|
|
Associazione Europea di Psicoanalisi |
NEWS
PSICOANALISI ED EBRAISMO
INTRODUZIONE
Da anni m’interesso di “Psicoanalisi ed Ebraismo”, e ho curato una dettagliata ricerca su “Sigmund Freud: psicoanalisi ed ebraismo nella Vienna mitteleuropea”.
Questo argomento offre un materiale gravido di documentazioni pro e contro una simile asserzione.
Psicoanalisi ed Ebraismo!
Come intendere un tale binomio, in che modo combinare questi due termini, che da una parte propongono una considerazione affascinante ma nello stesso tempo un problema non facilmente risolvibile?
Oggi desidero esporre questo tema basandomi sopratutto su un documento già da me visto a suo tempo ma mai preso direttamente nella mia disamina.
A distanza d’anni, proprio in questi giorni, l’ho ritrovato, e inaspettatamente mi ha fatto prender coscienza della sua brillante esemplificazione sul dilemma che c’importa. Il testo s’intitola: “LA PSICOANALISI COME DESTINO CULTURALE EBRAICO”.[1]
L’autrice è la scomparsa professoressa triestina Anna Maria Accerboni Pavanello, docente universitaria e storica della psicoanalisi.
A prescindere dalla profonda riconoscenza che le devo [ho avuto anche la fortuna di conoscerla personalmente], la scelta d’esporre in gran parte questo suo lavoro è per il valore del materiale che s’integra con quello già in mio possesso. L’Accerboni, inoltre, espone il problema dell’ebraismo nella psicoanalisi in una forma particolarmente dimostrativa, per me, eccezionale.
ENTRIAMO NELL’ARGOMENTO
Durante la prima guerra mondiale, dal fronte russo, il giovane medico triestino Eduardo Weiss, passò per Vienna. Aveva ottenuto una breve licenza e faceva già parte dell’Associazione Psicoanalitica Viennese. Incontrandosi con Sigmund Freud si sentì chiedere un parere sull’andamento della guerra.
Weiss, da triestino, aveva sentimenti filo italiani, ma non voleva dispiacere al suo professore, perciò gli rispose: “Lei sa, io sono ebreo e mi occupo della sorte degli ebrei”.
A Freud questa risposta piacque particolarmente!
Il suo giovane allievo aveva trovato, nella loro comune origine ebraica, l’elemento cardine che annullava le contrapposizioni nazionalistiche e lo spirito di parte.
Freud stesso, anni prima, aveva dato una risposta simile allo psichiatra francese Charcot [che applicava l’ipnosi e che per primo, con questo mezzo, scoprì la funzionalità psicogena (non quindi organica) dell’isteria].
Gli fu, allora, chiesto un suo parere sulle tensioni esistenti tra la Francia e la Germania. Freud, ritenendosi ebreo austriaco ma tedesco per formazione e cultura, rispose di non sentirsi né tedesco né austriaco ma ebreo!
Freud e Weiss risaltarono la loro identità ebraica non come una mera formula diplomatica. Comprendevano benissimo la portata della situazione storica e politica che li coinvolgeva in avvenimenti angosciosi.
Avveniva, per quella loro generazione, il crollo brutale dello spirito che nel 1848, in Austria, per decreto imperiale, tolse alla nazione ebraica tutte le restrizioni economiche sociali grazie al processo di “Liberalizzazione”.
La conseguenza infausta fu il venir meno di quei valori umanitari, di tolleranza e universalità caratterizzanti la Mitteleuropa.
Gli intellettuali ebrei, visti i tragici eventi, tentarono di sopperire alle contrapposizioni nazionalistiche e allo spirito di parte con l’idealizzare ancor più fortemente i valori universali della civiltà e della cultura.
Lo studioso americano Denis B. Klein [cfr Accerboni, p. 182 op. citata] ci spiega come attorno al 1890 un numero non indifferente d’ebrei iniziò a reagire alla distinzione “ebrei, non ebrei”.
In concreto, gli ebrei non accettarono l’isolamento, ma reagirono alla decadenza degli ideali illuministico-liberali. Rafforzarono la propria identità nazionale non separandosi definitivamente delle loro antiche tradizioni culturali. Inoltre, col venir meno del liberalismo politico, aggregarono a sé anche il fondamento della tradizione liberale austriaca, ormai in declino. La loro identità nazionale si coniugava al principio di un popolo ben saldo ai principi dell’illuminismo liberale. [Cfr Accerboni: Klein 1982, p.16.]
