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Associazione Europea di Psicoanalisi |
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UMBERTO SABA E LORENZO CALOGERO: poeti del malessere interiore, dove l’anima è il soggiorno dell’inquietudine
Prospettiva da svolgere
Intendiamo qui esaminare Lorenzo Calogero, nato a Melicuccà (RC) [1910- 1961] e Umberto Saba, triestino [1883- 1957], come poeti che denunciano un profondo malessere interiore; per entrambi la via della sublimazione poetica letteraria non giova ad alleviare le loro profonde agitazioni psichiche, che solo nella morte (nel non essere) trovano il velo esistenziale di una fuga dalla realtà.
Il metodo d’esame di queste due importantissime figure culturali sarà visto attraverso l’ottica della psicoanalisi culturale e da una riflessione sociologica sull’identità, visto le loro provenienze territoriali dissimili eppure identificatesi nei riverberi dei loro conflitti interiori e dalla depressione insopportabile che li portò, inoltre ed entrambi, a subire ricoveri per cure psichiatriche presso cliniche idonee.
Per quanto concerne la dissertazione psicoanalitica sull’argomento questa non si baserà su una critica letteraria, di cui la psicoanalisi non ha competenza, tuttavia neanche attraverso l’ottica strettamente clinica dei casi, di cui essa è pertinente. Nella situazione contemporanea la psicoanalisi offre capacità d’indagine interdisciplinare e presenta svariate correnti interpretative. Qui saranno evidenziati i rilievi storici culturali dell’epoca del 900, quindi l’intensità e il rapporto con l’ambiente che queste due importantissime personalità hanno interiorizzato e come nello stesso tempo lo hanno espresso attraverso le loro modulazioni letterarie.
In definitiva si vuole dimostrare che nonostante l’infelicità, l’Arte, (in generale e in tutti i suoi aspetti particolari) ha il privilegio di vincere sulle proprie sconfitte emotive interiori. Attraverso l’espressione artistica letteraria, anche il «non essere» che avviene con le fughe dalla realtà e in definitiva anche con l’inevitabile morte dell’individuo, pur egli riesce a sopravvivere a sé stesso contribuendo, spesso inconsciamente, al bene inestimabile di tutta la cultura umana.
Premessa generale della conferenza
E’ impossibile, benché ci sia tutta la volontà, pretendere di svolgere in modo esaustivo, qui oggi, un’analisi dettagliata su Umberto Saba e Lorenzo Calogero definiti poeti «del malessere del Novecento».
Essi sono l’emblema del malessere interiore, basta saperli ascoltare nelle loro espressioni liriche, anche indipendentemente dal collocamento storico e geografico dal quale provengono.
Il poeta, in generale, è sempre quell’oracolo [il vate] che esprime a suo modo le difficoltà attuali della vita, anche se non sappiamo quanto ne sia consapevole, ma lo fa. Letterati ed artisti, hanno particolarmente a che fare con le vicissitudini dei moti pulsionali sia creativi sia distruttivi nella gamma che va dall’eros fin nella cupa sofferenza e qualche volta, purtroppo succede, anche nel baratro definitivo dell’ autoannientamento.
Hanno una capacità straordinaria nel percepire ed esprimere gli avvenimenti del clima storico dirompente di cui sono circondati. Esempio splendido: G. Appolinaire fu l’unico intellettuale, e poeta, a rendersi chiaramente conto, attraverso il totale crollo e in piena crisi dovuta allo sfacelo europeo, (a cavallo del Ottocento-Novecento) che tale catastrofe portava comunque a prospettive importanti vista la fertilità culturale di quella straordinaria, e forse irripetibile, epoca.
I letterati e gli artisti, riescono attraverso le dinamiche interne, a trasformare i riverberi indistinguibili, attraverso la sublimazione, in creazioni d’opere estetiche.
Trascendono perciò la meta degli appagamenti immediati per dar forza e vitalità ad uno spirito alto che cerca spazio per la sopravvivenza certa del loro impegno artistico.[1]
Non sempre, tuttavia, quest’apporto di sublimazione delle forze pulsionali riesce perfettamente e costantemente ad equilibrare la personalità del genio.
Può benissimo crollare, come succede spesso a tutti noi “semplici mortali”. Ma ciò che rimane è il prodotto artistico: testimonianza della capacità personale. Il prodotto estetico dell’artista permane come documento della sua “storia personale” ma che esprime pure il «desiderio»[2] della comunità del suo tempo. L’arte prodotta è la testimonianza tangibilmente storica adatta a permanere per le future generazioni.
