, richiama da vicino quel che Lacan chiama la “parola vuota” che contraddistingue buona fetta del percorso analitico. Rimanendo sempre sul piano del linguaggio, Lacan, forse in modo ancora più chiaro e radicale di Fromm, fa coincidere l’evoluzione del soggetto in analisi con l’approdo alla “parola piena” di chi finalmente coglie (almeno in parte) l’essenza più autentica dei propri discorsi. Per l’uno come per l’altro autore, l’analisi non richiede nessuna conferma, nessun rafforzamento dell’Io. E questo rappresenta certamente uno dei punti che più distingue l’approccio psicoanalitico da quello psicoterapeutico. La psicoanalisi riconosce nell’Io ciò che ha struttura di resistenza. La stessa clinica junghiana, per certi versi, consiste in un progressivo piegarsi dell’Io alle esigenze più profonde dell’inconscio. Anche se Jung aggiunge molto giustamente (e in questo potrebbe sembrare meno radicale dei suoi colleghi) che non sempre le resistenze hanno valenza negativa. Esse possono infatti significare che il soggetto non è pronto ad accogliere l’inconscio. In quel caso andrebbero intese per la loro funzione omeostatica. Del resto, nemmeno dal punto di vista della psicoanalisi classica si può ragionevolmente sostenere che l’Io debba cavalcare l’Es a briglie sciolte. Il risultato più auspicabile consiste piuttosto nel raggiungere una certa armonia delle parti non riduttiva rispetto alla complessità dell’essere.

Un altro punto di forte convergenza tra Fromm e Lacan è reso dall’espressione “l’uomo pensa ciò che non è reale e non pensa ciò che è reale” Il Reale, per Lacan, è uno dei tre registri di cui si occupa (o dovrebbe occuparsi) nello specifico la psicoanalisi “vera”, ovvero quella uscita indenne da tutte le insidie psicologizzanti. Così dovrebbe, a mio parere, venire intesa la psicoanalisi nell’era post moderna. Il Reale è dell’ordine del sintomo, del lapsus, del desiderio, della sublimazione e rappresenta un ulteriore elaborazione dell’espressione “realtà psichica” con la quale Freud iniziò la sua rivoluzione. Con la psicoanalisi, infatti, la “psiche” riacquista realtà. Una nevrosi può recare maggiore sofferenza di una malattia fisica. Da questo ingombrante Reale si fugge, ci si nasconde, ci si aliena grazie agli spazi offerti dal linguaggio. Pertanto Lacan ha buon gioco nel ribaltare la nota espressione cartesiana affermando: “penso dove non sono, e sono dove non penso”. Da lì ad affermare l’inconciliabilità tra pensiero e essere, il passo è breve. Quel che è stato etichettato come “pessimismo della psicoanalisi” non è che la conseguenza, sul piano culturale, di questa radicalità del discorso psicoanalitico. Il “Je est un autre” del poeta Rimbaud non può durare che il tempo di un lampo, quel tempo logico dell’alternanza tra apertura e chiusura dell’inconscio. Tuttavia, niente impedisce di sviluppare ulteriormente il discorso entrando in un campo da sempre riservato ai misti: Io penso dove non sono, ma Es è (comunque) là dove Io non pensa. Così, l’avvento del Reale è costituito dal riconoscimento del soggetto dell’inconscio.

Anche sulla grande e sempre attuale questione dello statuto della psicoanalisi Fromm sembra particolarmente vicino a Lacan quando definisce la psicoanalisi una “scienza oggettiva di ciò che non è oggettivabile” (in quel caso però perché parlare di scienza oggettiva?). Tra i tanti meriti di Lacan vi è sicuramente quello di avere ulteriormente precisato in che cosa consiste l’oggetto dell’indagine psicoanalitica: non il cervello, non l’apparato psichico, non l’anima metafisica, non il soggetto dell’umanesimo, ma il soggetto del discorso. Senza addentrarci nelle profonde implicazioni teoriche, pratiche ed epistemologiche relative a tale precisazione, è doveroso ribadire che per Lacan il soggetto è tale solo in quanto colto in flagrante nelle crepe di un discorso (essendo i sogni e i sintomi delle metafore).

Per quanto riguarda il transfert, l’esperienza analitica conferma quasi quotidianamente la concezione di Fromm che vede il coinvolgimento necessario di entrambi i protagonisti. Ma non nello stesso modo, occorre precisare, in quanto si presume che in virtù della propria analisi personale l’analista riesca a riconoscere e a gestire il proprio inconscio, mettendolo al servizio dell’ascolto.

Infine, di particolare interesse risulta il tentativo di denunciare quelle rimozioni che appartengono al sistema sociale. Una opera di denuncia politica e sociale piuttosto ardua da svolgere in quanto suscettibile di scalfire quel che va sotto il nome troppo rassicurante di “normalità”. Per esempio, oggi è considerato normale assumere psicofarmaci e trattare il disagio come se fosse una malattia della mente o del cervello. Temo pertanto che esisterà sempre una inconciliabilità di fondo con il sistema che farà si che la psicoanalisi (quella vera) non potrà mai diventare il paradigma dominante nella clinica come nella cultura, e avrà sempre enormi difficoltà nei confronti di ogni tentativo di istituzionalizzazione.