L’Accerboni dà rilievo, assai bene, al vero motivo recondito che stava alla base della contentezza di Freud, in merito alla risposta datagli dall’allievo Waiss.
“Il professarsi ebreo costituiva agli occhi di Freud anche una benemerenza particolare dal punto di vista psicoanalitico. Freud non solo riteneva di dover alla sua natura d’ebreo quel coraggio fiero e quell’indipendenza di giudizio, senza i quali non sarebbe probabilmente riuscito a sopportare l’enorme carico di solitudine e trasgressione che aveva comportato l’esplorazione del sottosuolo della coscienza, come altrettanto era convinto che ci fosse negli ebrei una maggior predisposizione ad apprendere quelle dimensioni della realtà psichica che avevano portato alla scoperta della psicoanalisi.” [Accerboni p. 185].
A questo punto affermerei, per quanto è stato finora esposto, che è scontato il rapporto tra l’ebraismo di Sigmund Freud e quello, oltre che di Weiss, di tutti i suoi primi allievi.
Pone invece problema se al di là dal processo d’identificazione di Freud col proprio ebraismo sussiste altrettanto un consolidato rapporto con la sua privilegiata produzione intellettuale.
Intendiamo qui la psicoanalisi (che egli stesso la chiamò spesso “la mia creatura”), ossia, se questa attinse anche la linfa da significativi retaggi della conoscenza ebraica.
Peter Gay è un recente biografo di Sigmund Freud [Freud, ed. Rizzoli 1988]; nel suo libro: Un ebreo senza Dio, [ed. Il Mulino, 1989] cerca di collocare in una possibile prospettiva la complicata questione dell’ebraismo di Freud e dell’implicazione di quanto questo fatto trovi poi comparazione nella complessa struttura della psicoanalisi.
Il lavoro di Gay è assai articolato pertanto dobbiamo accontentarci di esporre frettolosamente la sua conclusione. Per lui, le pretese d’ebraicità della psicoanalisi basate sui materiali o sul suo patrimonio intellettuale sarebbero senza fondamento.
Non sono di questo parere gli autori e commentatori come: David Bakan, David Meghnagi, Iakob Essing, Iacov Levi, Richard L. Rubenstein, Michael Eigen e Yhosef H. Yeruschalmi.
Questi autori hanno esaminato il problema sull’ebraicità della psicoanalisi da diversi, interessanti e complessi punti di vista, altrettanto razionali.
A mio modesto parere le asserzioni di Gay non vanno assolutamente scartate, ma probabilmente partono da un esame dove la psicoanalisi è colta da un punto di vista, per quanto obiettivo, troppo vicino al modo attuale di considerarla.
Giancarlo Ricci [cfr. Sigmund Freud, Mondatori 1998] infatti, evidenzia che esiste tutta una “preistoria della psicoanalisi” che va riconsiderata per riportare alla luce del presente i frammenti della sua prima e intricata evoluzione.
Possiamo, anche, in sintesi, considerare quanto esprime David Rapaport[2] nel primo capitolo della sua: Struttura della teoria psicoanalitica, il quale –autorevolmente- conferma che nelle influenze culturali e negli orientamenti fondamentali della psicoanalisi ha il suo rilievo la tradizione ebraica insita nel pensiero di Freud, quindi presente nel suo metodo di teorizzare e quanto, su questo versante, ci sia ancora assai da esplorare.
