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Associazione Europea di Psicoanalisi |
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PSICOANALISI E FIGURE DEL FEMMINILE IN ITALO SVEVO E CORRADO ALVARO
Cosa s’intende per femminile?
[Ciò vale a chiedersi per il maschile]
Come inquadrare l’ottica di un femminile oggettivo, dentro il Sé: ossia come possiamo vivere in noi stessi il nostro maschile e femminile?
Inoltre come viviamo la donna o l’uomo che sta di fronte a noi?
Li percepiamo quali essi si pongono oggettivamente, oppure proiettiamo in loro desideri e fantasie inconsce che ce li fanno vivere in una certa maniera piuttosto che in un’altra?
Diversi anni fa ebbi l’occasione di parlare con una giovanissima studentessa ebrea israeliana, su come fosse per un uomo difficile leggere le raffinate sfaccettature che la donna propone di sé.
Freud, per esempio, definì il mondo della donna come il «continente nero», cioè un mondo ancora tutto da esplorare.
La giovane Scherith [così si chiamava], disse:
«anche per me che sono donna spesso è assai difficile vivermi, capirmi e accettarmi per quella che sono, a volte sento perfino fastidio di me stessa».[1]
Riflessione che può serenamente tradursi anche nel suo opposto: è valida anche per un maschio poiché per lui altrettanto può essergli difficile viversi, capirsi e accettarsi per quello che è.
Considerare con assoluta certezza in cosa consista l’identità di maschio o femmina è sempre abbastanza difficile da percepirsi e d’esprimersi attraverso chiarezze verbali o descrittive.
Spesso si sente grossolanamente dire che:
«In ognuno di noi coesistono un maschio e una femmina»; intendendo che si presuppone un’alternanza potenziale d’identità maschile e femminile già in sé, che si combina o si scinde (…) nello stesso individuo.
Si “ricapitola”, in sostanza, il mito primordiale dell’androgino.
Non è ora possibile trattare come si vorrebbe tutto quel nucleo di problemi organico e psico-evolutivi orbitanti attorno alla bisessualità del bambino e della bambina; sul tema della tipicità dell’Edipo che si diversifica sia nel maschietto che nella bambina e poi sul vasto tema del Narcisismo fino ad arrivare alla “destinazione” ultima dell’identità uomo, donna attraverso il primato della genitalità.
Ovviamente a tutto ciò si infiammano interessanti contestazioni, facenti parti delle controversie teoriche psicoanalitiche, ossia le attuali critiche alla teoria psicoanalitica che hanno luogo anche nel mondo della psicoanalisi stessa.[2]
Possiamo accordarci, in ultima sintesi, sul significato che oggi si ha di Femminilità e che riassume la tematica, senza contrastare troppo con la teoria psicoanalitica.
In sessuologia, si ricava che storicamente si sono associate alla femminilità particolarità quale: passività, dipendenza, fragilità, intuito, emotività (…). In particolare la femminilità si reputa legata al potere delle donne di sedurre, di farsi amare, di prender cura, di formarsi madri.
Femminilità e mascolinità tuttavia si costituiscono non esclusivamente attraverso lo sviluppo psicosessuale, ma sottendono anche alle inferenze educative culturali che con altrettanta forza risaltano il concetto d’identità. Femminilità o mascolinità più che aspetti precisi della personalità e dei tratti dalla natura e dal biologico appaiono piuttosto essere costruiti socialmente e quindi mutevoli nella storia.
I cambiamenti attuali dei ruoli sessuali hanno rivoluzionato il modo d’intendere la femminilità.
La donna esprime parti di sé che solo da poco sono considerati come tali anche femminili: esprime indipendenza, competitività, razionalità, potere. Esprime dunque una nuova identità che mette perfino in seconda linea la stessa maternità e si porta soprattutto alla realizzazione della propria personalità e indipendenza.[3]
Tralascio ulteriori definizioni sul femminile e le donne che sono ancora più complesse.[4]
Non dovrebbero meravigliarci però questi intrecci complessi della psicoanalisi sulla questione del femminile.
Oggi si è del parere che la psicoanalisi è, sia come processo clinico che culturale, una disciplina sconfinata.
Non la si riconosce più come una scuola di pensiero unitario ma è compresente ad altre discipline scientifiche e sociali, seppure in maniera intricata.[5]
ITALO SVEVO[6]
L’apporto letterario di Svevo è ricco e particolare. Predilige ì filosofi e scrittori realisti e naturalisti del 1800. La sua formazione è prevalentemente affine al pensiero tedesco[7]. Attinge ispirazione da plurimi maestri, tedeschi, francesi e russi. Basti ricordare nomi come Balzac, Flaubert e Zola con quelli di Bourget [creatore del romanzo psicologico] e Dostoievskij; non mancano altri nomi come: Goethe, Schiller, Heine, Jan Paul.