Proprio negli anni Venti LA PSICOANALISI si trova ad evolvere, passa dal modello topico al modello strutturale (1922) .[3]
Nel 1920, però, Freud ha già affrontato di petto, il problema del piacere e della sofferenza in “Al di là del principio del piacere”[4]e ipotizza l’esistenza di un settore clinico che sfugge alla legge dell’ egemonia del principio del piacere e della realtà[5]. Ipotizza in altri termini l’esistenza di un’ autodistruttività innata [quindi pulsionale][6]dell’individuo.
Umberto Saba e Lorenzo Calogero realizzano l’estetica dal malessere perché più di altri non solo la vivono ma la denunciano formalizzandola nel prodotto del loro pathos poetico.
1- UMBERTO SABA TRIESTE E LA PSICOANALISI
Il poeta triestino Umberto Saba,[7] nasce nel 1883 a Trieste e muore, in una clinica di Gorizia, nel 1957. Umberto vive, con tutta la sua città, l’indelebile respiro storico, culturale d’un’epoca d’oro per la storia della psicoanalisi.
Il poeta è figlio di madre ebrea (Felicita Rachele Coen) di tradizioni familiari commercianti. Il padre (Ugo Edoardo Poli) agente di commercio, di famiglia veneziana nobile, si converte all’ebraismo per sposare la Coen, ma l’abbandona prima ancora che nasca il figlio. Umberto Saba fu allevato da una balia slovena (Peppa Sabaz) la quale avendo perso suo figlio riversò su “Berto” tutto il suo affetto, tanto che Saba la nominò «madre di gioia». Ripreso dalla propria madre Felicita, il poeta subì così il suo primo trauma; con lei andò poi definitivamente a stare assieme ad altre due zie.
Saba scrive: «Mio padre è stato per me l’assassino fino ai vent’anni che l’ho conosciuto.»,[8] nell’autobiografia del 1924, terzo sonetto, il Canzoniere. Ancora scrive: « or fra due madri, /la lieta è quella di che il mesto viso/ rinnovi oscilla»[9]. Possiamo ancora aggiungere di lui: « mia madre aveva preso (…) nella mia sciagurata educazione l’ufficio inibitore del padre»,[10] ed ancora si riporta: «Io sono il matricida Oreste» in “l’eroe”, 1924 [I prigioni]. Basta soffermarsi a questa fenditura d’infanzia per comprendere, chiunque abbia il minimo di dimestichezza con la psicoanalisi, quale situazione edipica gravò sulla sfera psichica di questo personaggio, con tutte le sue negative ripercussioni!
Con la Psicoanalisi Trieste ha un rapporto privilegiato; grazie al dr. Edoardo Weiss, medico e psichiatra triestino, seguace diretto di Freud, che applica per la prima volta in questa città (poi in Italia), la psicoanalisi come trattamento psicoterapeutico.
La compianta professoressa Anna Maria Accerboni Pavanello, triestina e storica della psicoanalisi assume una posizione fondamentale per le sue ricerche sul ruolo che la psicoanalisi ha avuto straordinariamente a Trieste, quale indiscutibile «avamposto delle teorie freudiane», nel periodo che va dagli anni Venti agli anni Trenta.[11]
Italo Svevo, Umberto Saba con la figlia Linuccia, Bobi Bazlen, Guido Voghera, lo sloveno Valdimir Bartol, lo scultore Ruggero Rovan, i pittori Vittorio Bolaffio, Tullio Silvestri, Vito Timel (definito come Klimtiano) sono attratti da questa dottrina e spinti all’introspezione, attraverso i contatti frequenti con Weiss, sia per il loro giovamento personale che per ispirazione creativa a vantaggio delle loro produzioni artistiche.
Giani Stuparich, scrittore, in Trieste nei miei ricordi[12], menzionato dall’Accerboni,[13]racconta tutti questi intellettuali ed amici come «la compagnia del caffè Garibaldi».
Altri, di questa compagnia, furono più moderati ed alcuni, come il filosofo Giorgio Fano, schiettamente contrari.
Umberto Saba ha, comunque, con la psicoanalisi, un coinvolgimento alquanto complesso e del tutto speciale. Afflitto da disturbi ossessivi nevrotici fin dalla giovinezza, ricorre a Weiss nel 1929, per una crisi particolarmente forte da rischiare il suicidio.