Wittels (1924), T. Reik (1940) ed Erikson (dal 1954 al 1956) hanno tentato di chiarire alcuni aspetti importanti sulla questione dell’ebraismo nella psicoanalisi. Si arriva col sostenere che “forse molto di ciò che noi attribuiamo all’interesse di Freud per la letteratura proviene invece dalla “tradizione del popolo biblico”. Il metodo associativo e interpretativo ha alcuni archetipi principali nel metodo del Talmud (…)”.[3] [Rappaport, 1969, pp. 21-22]
VIENNA
Penso che nessuno come Bruno Bettelheim [La Vienna di Freud, Feltrinelli 1990] potrebbe scrivere la Vienna di allora come lui la riporta:
Mai le cose erano andate meglio, e, al tempo stesso, mai erano andate peggio: questa strana simultaneità, spiega, a mio avviso, come mai la psicoanalisi, che si fonda sulla comprensione dell’ambivalenza, dell’isteria e della nevrosi, nacque a Vienna e non sarebbe potuta altro che nascere a Vienna. E la psicoanalisi non fu che uno dei grandi sviluppi intellettuali verificatosi a Vienna in un momento storico in cui la diffusa consapevolezza del declino dell’impero riduceva le èlite culturali viennesi a voltare le spalle a qualunque impegno politico e a disinteressarsi del mondo esterno per rivolgere l’attenzione al mondo interiore. Bettelheim, p.p. 18-19; cfr. Allotta, Tesi, p. 12.]
Dal profilo biografico per immagini su Freud di K. R. Eissler [Boringhieri 1976, pp. 10-38.], desidero riportare qui un’altra considerazione di rilevanza storica che evidenzia il momento fortuito per la nascita della psicoanalisi.
“…occorre rammentare che gli ebrei si conquistarono l’emancipazione verso la metà del XIX secolo: se l’accesso alle università e alle altre forme d’istruzione fosse stato ancora loro vietato, l’opera di Freud non sarebbe ovviamente potuta nascere”.[cfr. Allotta, Tesi, p. 35].
IL GIUDAISMO DEL PADRE
Storia di un conflitto generazionale
Tutto altro che irrilevante è la considerazione che si deve fare sul tipo di padre ebreo del XIX secolo!
Il giudaismo del padre è l’argomento principale per la comprensione della nascita della psicoanalisi e della sua possibile connessione con l’ebraismo in generale. Fu nella propria “auto analisi” che Freud intuì l’illuminante ruolo del fantasma paterno. L’analisi del ruolo paterno nella psiche fu l’incentivo imprescindibile, la fonte originaria, di tutta questa nuova scienza.
Il giudaismo del padre, ancora, è quell’elemento che accomuna tutti i primi seguaci di Freud.
Nella maggior parte dei casi si trattava di personalità paterne legati alle tradizioni religiose antiche, e grazie al processo “d’emancipazione” erano prototipi uomini d’affari del mondo mitteleuropeo, di fine Ottocento. Stefan Zweig [Il mondo di ieri] descrisse assai bene, assieme ad altri scrittori su questi genitori di figli famosi. Sostanzialmente la figura del padre era quella dell’erede umanista, liberale e borghese. Rilevanza di personalità peculiare che, inoltre, s’ espandeva su tutto un vasto territorio geografico, specifico: l’Impero Austro Ungarico era pressa a poco paragonabile a quello del sacro Romano Impero.
Questi padri, segnarono anche la crisi della civiltà mitteleuropea. Risultarono figure emblematiche di tante complessità reali e fantasiose per quei figli.
Figli che dei propri padri introietteranno qualcosa d’indefinito e nello stesso tempo d’inconciliabile.
Uno dei casi estremi, per quest’inconciliabilità della figura paterna dentro di sé, è probabilmente dato dal fenomeno “dell’ebreo e l’odio di se”. [cfr. Allotta, Tesi, pp. 31-33.] Otto Weiningher, [autore di Sesso e carattere] filosofo e scrittore, visse esemplarmente quest’odio contro di sé, perché ebreo. Estrema conseguenza fu il suo suicidio, nel 1903, avvenuto nella casa dove era morto Beethoven, fatto che sconvolse tutti gli intellettuali viennesi. [Allotta, ibidem]
Psicoanaliticamente, accanto all’immagine del padre amato, rimpianto e ammirato riemergono anche i tratti fantasmatici del padre severo e onnipotente dell’infanzia, dietro il quale è ravvisabile il padre del complesso edipico.
Marthe Robert nel suo saggio Da Ediopo a Mosè, 1981, [cfr. Accerboni p. 197] spiega che la psicoanalisi porta il marchio profondo delle sue origini […] particolarmente dall’autoanalisi del suo creatore. Si tratta, sempre secondo la Robert, di un’esperienza inedita perché non si divulga un padre indeterminato quanto si tratta di Jacob Freud, un padre ebreo, vale a dire lo stesso padre di Sigmund Freud.