Antoine Fratini

Fidenza il 06/02/2010


 

LA PSICOANALISI NELL’ERA POSTMODERNA: IL CONTRIBUTO DI ERICH FROMM
 

Mi propongo di illustrare alcune considerazioni su quale potrebbe essere ancora il ruolo, la funzione,il significato della psicoanalisi nell’«era postmoderna», prospettando la visione e l’ottica di uno dei suoi protagonisti nel XX secolo, cioè Erich Fromm (1900-1980), filosofo e psicoanalista didatta e supervisore a New York e poi a Città del Messico), nello scenario della postmodernità. Nella sua più che cinquantennale attività e nella sua estesa opera (con i primi articoli psicoanalitici del 1929 fino al marzo 1980) , Fromm ha sempre difeso la psicoanalisi di Freud con la sua scoperta fondamentale ed ancora irrinunciabile dello inconscio, sia come funzione psichica sia come condizione esistenziale dell’uomo come soggetto razionale, cioè dotato di coscienza. D’altro lato ha criticato severamente la fossilizzazione della teoria psicoanalitica, nei suoi concetti fondamentali e nella pratica clinica, come ripetizione meccanica del suo Maestro e fondatore, Sigmund Freud , da parte dei suoi discepoli “ortodossi” e dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale. Fin dagli anni ‘60 egli si è reso conto di una crisi della psicoanalisi dovuta sia alla comparsa di una psicoanalisi accentrata sull’analisi dell’Io ( inteso come insieme delle funzioni razionali cognitive della mente) a scapito dell’Es, cioè del lato irrazionale ed inconscio della psiche e della natura umana, (tendenza già ravvisata nella metà degli anni ‘50 dall’elezione ai vertici dell’IPA (International Psychoanalisys Association) di Heinz Hartmann: in ciò, Fromm colse il pericolo di uno svilimento della psicoanalisi da teoria critica avente come suo nucleo fondante l’indagine dell’irrazionale e dell’inconscio, a teoria psicologica cognitiva funzionale all’adattamento dell’individuo alla società, nonché all’assorbimento della psicoanalisi nella attività accademica universitaria e nella psichiatria medica.

Secondo Fromm, invece, la rivoluzione operata da Freud fu quella di aver individuato la presenza ineliminabile dell’inconscio nel pensiero e nel comportamento umano, per cui l’uomo “pensa ciò che non è reale” (con la parte conscia di sé, la coscienza), e “non pensa ciò che è reale” (la parte inconscia di sé, l’inconscio): insomma con Freud si ruppe l’unità idealistica fra pensiero ed essere, dimostrando la presenza (inconscia) di un “Non-Essere” nella coscienza del soggetto umano, che ne devia e “perturba” il significato - nonché l’agire concreto - con la manifestazione di quel segno significante che è il sintomo nevrotico. Allora la prima funzione dell’esperienza e dell’“arte” psicoanalitica consiste nel “rendere conscio l’inconscio”, cioè di riannettere alla coscienza ciò che è stato “rimosso” o meglio “dissociato”dal soggetto , fenomeno causato più che da traumi infantili dalla paura dell’isolamento sociale e della punizione dell’autorità , ma anche dovuto al narcisismo individuale cioè all’ immagine positiva perfetta idealizzata, intaccabile e irrepresensibile - anche se fittizia ed illusoria -, che egli ha di sé nella sua psiche, come fondamento dell’autostima e della identità di Sé. Il Maestro, Freud, però ha ridotto i contenuti della rimozione che per lui sono fondamentalmente legati a esperienze infantili e sessuali primarie, prodotti delle trasformazioni della libido tramite le sue fissazioni e con la sublimazione: l’inconscio, secondo Fromm, è ben più vasto e comprende tutti quei contenuti insiti nella natura dell’uomo, i valori umani e i bisogni psichici esistenziali contenuti anche nell’inconscio umanistico ,che la società (con i suoi tabù ideologici e morali, con il linguaggio che fa da filtro selettivo, con le regole obbligatorie di comportamento collettivo date dall’autorità sociale) reprime e costringe l’individuo a staccare e dissociare dalla coscienza, relegandoli nelle parte inconscia della psiche. Il risultato di tale deformazione e frammentazione dell’inconscio umanistico e del conseguente “accecamento” della coscienza (preda dell’ideologia intesa in senso marxiano come falsa coscienza ,cioè di quella che Fromm chiama alienazione, in senso sia filosofico esistenziale sia psichico) è l’inconscio sociale, residuo del’inconscio umanistico, tagliato dalla lama appuntita della massiccia spada dell’ideologia sociale, spacciata per “coscienza collettiva” o,con una parola più dotta, raffinata , seria e oggi più “politically correct”, per “cultura”, (stesso malinteso operato da Freud ne Il Disagio nella Civiltà dove appunto il termine tedesco “Kultur” sta per Civiltà” ed il disagio è intrinseco a ogni cultura e società , artificialmente edificata dall’uomo, proprio perché reprime l’uomo biologico dotato di naturali pulsioni istintuali).