Per lui l’esperienza psicoanalitica fu determinante non tanto per la sua vita in generale, ma soprattutto per la sua dote poetica che beneficò di tale influenzamento. Le crisi acuirono ancora sulla sua personalità quando il dr. Weiss, nel 1931, si trasferì a Roma.
Pare che Freud dica di Saba a Weiss: «…ma se è un vero poeta la poesia rappresenta per lui un compenso troppo forte alla nevrosi perché possa interamente rinunciare ai benefici della malattia.»[14]
Questo poeta, tutto particolare, perspicace propagandava la psicoanalisi come una soluzione terapeutica per tutti, ma scelse fino in fondo di “sopravvivere” a se stesso pur di immortalare la sua poesia che amava più della individuale guarigione,
2- LORENZO CALOGERO: UN ALTRO VOLTO DEL DOLORE
«Sono solitario origliere
di ciò che dorme.
Perciò scrivo
colla tacita mano,
l’occhio rivolto ai sonni.»
(Da “Essenza del poeta”, di Lorenzo Calogero)[15]
Sigmund Freud prestò considerevole attenzione per l’arte in generale, n’era un appassionato osservatore, basti considerare il suo interesse per l’archeologia quanto la sua capacità d’investigatore, eccellente critico d’arte come traspare nel suo famoso scritto Il Mosè di Michelangelo, 1914.
Per Freud artisti e poeti sono fonti preziose del sapere e «alleati» di questa sua nuova scienza.
La psicoanalisi d’altronde non ha scoperto l’inconscio, ma ne ha dedotto le sue leggi; essa spiega la logica dell’irrazionalità, come spesso ebbe a dire lo psicoanalista Luigi Cesare Musatti.
Se per antonomasia il sogno, fu per Freud “la porta principale” dell’inconscio, l’arte e la poesia lo è altrettanto: fanno sempre parte di un “sogno”; tuttavia se quest’ultimo è la realizzazione allucinata di un desiderio inconscio, per le arti la situazione è solo un po’diversa.
Tutte le forme d’arte sono un prodotto estetico che sta in metà tra sogno e realtà, e non rimane puro fatto onirico, ossia allucinato, ma si rende forma tangibile.
Lorenzo Calogero è un’eccellente fonte d’arte poetica e di sapere culturale. Figura ben diversa d’Umberto Saba e sotto certi punti di vista pare non sia facile una completa chiarificazione delle fonti traumatiche infantili che hanno deciso sul suo profondo malessere esistenziale.
Possiamo tuttavia ipotizzare, facendo riferimento a Saba che Calogero non ebbe il confronto di parlare dei suoi vissuti, se non con uno psicoanalista, almeno con una persona che lo considerasse favorevolmente. Si noti che nasce in una famiglia sufficientemente numerosa e benestante.
Non trovò probabilmente una soluzione appagante neanche di vedere nella propria opera il soddisfacimento e il prolungamento della sua stessa esistenza.
Questo illustre poeta (laureato in medicina) nasce il 28 maggio del 1910 a Melicuccà, provincia di Reggio Calabria e siamo anche distanti da una cultura prettamente psicoanalitica rispetto l’avvenimento triestino.
Dal punto di vista letterario è indiscutibilmente un grande maestro di vita interiore, d’apprezzamento non secondario quando si scopre del tutto, specialmente dopo la sua morte, questa sua preziosa eredità .
Muore presso la costiera dell’Aspromonte, suicida, nel marzo del 1961.
Calogero è stato definito come l’intellettuale di periferia, scartato dall’élite urbana, in lui si scatena il dramma della solitudine del genio che è totalmente isolato e non trova, come detto, un valido dialogo dove convogliare il proprio malessere.
Riporto da una pagina d’”arte e cultura triestina” quello che è il sunto essenziale della sua personalità poetica:
«La calabresità di Calogero, intellettuale puro, è insita nella sua coscienza, plasmata dal bagaglio di religiosità, tragicità, assolutezza dei valori universali, fierezza, e anche da un contrasto di sentimenti: caparbietà e ostinazione, rassegnazione e fatalità».[16]
Calogero volentieri si rivolge a Dio [a colui che anche simbolicamente potrebbe rappresentare un padre assoluto che non sempre dà delle risposte chiare, ma Dio è anche l’indispensabile alterità] Sono ancora le sue stesse parole che rivelano l’enigma tra speranza e delusione: «Tutto a Dio debbo riferire il bene della mia vita capricciosa si labile come passa.(.)Il mio torto è stato di chiedere aiuto a degli esseri umani. Dovevo chiederlo a Dio(.)Sconfiggi la mia buia pena, fai nascere il tuo dolore, o Signore. (.)».
