Associazione Europea di Psicoanalisi

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DALLA STAMPA


L'AEP ha dimostrato sin dall'inizio di essere molto interessata e vigile rispetto agli eventi politici che toccano la psicoanalisi in Europa. La regolamentazione della nostra pratica nei vari paesi dell'unione è una questione della massima importanza che fa passare le altre questioni sulla ricerca, la teoria ecc in secondo piano. ne va in effetti dell'esistenza stessa di una psicoanalisi europea che rischia fortemente, come è accaduto da tempo, per esempio in America, di venire inglobata nel discorso medico perdendo così la specificità che le è propria, quella inerente cioè al suo statuto di scienza dell'inconscio come alternativa alla psicoterapeutizzazione statale del disagio spacciato per malattia alla quale J.A. Miller attribuisce l'inquietante appellativo di "igienismo autoritario". Pubblichiamo qui di seguito una bella intervista del lacaniano Eric Laurent rilasciata a Massimo Recalcati per il quotidiano Il Manifesto (21 Febbraio 2004) nella quale viene presentata la posizione degli intellettuali francesi sulla questione in dibattito all'Assemblée Nationale.

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INTERVISTA
Strategie di controllo sulle vie alla felicità

Incontro con Eric Laurent, allievo di Lacan, e impegnato nel movimento di difesa per il diritto soggettivo alla scelta della cura alla sofferenza mentale. Una battaglia civile contro la minaccia dell'emendamento Accoyer, che ha visto schierati intellettuali tra cui Philippe Sollers, Bernard Henry Levy, Elisabeth Rudinesco.


MASSIMO RECALCATI
Un deputato della maggioranza dell'Assemblea nazionale francese di nome Accoyer aveva presentato, nell'ottobre scorso, un progetto di legge, divenuto noto come «emendamento Accoyer», finalizzato a definire e a regolare l'esercizio della psicoterapia in Francia. In seguito, altri emandementi (Giraud e Mattei) si sono susseguiti con la stessa finalità: rafforzare le norme che disciplinano il rapporto tra i terapeuti e i loro pazienti. Il diritto alla scelta della terapia e del terapeuta da parte del cittadino viene così bruscamente revocato a vantaggio della psichiatria medico-universitaria e della sua relazione privilegiata con gli interessi economici delle grandi case farmaceutiche. Sarà una macchina di valutazione a distinguere le terapie efficaci da quelle che si pretende non lo siano, e sarà il potere medico-psichiatrico a indicare ai pazienti le cure e i terapeuti. Da allora a oggi, grazie soprattutto all'impegno di Jacques-Alain Miller, erede e prosecutore dell'insegnamento di Jacques Lacan, è sorto in Francia un ampio movimento di protesta costituito da psicoanalisti, psicoterapeuti, psicologi e intellettuali (tra i quali Philippe Sollers, Bernard Henry Levy, Jean-Claude Milner, Elisabeth Rudinesco) capace di riunire attorno a sé un entusiasmo che a molti ha ricordato quello «eroico» della primavera del `68. Contro l'istanza di controllo che permea questi progetti di legge, il movimento psicoanalitico si batte per la difesa del diritto soggettivo alla libera scelta del proprio terapeuta e, dunque, della cura, configurando una battaglia civile, contro le pretese prescrittive dello Stato di intervenire direttamente in un campo così intimo com'è, appunto, quello della «terapia dell'anima».

I sostenitori dell'emendamento legittimano le loro iniziative a partire da una motivazione morale (relativa alla necessità di proteggere i malati) e da una valutazione epistemologica dei risultati terapeutici. Quel che si propongono è arginare il «potere grigio del «valutatore», che si vorrebbe paradigma di un nuovo regime, in cui si confondono «igenismo» e «scientismo». Il principio freudiano per il quale ogni caso clinico è unico e incomparabile viene stravolto dall'esigenza di rendere tutto misurabile, brutalizzando l'elemento qualitativo e irriducibile della cura in una serialità anonima e quantitativa.

Nel contesto di un Forum organizzato dalla Scuola lacaniana di psicoanalisi, in solidarietà con i loro colleghi francesi, abbiamo incontrato Eric Laurent, allievo diretto di Jacques Lacan, amico e compagno di avventura di Jacques-Alain Miller.

Quale sarà, secondo lei, l'avvenire della psicoanalisi nell'epoca del dominio incontrastato del mercato, oggi che la società adotta il farmaco o l'oggetto-gadget come rimedi al male di vivere?