Per rintracciare ed evidenziare il ruolo ed il significato della psicoanalisi, superandone la crisi e gli attacchi della psicologia accademica, della psicoterapia ridotta a “psicotecnica” sul modello medico (tests, protocolli d’intervento, metodo sperimentale, questionari statistici, linguaggio clinico medico), nonché della psichiatria medica oggi per lo più biochimica e farmacologica, Fromm nel corso di alcuni scritti propone le sue tesi che, a mio parere, sono ancor oggi valide, o comunque portano un chiaro e forte contributo alla chiarificazione del problema. Innanzitutto, il fine ed il compito fondamentale della psicoanalisi e è la ricerca della verità interiore, occulta - o meglio occultata - poiché inconscia ma potenzialmente presente dentro di noi, che costituisce la vera identità del soggetto umano nella sua unicità irripetibile. In modo paradossale- e qui sta l’eccezionalità e lo scandalo epistemologico della psicoanalisi che la rende completamente “altro”dalla psicologia scientifica e dalla psicoterapia moderna- essa è una “scienza oggettiva “di ciò che non è oggettivabile, cioè la soggettività trascendente del soggetto umano, la sua inesauribile ulteriorità di senso, la sua individualità intesa come paradossale non-divisione, cioè come unità della duplicità : io sono io, soggettività - ma anche io sono umanità - cioè universalità, e ancora: la coscienza latente nell’inconscio che la co-involge assorbendola e, reversibilmente, inconscio che si fa coscienza, diluendosi e venendo alla luce. Di conseguenza, secondo Fromm: «Il diritto di analizzare gli altri viene acquisito dallo psicoanalista per il fatto che gli è in grado di mettere in movimento dentro di sé quei processi che gli fanno capire ciò che succede negli altri. In termini generali si può affermare che il più importante strumento dello psicoanalista è lui stesso .... nessun computer o nessuna macchina può osservare l’uomo vivo ed intero. c’è solo uno strumento valido per questo compito: l’uomo che ha coscienza di sé. La tecnica analitica dipende in modo completo, a mio avviso, dalla capacità dell’analista di fare di se stesso lo strumento principale della propria conoscenza: ciò non significa che egli debba fare delle diagnosi o giudicare in modo soggettivo o intuitivo; egli piuttosto, utilizza se stesso come strumento di comprensione. Questo è il suo microscopio. Sulla base della comprensione di sé può procedere nelle sue scoperte che gli consentono di attivare il pensiero critico,
razionale, teorico e in questo modo vedere a cosa gli possano servire» (1 – “Il significato della psicoanalisi per il futuro” in Anima e società, p.173). Di conseguenza, nella relazione analitica avviene l’incontro fra due soggettività umane (analista - paziente) che creano nello spazio particolare dell’analisi un campo psichico e relazionale comune basato sulla ricerca della verità interiore inconscia, inverosimile nella realtà quotidiana e improponibile nella “normalità” delle convenzioni sociali. Naturalmente, questo spazio psichico particolare ed inusitato, aperto alla coppia analitica ma protetto dalle intrusioni dell’esterno, coinvolge l’inconscio di ambedue i partecipanti alla relazione psicoanalitica, ovvero l’inconscio dell’analista (in parte esplorato e riconosciuto), l’inconscio dell’analizzando (ancora da investigare e sperimentare) anche se su due livelli diversi (il transfert - il controtransfert, anche se secondo Fromm , oltre a ciò, l’analista deve porsi come persona reale verso il paziente in un rapporto di empatia ).

La particolarità unica e specifica della relazione analitica è dunque la pratica del dialogo e dell’ascolto reciproco in assoluta libertà e, possibilmente, in completa sincerità, franchezza e libertà di comunicazione, in un’epoca, se non di incomunicabilità, di comunicazione virtuale mediata dalla tecnica, mentre nella psicoanalisi, afferma Fromm, «un aspetto più fondamentale è invece il fatto di avere due persone che si parlano, una realtà, questa troppo spesso sottovalutata in un’epoca di telefoni, di radio e di televisione. Queste due persone inoltre, parlano di una cosa seria: parlano della vita del paziente» (2- Personalità, libertà, amore, p.39-40) ; tutto ciò in un’epoca in cui «la maggior parte delle persone ascolta gli altri, oppure dà consigli senza ascoltare veramente. Non prende sul serio l’interlocutore» (3- L’arte di amare, p.113), vale a dire. la comunicazione umana è superficiale e gli interlocutori chiacchierano, parlano anche molto, ma non danno peso e valore a ciò che dicono né danno importanza all’altro interlocutore, semplice strumento contenitore delle loro parole, ricevute ma non rielaborate e trattenute dentro di sé, lasciandole scorrere via, come gusci vuoti di una conchiglia.