Sigmund Freud scrisse in una sua opera del 1920,[17] a proposito dell’enigma del suicidio che: « nessuno, forse, troverebbe l’energia psichica per suicidarsi, se innanzitutto in questo modo non uccidesse insieme anche un altro oggetto con cui si è identificato, e se inoltre così facendo non volgesse contro se medesimo un desiderio di morte che prima era diretto contro un’altra persona».
Termino
Per quanto si vuole interpretare l’inconscio dell’essere umano, permane sempre una parte della psiche che non si lascia raccontare. E’ tutto un intreccio di chiaroscuri, ora sublimi ora amari, mai in grado di mettere in luce l’ignoto insito dell’essenza dell’uomo.
L’inconscio stesso è metafora di un incomprensibile assoluto. La reazione dell’uomo, di fronte all’incomprensibile, balza o nell’orgoglio cieco delle passioni sfrenate, o attraverso una ragione illuminata.
Le cesure dell’anima umana fanno trasparire il tormento che anela ad esprimersi attraverso la parola. C’è nella richiesta d’aiuto l’esigenza di spegnere una sete infinita. La fauce ora sterile ora pulsionale è sempre cieca. Prima ancora della parola, forse, solo le lacrime sincere (dell’arrendersi ai fatti senza manipolarli) possono trovar la via di una possibile consolazione.
Il poeta attraverso le sue lacrime dovrebbe esprimere, prima che nella poesia scritta, la sua coeva esistenza. Le lacrime, appunto sono sempre la manifestazione finemente psicosomatica [Nefes, espressione ebraica antica che significa anima- corpo][18] di un’espressione interiore che se non ostacolata non degenererà nel patologico quale il suo contrario: il pianto isterico che denuncia un’ interiore scissione tra il voler manifestare e inibire, nello stesso istante, quell’emozione sconosciuta che con tenacia ci angoscia.
Gioia o dolore che manifestino, le lacrime, danno l’idea dello iato misterioso che libera l’anima rendendola “visibilità”, carne, e infine poesia.
Sarà la consapevolezza del poeta (che non è mai appagata appieno) a trovare nella strategia del linguaggio lo sciogliersi dell’insopportabilità dell’esistenza e far che l’anima sia il meno possibile il soggiorno dell’inquietudine.
Dr. Giovanni Allotta
Filosofo-Psicoanalista
membro ordinario della
Associazione Europea di Psicoanalisi
Conferenza tenuta a Trieste il 06.02.2008.
Su richiesta del Centro Studi Calabresi
del Friuli Venezia Giulia
Alla Sala Barboncini delle Assicurazioni Generali
alle 17.30, Via Trento 8. TRIESTE
[1] In parole più semplici si tratta della sublimazione.
[2] Psicoanaliticamente si dice il fantasma.
[3] Da Inconscio-rimosso, preconscio, coscienza, modello topico passa a quello strutturale di Es, Io, Super Io.
[4] Cfr S. Freud, Al di là del principio del piacere, a cura di Alfredo Civita, Mondatori 1995.
[5] Cfr Patrik Landman, Freud, Xenia, MI 2000.
[6] In contrapposizione con le pulsioni di morte. Vedi Jervis-Bartolomei, Freud. Carocci 1996.
[7] Pseudonimo di Umberto Poli.
[8] Trieste Saba e la Psicoanalisi: Mostra, a cura di Anna Maria Accerboni Pavanello, p. 38. Trieste, ottobre 1983. Comune di trieste.
[9] U. Saba: Il piccolo berto: congedo. Il canzoniere.
[10] U. Saba, da una lettera a J. Flescher, dd. 3 aprile 1949.
[11] Cfr: Arte e Psicoanalisi nella Trieste del Novecento: Civico Museo rivoltella, TS 2004.
[12] Giani Stuparich, Trieste nei miei ricordi, Garzanti, 1948.
[13] Op. citata.
[14] Accerboni, op. citata, pp. 13-17. Inoltre vedi nella teoria psicoanalitica il beneficio secondario della nevrosi.
[15] Poesia riportata su Trieste & Cultura, vedi nota 17.
[16] Cfr: ibidem
[17] Da: Psicogenesi di un caso di omosessualità femminile, vol. VI 1920.
[18] Nefes in ebraico è il termine che designa l’anima in senso psicosomatico: anima-corpo.
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