Al momento siamo sommersi da una utilizzazione deviata, massiccia e senza sosta dei farmaci. Tutti i farmaci, specialmente quelli psicotropi, sono utilizzati al di fuori delle loro indicazioni strettamente scientifiche. I fabbricanti spingono per vendere i loro prodotti in un mercato high tech molto competitivo, a fronte di consumatori che domandano, come sempre, la panacea di tutti i mali. Il movente di questo uso debordante, eccessivo, sintomatico, è la paura. La società del rischio è una società della paura.

In un recente intervento a un Forum del movimento psicoanalitico svoltosi a Parigi, Bernard-Henry Levy invitava lacaniani e foucaultiani a unire le loro energie intellettuali contro l'ideologia di quel che Jacques-Alain Miller ha definito «igenismo autoritario», votato a ibridare il potere medico con quello poliziesco. In che senso Lacan e Foucault s'incontrano su un terreno comune?

Il punto in comune tra Foucault e Lacan è la denuncia della collusione delle pratiche tra il campo psicoanalitico e l'esercizio del potere. Questa alleanza produce senza tregua nuove tecniche di gestione delle popolazioni. Foucault ha lungamente descritto la nascita di queste «discipline del peggio», e Lacan ha riassunto ciò che condivideva con Foucault dicendo che «la psicoterapia riporta al peggio»: riporta effettivamente al peggio se dimentica il suo orizzonte etico. Non deve mai congiungersi con ideali che caricano di pesi sempre maggiori le nostre spalle, anche se si tratta di miraggi edonisti come quelli della nostra civiltà.

L'igienismo autoritario impone regole universali, valide per tutti, senza tener conto delle particolarità soggettive. La psicoanalisi, invece, insegna che la cura non risponde ad alcun criterio comparativo. Freud consigliava lo psicoanalista di accogliere ogni volta un paziente come se fosse il primo, evitando di applicare una procedura standard della cura.

Il nuovo igienismo è uno dei volti del peggio. È il momento di ricordare i termini di un colloquio di Lacan rilasciato a Panorama nel 1974, e pubblicato questo mese nel Magazine Littéraire: «Quando sento parlare di uomo della strada, di fenomeni di massa e di cose di questo genere, penso a tutti i pazienti che ho visto passare sul lettino in quarant'anni di ascolto. In qualche misura nessuno è simile all'altro».

La regolamentazione della professione dello psicoterapeuta sembra essere un'esigenza della società civile: bisogna proteggere i malati, le persone sofferenti, bisogna garantire loro un intervento qualificato, difendendo dai ciarlatani il diritto alla salute...

Non c'è peggior ciarlatano di un ciarlatano «diplomato». Riservare la pratica della psicoterapia ai laureati in medicina e agli psicologi, quando questi studi non comportano alcuna preparazione alle psicoterapie relazionali, è semplicemente assurdo. Il grado universitario non si presta ad approvare una esperienza cosi singolare com'è, per esempio, quella di una analisi personale, esperienza che è un requisito essenziale per poterla praticare in seguito. Solo gli psicoterapeuti «puramente tecnici», come i terapeuti cognitivo-comportamentali, possono fare a meno della formazione legata all'esperienza personale, i cui effetti sono giudicabili dalle associazioni private, che perciò ci auguriamo verranno prese in considerazione dallo Stato. Una legge si rende necessaria per proteggere l'intimità dei praticanti dell'ascolto e dei loro pazienti.

La pratica della valutazione è inevitabilmente una pratica di controllo; ma a chi spetta effettuarla, e secondo quali principi valutativi? Sono questioni che dilagano nelle società a capitalismo avanzato. Basti pensare a quello che è accaduto in Italia col caso Parmalat.

I principi di valutazione dell'efficacia delle psicoterapie valorizzano la breve scadenza. Come per quel che riguarda la borsa, si privilegiano i risultati a tre o a sei mesi, a scapito del futuro a lungo termine. Ne abbiamo visto le conseguenze appunto nella deriva del capitalismo borsistico, in cui per abbellire dei risultati hanno sacrificato l'avvenire. Allo stesso modo, nel campo della psicoterapia, i valutatori si regolano sulla breve scadenza, e perciò definiscono dei «sintomi bersaglio», che devono essere ridotti. Le procedure più rapide sacrificano la considerazione delle trasformazioni durature, e che necessitano di tempo, ovvero l'obiettivo della psicoanalisi e delle terapie relazionali. Il risultato produrrà gli stessi effetti riscontrati sui mercati azionari: un imbroglio.

Massimo Recalcati, Il Manifesto, 21 Febbraio 2004, pag. 13


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