È quella che Fromm chiama alienazione del linguaggio e della comunicazione, operata dalle “persone triviali”, che banalizzano tutto, preda del senso comune, del “Si impersonale”, dell’autorità anonima e dei cliché dell’ ideologia sociale, dove la conversazione è solo la recita di un monologo che dà al protagonista una conferma della sua esistenza. Ben altro è il dialogo psicoanalitico dove si affrontano problemi importanti e centrali della vita del paziente e talora decisivi del suo destino, andando al nucleo della sua identità, il Vero - Sé (spesso “dissociato” dalla coscienza, pertanto inconscio). Nel dialogo psicoanalitico lo psicoanalista deve ascoltare il paziente cercando di immedesimarsi nell’esperienza soggettiva altrui, immergendovisi e , facendo risuonare il suo inconscio come uno strumento sensibile all’inconscio sotteso, “latente” nelle parole del paziente(ciò che Fromm chiama, con un’espressione molto pregnante presa dal suo collega ed ex maestro a Berlino, Theodor Reik, con “il terzo orecchio”): infatti niente dell’esperienza umana e del vissuto psichico del paziente deve restare fuori dall’”osservazione partecipante”, dall’ascolto attivo, concentrato e profondo ,dalla relazione centro a centro dell’analista con il paziente . Perciò, Fromm: prendendo a prestito un motto dell’antico poeta latino Terenzio, afferma che “Nihil humani a me alienum puto”, cioè “niente di ciò che è umano, io lo ritengo estraneo a me”. Questa relazione umana profonda è la specificità della psicoanalisi, tanto che durante il percorso l’analista stesso viene “curato” dal paziente, nel senso di una maggiore comprensione del proprio inconscio per cui l’analista aumenta la sua consapevolezza di essere umano nonché dell’estensione e dei contenuti dell’inconscio umanistico. Tutto ciò ha come obiettivo una maggiore capacità e disponibilità del paziente a vivere meglio il suo “inconscio” adesso portato alla luce ed annesso alla coscienza, permettendogli, non solo (in senso strettamente medico) un miglioramento od eliminazione del “sintomo”, quindi un maggior benessere psicofisico ma, in senso etico, spirituale ,esistenziale e psicologico, una maggiore relazione di apertura , di interesse del soggetto verso il mondo mediante una trasformazione, una rieducazione (quella che Freud definiva “Nach-Erziehung”) del proprio carattere , in direzione meno narcisistica, più realistica, più oggettiva , più vicina alla realtà e complessivamente più centrato sul Vero –Sé, nucleo centrale ed originario della propria identità psichica esistenziale. Ascoltiamo le parole dirette di Fromm : «l’analisi resta sempre pur la migliore terapia per tutta una serie di disturbi , i quali hanno a che fare con il narcisismo, che è quanto dire mancanza di nessi con i propri simili. Fuga nelle illusioni, crescita psichica ostacolata, ma anche sintomi come mania igienistica e tutt’un’altra serie di sintomi di tipo ossessivo coattivo, non possono essere affrontati altrettanto efficacemente e fruttuosamente con metodi diversi dalla psicoanalisi.

Questa ha un’incidenza non minore di quanta ne abbia per la cura o guarigione, in tutt’altro campo, come via alla promozione della crescita psichica e la piena espansione umana» (4-L’amore per la vita, p.101); di conseguenza come disciplina etico spirituale, come atteggiamento filosofico oltreché psicologico «... all’analisi spetta un ruolo di primo piano in quanto prassi intesa<alla conoscenza di se stessi, alla comprensione della propria realtà, all’affrancamento da illusioni oltre che dall’essere mossi da paura, brama, per mettersi in grado di vivere in maniera diversa il mondo, vale a dire quale oggetto del proprio interesse, della propria disponibilità, della propria capacità creativa, dimenticandosi se stessi come oggetto e autosperimentandosi come esseri agenti , non alienati» (ib., p.102). In tal modo la conoscenza piena di sè ottenuta dal metodo analitico è finalizzata a d una maggiore e positiva relazione di sé con il mondo, da una purificazione della coscienza deformata e ristretta dalle “distorsioni parattatiche” prodotte dall’inconscio e dal narcisismo dell’ Io, per cui vediamo il mondo non in sé e per sé nella sua realtà oggettiva, ma come specchio delle nostre paure, angosce, desideri, fantasie, insomma dei nostri inevitabili complessi psicologici. Così Fromm sulla positività del e percorso analitico. «Io sono dell’avviso che chi faccia questo perverrà a un approfondimento della sua capacità di sperimentazione e di “risanamento”, di guarigione, intesa non in senso medico, bensì in un’accezione più profonda, più umana» (ib., p103). Infatti, riferendosi alla sua pluridecennale pratica della psicoanalisi Fromm dichiara con realismo e modestia che «Più volte mi sono detto anche: se un paziente non ottiene con l’analisi nessun miglioramento dei sintomi - e a volte purtroppo accade questo - le sedute di analisi rientrano tra i momenti più stimolanti che mai egli ha avuto nella vita perché attraverso l’analisi acquista vita» ( ib., p.124), inoltre , come modalità di valutazione dell’esperienza psicoanalitica «e così per me è assurto a criterio di una buona analisi che, qualsiasi cosa accada, l’intera seduta risulti interessante, tale non già grazie a un’abile e brillante formulazione ma perché i due, paziente ed analista, parlano di qualcosa che ha un peso, che è autentico, che li tocca entrambi....».