Il complesso edipico oggi è riconosciuto, quasi concordemente, come il dramma umano per eccellenza. Sigmund Freud lo raffrontò con la figura paterna di Jacob Freud, ebreo galiziano. Questi, poi, non si sarebbe mai immaginato né sognato di prendere (fantasmaticamente) il ruolo del leggendario padre greco. [cfr. Robert, op. citata, pp. 10-11; Accerboni p. 197]
Considerazioni sul Movimento psicoanalitico.
I primi seguaci di Freud nel 1907, che si riunirono attorno a lui, nelle riunioni del mercoledì, erano 17 e tutti ebrei.
Come l’Accerboni dà risalto, e a me non resta che confermarlo pienamente, alcuni di loro avevano una concezione decisamente etica della psicoanalisi.
Essi videro realizzarsi una speranza messianica.
Attraverso le scoperte psicoanalitiche, che misero a nudo l’animo umano, desideravano migliorare l’umanità rilevando i danni che causavano il mondo contemporaneo, e la civiltà in generale, sull’individuo al quale era imposta un’eccessiva repressione sessuale.[4]
Weiss contemplò, pure lui, la psicoanalisi in questa dimensione etica. La conferma è data da due sue lettere indirizzate al proprio analista, ebreo, Paul Federn, nel 1934.
Il medico triestino, dà, in generale, dei giudizi duri e sconsolanti sulla persona umana. Sogna, inoltre, la creazione di un’utopica colonia dove trovano un’adeguata espressione “persone degne di ritenersi tali”. Nella successiva, invece, sembra sperare che la psicoanalisi, nonostante tutto ciò la circonda, possa concorrere al miglioramento dell’umanità.[5] [Cfr. Accerboni, pp.188-189.]
Negli anni universitari Weiss fu amico, e mantenne l’amicizia con lo psichiatra e psicoanalista croato Viktor Tausk. Fu egli un eminente intellettuale nella cerchia del Circolo viennese e fu più che convinto che esistesse un rapporto forte tra ebraismo e psicoanalisi. Questo si ricava dalle testimonianze di Lou Andreas Salomé. [Cfr. Accerboni, p. 190.]
Tausk scrive come: “[…]la pratica della psicoanalisi sia affidata quasi esclusivamente ad elementi ebraici […]come in decrepiti palazzi la struttura interna affiori più visibile dalle crepe delle mura, invitando all’indagine, mentre si cela nelle belle case nuove dalle facciate compatte, che sono ammirate unicamente per le loro linee architettoniche”. [Accerboni, ibidem p. 190; cfr. Salomè., I miei anni con Freud. Roma, Newton C. 1977, p. 88.]
Ipotizza l’Accerboni che non sarebbe fuori luogo, visto il loro rapporto d’amicizia, ritenere un reciproco scambio d’idee tra i due proprio in merito alla natura ebraica intrinseca della psicoanalisi. Tausk era particolarmente maturo da poter influenzare intellettualmente le idee di Weiss.[Accerboni, p. 190]
Tra l’altro lo stesso Weiss rafforzò l’idea del rapporto tra psicoanalisi ed ebraismo grazie ad un trattamento psicoanalitico fatto su un figlio di rabbino nell’analizzare un suo sogno. [Accerboni pp. 190-191]
In un articolo scientifico, Weiss, intitola questa sua esperienza analitica come: Materiale totemico in un sogno. L’articolo fu pubblicato nel 1914. [Accerboni, pp.190-191.]
L’analisi del sogno, di quel suo primo paziente, assolutamente digiuno di teorie psicoanalitiche confermava, a Weiss, le deduzioni esposte da Freud sull’origine della religione in Totem e tabù con l’estensione etnologica del complesso edipico, poi riportato nella teoria dello sviluppo sessuale infantile.
Perfino il poeta triestino Umberto Saba, riteneva la psicoanalisi “un prodotto dello spirito ebraico”. Lui, pur amando la psicoanalisi ignorava la specificità delle dottrine psicoanalitiche.[Cfr. Voghera: Accerboni, p. 194]
IN CONCLUSIONE
Purtroppo il tempo ci costringe a terminare quest’argomento, che richiederebbe successivi appoggi comprovativi e confermativi.