Con ciò, la psicoanalisi secondo Fromm esce dal ristretto ambito medico e clinico psicologico , per diventare uno strumento di perfezionamento delle facoltà specificamente umane (psicofisiche, razionali, etiche,estetiche,erotiche, percettive, sensoriali) attraverso la presa di coscienza di ciò che è stato dissociato dalla coscienza e reso inconscio, quindi di autorealizzazione di Sé e quindi globalmente di “ben-essere”. Per ottenere questo risultato «Freud credeva nella forza della ragione....Freud osservava e sapeva molto bene cosa significasse osservare in modo critico e senza pregiudizi» (5 – “Il significato della psicoanalisi per il futuro” in Anima e psiche, p.152 ), ma oltre a questo aspetto razionalistico e scientifico, la cosa straordinaria e rivoluzionaria fu che «Freud ha fatto qualcosa di veramente nuovo...: ha colto l’uomo nella sua soggettività globale. In un’epoca in cui si vuole rendere tutto oggettivo per poterlo poi inserirlo nel computer, è ancora più importante che questa cosa venga sottolineata. Per Freud una parola non è soltanto una parola ; una parola è ciò che essa significa per gli uomini. Perciò egli interpreta, ma questo interpretare significa ricercare il significato». Allora, la psicoanalisi è l’arte di ricercare il significato della parola espressa dalla soggettività globale del paziente, non solo consciamente ma soprattutto nella dimensione inconscia, di conseguenza «il compito dello psicoanalista è cogliere la soggettività, il significato delle parole o dei pensieri per la persona e costruire con questi elementi una scienza delle espressioni», dato che «Quando qualcuno dice qualcosa è importante sapere - soprattutto quando si tratta di un discorso non intenzionale - quale significato abbiano per lui le parole e non ciò che esse significano per me o per il dizionario» (ib., p.154). Insomma, la parola è il segno (o significante ) di quale significato e senso abbia la realtà non in se stessa ma in relazione alla soggettività del paziente: la parola del paziente , in psicoanalisi, non è mai oggettiva e neutrale, ma esattamente tutt’altro proprio perché nella parola “parla”, fa capolino, anche l’inconscio del paziente. La parola ha dunque un significato conscio (che il paziente crede oggettivo illudendosi) ed un significato inconscio (che il paziente non vede e non riconosce, mentre lo psicoanalista sì). Il compito dello psicoanalista infatti è interpretare lo scarto di senso fra il significato conscio ed il significato inconscio delle parole del discorso del soggetto in analisi, che nasconde la verità completa ed integrale della soggettività, allora «questa scoperta freudiana ha un grande significato storico poiché apre per la prima volta una nuova dimensione della sincerità. Per essere sinceri non basta credere in ciò che si dice, ma occorre anche che ciò che si dice corrisponda a ciò che si è e a ciò che accade a in noi a livello inconscio. Il problema della maggior parte di noi non consiste nella nostra insincerità inconscia, perché essa è relativamente innocua e di solito si provano sensi di colpa e si confessa spontaneamente di aver detto una cosa alla quale non si credeva. Il problema della maggior parte delle persone è quello essere convinti delle cose che dicono e di ritenerle un fatto incontrovertibile» (ib,. p.157).

Di conseguenza, la consapevolezza della differenza fra pensiero ed essere, è un‘altra verità scoperta dalla psicoanalisi per la quale «Freud ha relativizzato il pensiero e revocato in dubbio la sua identità con l’essere. Il pensiero è un prodotto umano che può essere o non essere d’accordo con i fatti che sono presenti nell’uomo. Da questo punto di vista la teoria di Freud è una teoria critica per eccellenza: teoria della critica della coscienza, critica dell’ideologia, critica e del pensiero individuale e sociale» (ib., 158): in questo modo, attraverso l’unità ingenua fra pensiero e essere presente nel senso comune, ma anche nella storia della filosofia ( a partire da Cartesio fino all’idealismo di Hegel), con la scoperta della realtà dell’inconscio è stata distrutta da Freud e di ciò ne va preso e dato atto, rendendogli merito e riconoscenza: la coscienza è irreale mentre l’inconscio è reale. Data questa necessaria premessa filosofica ma anche psicoanalitica, nell’analisi di un individuo come in una lastra radiografica, ai raggi X «... si può vedere l’insieme delle costellazione delle energie inconsce che spingono l’essere umano verso una determinata direzione, le contraddizioni tra il dramma che egli ha creato inconsciamente e di cui è il regista ed i suoi obiettivi consci, nel loro reciproco conflitto» (ib., p.174).

La straordinaria attualità e verità della ricerca psicoanalitica è indubitabile secondo Fromm e valida se si vuole conoscere integralmente la soggettività dell’uomo, la sua vera identità, facendo della consapevolezza di sé uno strumento di libertà, di maggiore capacità di vivere nel mondo e quindi di ben-essere, infine di felicità: «la psicoanalisi non serve solo a curare i sintomi e a diventare meno infelici della media delle persone, essa può essere usata anche come utile strumento nel processo di sviluppo spirituale di una persona. Questo uso della psicoanalisi è presente nella tradizione umanistica; per essa esiste una vita giusta e una sbagliata, ci sono fini e norme che conducono al vivere bene e altre che conducono al fallimento e all’infelicità. E questi non sono semplicemente giudizi soggettivi, ma traggono la loro verità dall’esistenza umana» (ib.). Sviluppo completo - per quanto possibile - dell’umanità presente potenzialmente in ognuno di noi, perfezionamento delle nostre capacità di conoscenza psicologica di noi stessi, liberazione da illusioni, razionalizzazioni psicologiche, meccanismi di difesa dell’Io e di copertura che nascondono il Vero - Sé ed il coraggio di essere interamente ciò che si è, affinamento della percezione della realtà del Mondo purificata e decontaminata da pregiudizi individuali ed etichette sociali, affrancamento da conflitti intrapsichici ed etici valoriali che paralizzano l’azione e la capacità di sperimentare il Mondo qual è, trovandovi la giusta collocazione ed “interesse”: ecco il compito etico, spirituale, psichico, esistenziale della psicoanalisi. In questo percorso, il soggetto non è solo ma è accompagnato dall’analista il quale indica un percorso, funge da guida alpina, da accompagnatore durante il tragitto, da maieuta, testimone di verità, da giardiniere che cura la ”pianta”, la disinfesta da quei parassiti mentali che la deformano, la appesantiscono e ne incurvano il tronco, i rami, ostacolandone la sua fioritura, il suo rigoglio. È questa una ulteriore caratteristica del percorso analitico che dimostra il valore supremo assegnato da Freud all’individuo umano, per cui «un ulteriore esempio del metodo scientifico di Freud è la sua convinzione che fosse giusto occuparsi di una persona per centinaia di ore, perché era necessario andar cauti nella comprensione e nella cura di questa persona. Egli aveva fatto propria l’idea umanistica che è l’uomo ad avere valore e che l’uomo è misura di tutte le cose» (ib., p.154), per cui «in un certo senso il metodo di Freud è ancora quello dell’artigiano: la fretta non esiste, si produce una cosa che ha valore in sé, perché è il processo stesso che ha valore». Per tutto ciò, nella psicoanalisi, scienza ed umanesimo si fondono e si intrecciano in una teoria e in una pratica intesa come arte, attività artigianale, processo di ri-modellamento e collegamento del soggetto all’originaria ed originale radice esistenziale, alla sua natura umana che sono andati o deformati o perduti dallo scontro con la realtà. L’individuo in analisi ritrova quella parte umana di sé, psicologica, esistenziale, etica, che era andata perduta o meglio dissociata dalla coscienza e quindi dall’azione pratica: lo psicoanalista lo aiuta e lo accompagna in questo viaggio interiore dall’esterno fin dentro gli strati più profondi e centrali della propria identità, dentro il Vero - Sé. Ovviamente però ciò richiede tempo , sforzo, impegno, fatica sia del paziente che dell’analista in un contesto sociale dove tutto dev’essere breve, facile, disponibile, ”economico” nel senso di immediato consumo, di oggetto “usa e getta” per stare al passo frenetico della vita sociale moderna.

Nella psicoanalisi di Fromm importa la “comprensione sapiente” come la definisce il suo ultimo assistente ed allievo, Rainer Funk, realizzata attraverso un percorso maieutico socratico di domanda e di risposta all’interno della relazione analitica fra i due partecipanti implicati; così Funk: «porre domande mettersi in discussione rende possibile una ”comprensione sapiente” che come Fromm ha spiegato ne L’arte di amare, è una forza dell’amore, come la “cura”, il senso di responsabilità ed “il rispetto dell’altro” sono caratteristiche della vera capacità d’amare. Chi pur sottoposto a domande e messo in discussione, avverte questa ”comprensione sapiente”, si sente provocato e colpito, ma non giudicato e imbarazzato. Al contrario le domande altrui possono diventare domande rivolte a se stessi ed il risultato è che ci si sente compresi. (Prefazione di R. Funk “La forza di amare”, p. 9-10). Insomma le domande che Fromm poneva all’allievo erano le stesse che Fromm poneva e aveva in precedenza posto a se stesso avendo dato lui stesso una risposta personale, adesso usata da cartina di tornasole per osservare la reazione dell’interlocutore alla sua domanda provocatoria per “smascherarlo”, per fargli esprimere la verità interiore autentica. Infine, per concludere, la peculiarietà specifica e sempre attuale della psicoanalisi, diversa da ogni altra forma di psicologia e di psicoterapia, qualità per le quali si deciderà il futuro, il destino, il senso, la funzione psicoanalisi, diversa da ogni altra psicologia e psicoterapia, per la quale secondo Erich Fromm si deciderà il futuro ed il destino sarà paradossalmente quella per cui «la psicoanalisi avrà un futuro se tornerà ad essere una teoria critica con l’obiettivo di portare alla luce le rimozioni fondamentali degli individui e della società, di illuminarne le contraddizioni e di smascherare le ideologie; di dimostrare ciò che Freud definì “il coraggio della civiltà” è in realtà già una patologia della civiltà cibernetica. Se avrà il coraggio di affrontare questi conflitti, per l’uomo d’oggi, la psicoanalisi tornerà ad essere impopolare ed osteggiata come quando era una teoria critica» (6- Il significato della psicoanalisi per il futuro in Anima e società, p.175). Insomma, la psicoanalisi ha un futuro, ed è questo il messaggio finale di Fromm, se non è al servizio di istituzioni, scopi sociali, associazioni universitarie, ma solo se accetta di cercare ed affermare il valore irrinunciabile della soggettività di ogni uomo nel rispetto del valore assoluto della vita umana, dimensione che non è barattabile ed equiparabile come qualsiasi altra merce e prodotto, ma ha senso,valore e fine in se stesso. Nel nome della vita e per amore dell’umanità, come direbbe Fromm.