Tuttavia, già in base a queste relative supposizioni: quali conclusioni?
Personalmente sono concorde, in generale, con quegli studiosi che “attraverso le connessioni biografiche, storiche e ambientali” [Cfr. Accerboni, p. 201] vedono in Freud e in alcuni dei suoi primi seguaci ( soprattutto agli inizi della primaria riflessione psicoanalitica) una notevole impronta della tradizionale “sapienzialità” ebraica; in altre parole di quel procedimento d’interrogarsi sull’essenza dell’esistenza umana, attraverso articolati metodi e strategie emozionali[6] ed intellettuali. Hanno saputo evidenziare l’originalità di un ebraismo capace di cogliere appieno la strada per leggere “dentro” una gran parte dei misteri del genere umano.[7] [Allotta]
Se Edipo è stato il punto di partenza della psicoanalisi e se dietro Edipo sta anche la figura di Mosè, come ritorno del rimosso, queste sono le scoperte intuitive, per quanto forse scioccanti, fatte in se stesso da Freud; sono inoltre le parti essenziali dalle sue esperienze cliniche. Egli si fonda nella cultura ebraica quanto nella passione per la cultura tedesca. E’ stato particolarmente capace di riflettere secondo le speculazioni scientifiche del Positivismo col quale anche ha saputo esprimersi rigorosamente.
Si è voluta vedere, inoltre, la psicoanalisi come scienza ebraica intendendola, oltre che con il disprezzo razziale, una dottrina incapace d’inserirsi in un discorso seriamente scientifico.
Non si vede comunque neanche un serio perché le sue teorie non possano concorrere all’esigenza d’universalità che è propria di tutte le scienze. La psicoanalisi, ovvio, non può considerarsi una matematica né una scienza della natura. [Allotta]
Si potrà, comunque, così facilmente smontare tutto ciò che Sigmund Freud ha scoperto?
Egli ha saputo trovare le leggi e costruire quelle fondamentali teorie su cui si basa l’irrazionalità, ossia la dinamica “illogica” del nostro inconscio. [Allotta; Cfr: L. C. Musatti, Freud con antologia freudiana, Boringhieri1970, p. 55][8]
Dr. Giovanni Allotta
Filosofo- Psicoanalista
Membro ordinario dell’Associazione
Europea di Psicoanalisi
Conferenza tenuta giovedì, 17 aprile 2008
presso l’anti Sala Barboncini delle Assicurazioni Generali
Via Trento, 8 TRIESTE (per l’Associazione Italia Israele-Trieste)
[1] Anna Maria Accerboni, La psicoanalisi come destino culturale ebraico, Da “Il piccolo Hans in rivista di analisi materialista e vedi anche: Antonio Vitolo, Radici della cultura laica, Borla, Roma 1997.
[2] David Rapaport. Struttura della teoria psicoanalitica, Boringhieri 1969. Cfr. cap. 1: Influenze culturali e orientamenti fondamentali, pp.18-22. Rif. p. 21.
[3] Su quest’argomento il Rapaport termina: “Ma il grado di familiarità diretta di Freud con la sua tradizione ebraica e gli effetti di questa sul suo pensiero non sono ancora stati ben documentati”. In questo periodo però questi effetti, affrontati in parte nelle mie ricerche, alcuni dei quali inseriti anche nella mia Tesi Universitaria, sono assai più dimostrabili che non nel 1969.
[4] Tesi che poi porterà avanti H. Marcuse.
[5] Tuttavia il pessimismo di Weiss, come quello d’altri analisti va visto in previsione di un terrore per qualcosa d’incerto e nello stesso tempo di concreto. In fin dei conti ciò si fondava su delle intuizioni: la Shoah, o lo spirito di una distruzione imminente, si sentiva per l’aria!
[6] Per emozionale qui non s’intende irrazionale ma si vuole indicare letterature ebraiche interessanti e costruttive come può essere, per esempio, la creazione del Midrash.
[7] Questo ovviamente non si è realizzato solo ed esclusivamente attraverso la psicoanalisi.
[8] “L’edificio costruito dalla psicoanalisi è un edificio rigorosamente logico, ma la sua logica è la logica dell’irrazionale.”
webmaster: Angelo Conforti