Giorgio Risari


Il senso autentico della psicoterapia

Psicologia e psicoterapia sono invenzioni socratico-platoniche. Come tutte le scienze altro non sono che ramificazioni e specializzazioni delle originarie domande filosofiche, anche la psicologia e la psicoterapia sono nate nel seno della speculazione teoretica, che affonda le sue radici nei più antichi miti dell’umanità e trova, nel passaggio dal mythos al lógos, la sua piena manifestazione.

Psyché  è una parola greca e, anche se molte traduzioni della tradizione manualistica filosofica la rendono con «anima», non va dimenticato che questo termine latino (derivato a sua volta dal greco[1]) ha assunto in seguito una connotazione religiosa che rischia di alterare la fisionomia e la complessità concettuale che il termine possedeva per gli antichi filosofi greci.

Per ristabilire quindi il suo effettivo significato bisogna innanzitutto tradurre psyché con «psiche»,  indicando con questa parola, come facevano i greci, tutte le facoltà non puramente corporee dell’uomo: la forza vitale, gli istinti e le passioni, le emozioni e i sentimenti, le capacità percettive e conoscitive, a tutti i livelli (anche razionali, ma non solo).

I termini «mente», «intelletto», «ragione», «pensiero», «spirito», «anima» non sono, dunque, sinonimi di «psiche». Essi, infatti, indicano solo alcune facoltà umane, conoscitive, o spirituali in senso lato. Il loro utilizzo e le loro sovrapposizioni di significato hanno creato nella storia della filosofia e della scienza alcuni equivoci, che rischiano di confondere notevolmente le idee. Tutte queste facoltà umane, varie e complesse, sono certamente intrecciate tra loro e interdipendenti, ma non sono la psiche, quanto piuttosto parti di essa.

In questo senso ampio e complesso la psicologia nasce con la filosofia greca. Psyché e lógos sono parole greche: discorso della psiche, discorso sulla psiche, studio della psiche, emergere della psiche in un discorso, conoscenza della psiche, sono questi alcuni dei significati che si possono attribuire all’unione di quei due termini.

Già Eraclito (VI secolo a. C.) scriveva: «Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini della psiche: così profondo è il suo lógos».

In seguito sarà Socrate a sviluppare un antico detto sapienziale, quello dello gnôthi seautón (conosci te stesso), nella prima forma di psicoterapia, parola composta da due parole greche, psyché e therapeía, cura della psiche.

 

Cosa sia la psicoterapia cui si riferisce, Socrate lo illustra nel dialogo di Platone, Alcibiade primo, in questi termini:

«SOCRATE. […] ci siamo trovati d’accordo che dobbiamo prenderci cura della psiche, e rivolgere ad essa la nostra attenzione. ALCIBIADE. È chiaro. SOCR. E che va lasciata agli altri la sollecitudine per il corpo ed il denaro. ALC. Certo. SOCR. In qual modo potremmo conoscere il più chiaramente possibile la nostra psiche? Giacché, con questa conoscenza, potremo evidentemente conoscere noi stessi. Per gli dèi! Comprendiamo bene quel giusto consiglio dell’iscrizione delfica {conosci te stesso] ricordata ora? ALC. Con quale intenzione lo dici, o Socrate? SOCR. Ti dirò cosa sospetto che questa iscrizione ci voglia realmente consigliare. Perché si dà il caso che ad intenderla non vi siano molti esempi di confronto, tranne quello solo della vista. ALC. Cosa vuoi dire con questo? SOCR. Rifletti anche tu. Se l’iscrizione consigliasse l’occhio, come consiglia l’uomo, dicendo: "guarda te stesso", in che modo e cosa penseremmo che voglia consigliare? Non forse a guardare verso qualcosa guardando la quale l’occhio fosse in grado di vedere se stesso? ALC. Certo. SOCR. Ecco: indaghiamo quale oggetto c’è che a guardarlo possiamo vedere lui e noi stessi. ALC. È chiaro, Socrate, gli specchi e oggetti simili. SOCR. Esatto. Non c’è forse anche nell’occhio, con il quale vediamo, qualcosa dello stesso genere? ALC. Certo. SOCR. Hai osservato poi che a guardare qualcuno negli occhi si scorge il volto nell’occhio di chi sta di faccia, come in uno specchio, che noi chiamiamo pupilla, perché è quasi un’immagine di colui che la guarda. ALC. È vero. SOCR. Dunque se un occhio guarda un altro occhio e fissa la parte migliore dell’occhio con la quale anche vede, vedrà se stesso. ALC. Evidentemente. SOCR. Ma se l’occhio guarda un’altra parte del corpo umano o degli oggetti, ad eccezione di quella che ha simile natura, non vedrà se stesso. ALC. È vero. SOCR. Se allora un occhio vuol vedere se stesso, bisogna che fissi un occhio, e quella parte di questo in cui si trova la sua virtù visiva; e non è questa la vista? ALC. Sì. SOCR. Ora, caro Alcibiade, anche la psiche, se vuole conoscere se stessa, dovrà fissare una psiche […]» (Platone, Alcibiade primo, XXVII 132c – XXVIII 133b).

 

La spiegazione di Socrate è chiarissima: prenderci cura della nostra psiche, cioè di noi stessi, significa conoscere la nostra psiche, cioè noi stessi, e per far ciò occorre rispecchiarsi in un’altra psiche, stabilire una relazione che ci aiuti a comprendere chi siamo. È questa la cosiddetta maieutica, che caratterizza il metodo socratico: una forma di conversazione che mira a far emergere dalla psiche del soggetto una sempre più profonda conoscenza di sé.

Questo tema è sviluppato anche da uno dei maggiori studiosi italiani della filosofia antica, Giovanni Reale, che fa appunto risalire a Socrate il concetto di psicoterapia (la cura dell’anima) e a Platone la codificazione della psicologia filosofica occidentale, nella sua articolazione e complessità. Egli scrive:

«Il concetto di psiche inventato da Socrate e codificato da Platone è centrale a questo proposito: Socrate diceva che il compito dell’uomo è la cura dell’anima: la psicoterapia, potremmo dire. Che poi oggi l’anima venga interpretata in un altro senso, questo è relativamente importante. […] Ma, nonostante più di duemila anni, ancora oggi si pensa che l’essenza dell’uomo sia la psyché […] il concetto di psyché è una grandiosa creazione dei greci. L’Occidente viene da qui» (G. Reale, 1975).

Il più importante allievo di Socrate, Platone, arriverà ad anticipare i temi e motivi della psicoanalisi, nata più di duemila anni dopo[2].

 

Pur senza voler ora approfondire questi argomenti, per i quali rinviamo ad altra occasione, si può facilmente osservare che nella psicoanalisi si ritrovano, pur con tutte le modifiche che la storia ha reso inevitabili, gli aspetti principali della ricerca socratica e platonica: la conoscenza di sé, attraverso l’analisi del profondo, la psicoterapia, non in senso tecnico o medico (o addirittura farmacologico), ma nel significato originario di cura della psiche, e la maieutica, cui si ispira l’approccio dell’analista nei confronti dell’analizzando. Nella ricerca di Socrate e nelle dottrine di Platone l’anticipazione di questi temi è molto rilevante.

Il fatto è che, sul finire dell’Ottocento, la psicologia, da settore della filosofia, è diventata una scienza sperimentale, nell’ambito di un approccio riduzionistico ai problemi della personalità umana. L’essere umano, in contrapposizione alle correnti idealistiche che ne facevano uno spirito razionale dotato di poteri quasi assoluti sulla natura, è divenuto, all’opposto, un oggetto di esperimenti di laboratorio, allo stesso titolo di un evento fisico o meccanico. La psiche ha perduto la sua complessità e la sua soggettività. Si è così tendenzialmente ridotta ai suoi epifenomeni oggettivabili, i comportamenti.

Semplificando un po’ il senso dei processi storico-culturali, gli sviluppi successivi hanno portato ad una sorta di scissione tra psicoterapia e psicoanalisi, la cui origine è invece omogenea.

Ma se oggi la psicoterapia tende spesso (per fortuna non sempre) ad essere una forma di oggettivazione del soggetto, questa non è che una modalità del più generale processo della civiltà occidentale razionalista, scientista e tecnologica. La nostra civiltà ha, purtroppo, perso di vista la ricchezza, la profondità e la complessità della psiche, facendo del presunto ego razionale il dominatore feroce e spietato della natura, di cui anche la psiche fa parte.

Il dominio e l’annientamento della psiche/natura sono la più profonda alienazione e follia dell’Occidente, a cui la psicoterapia, quand’è ridotta a tecnica fra le altre, è perfettamente funzionale ed omogenea.

Bisognerebbe riscoprire l’antico linguaggio della filosofia, che è stata soprattutto psicoterapia, nel senso più autentico del prendersi cura di sé, perché solo essa può renderci migliori. Non so quale potrebbe essere l’avvenire del «lettino», ma penso che solo riproponendo l’antico significato del prendersi cura di sé la psicoanalisi potrà dare il suo contributo, più che mai necessario, alla liberazione delle persone dall’alienazione e dal nichilismo dominanti.

Angelo Conforti

13 marzo 2009

 Riferimenti bibliografici 

·         Lear Jonathan, Open minded: working out the logic of the soul, Harvard University Press, 1998 (traduz. ital. La psicoanalisi e i suoi nemici, McGraw-Hill, Milano, 1999);

·         Reale Giovanni, Storia della filosofia antica, Vita e pensiero, Milano, 1975.

 

[1] Spetta in gran parte al grande rètore e filosofo Cicerone il merito di aver creato un lessico latino idoneo a tradurre i termini filosofici greci. Anima deriva dal greco anemos, che significa vento (ancor oggi, l’anemometro è lo strumento per misurare la forza del vento). Tra psyché, anemos e pneuma (soffio vitale, respiro, spirito - termine usato da Anassimene come quasi sinonimo di psyché e poi utilizzato anche in ambito cristiano) ci sono obiettivamente molte somiglianze di significato.

[2] Cfr. J. Lear, 1998: «Nella Repubblica Platone in sostanza inventa l’analisi della psiche. Egli divide la psiche in tre elementi primari – e sebbene Platone escogiti elementi leggermente diversi da quelli freudiani, il metodo di divisione che entrambi adottano è lo stesso».


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