Vive in una città di confine che è Trieste, marginale alla cultura italiana quanto a quella austriaca. Trieste, tuttavia, a causa dei traffici commerciali e della sua posizione geografica, è profondamente immersa nella mentalità mitteleuropea al pari di Vienna, Budapest e Praga.
Al di la della differenza linguistica e dei sentimenti irredentistici Trieste è stata un crocevia europeo ed è in tale contesto che Svevo mostra una cultura “poco” italiana ma “molto” europea.
SENILITÀ [8]
È il romanzo giovanile [1898] di Svevo; anche se non ha raggiunto quell’acume psicologico che si rivelerà poi nella Coscienza di Zeno [1923], convalida già tutti quegli accorgimenti imminenti della trama matura, e definitiva, di tutta la sua opera letteraria.
Svevo dal punto di vista letterario culturale è ben più complesso di quanto lo si presenti.[9] Egli rivela l’eccezionale capacità che ha di comprendere ed esporre tutta la complessità delle dinamiche inconsce. Palesa, seppur fino un certo punto, un forte spirito concomitante e indipendente alle scoperte freudiane. La sua peculiarità d’indagine psicoanalitica è innata; pur conoscendo l’opera di Freud,[10] egli non la coltiverà mai come una disciplina terapeutica e da questo punto di vista ne rimarrà definitivamente ostile!
Senilità appartiene al 1898. In questo racconto Svevo, riferisce la vita interiore dei quattro personaggi principali: Emilio Brentani (protagonista), l’amico Stefano Balli, la bella Angiolina Zorri e, infine, la sorella di Emilio, Amalia [due uomini e due donne]. Effettivamente, come qualche critico ha notato[11], la descrizione del paesaggio triestino si mostra solo come uno sfondo e si mantengono esteriori tutti gli altri ambienti fisici e sociali congiunti al testo.
Tutto l’interesse si gira attorno al pensiero introspettivo del protagonista; infine si osserva come la struttura del romanzo sia “circolare”.[12], Brentani rimane inetto e immaturo, senza apprendere nulla dalle circostanze e dai rapporti. Il Balli anche ripiega nella solita vita senza più frequentare l’amico; Angiolina fugge col banchiere corrotto e Amalia muore.
Senilità[13] esprime lo stato d’animo definitivo di Emilio Brentani e non si tratta di una situazione cronologica ma psichica come seguito privo d’ogni iniziativa che non fa che trasformare la sua vita passata in reminescenze senza più affrontare la realtà, se non deformandola.[14]
La menzogna (intesa come difesa psichica) di Emilio s’inquadra nel termine freudiano di resistenza, ossia esprime l’immaturità dell’Io che vede il mondo reale sempre come minaccioso. Perciò mente agli altri quanto a se stesso, per non prendere coscienza del suo palesarsi come uomo inetto,[15] finito.
Rilevanti dal punto psicoanalitico, in Senilità, sono da considerarsi le interrelazioni dei quattro personaggi.
Non a caso, qualche attento osservatore ha parlato di soggetto multisfacettato.
In altre parole si tratta della capacità di ravvivare molteplici aspetti presenti in una sola persona. Evidenzia la pluralità dei diversi piani esistenti nella psiche di uno stesso individuo senza che egli se ne renda assolutamente conto.
Direi personalmente di più. Le caratteristiche interscambiabili dei quattro personaggi [due donne e due uomini] possono considerarsi a se stanti quanto condensarsi quali stati d’animo opposti, di un unico soggetto.[16]
Altra prerogativa apprezzabile è data dalle personalità opposte tra Brentani Emilio e Stefano Balli [entrambi votati al mondo artistico].[17]; tuttavia in potenza hanno un punto d’unione che li rende simili. La fragilità e l’immaturità; Stefano Balli personifica tutto quel coraggio mancante a Emilio Brentani. Appare come uomo forte, sicuro nei rapporti con il sesso, “un rubacuori”, quanto immancabilmente presuntuoso, onnipotente. Tutto l’opposto di Emilio, insomma.
Emilio permane vittima palese della situazione, Stefano invece occulta il suo limite con la propria visione d’infallibilità.
Non mancano in Emilio connotazioni edipiche nei confronti di Stefano; quest’amico sicuro di se e confidente [se vogliamo anche figura di fratello maggiore] è anche figura prossima paterna.
Concorrente e rivale d’Emilio sia nei confronti di Angiolina che della sorella Amalia. Quest’ultima risulta contemporaneamente sia sorella che figura materna; tanto che Emilio escogita assai bene il modo di distruggere il rapporto amoroso tra lei e Stefano.[18]
Il rapporto tra Emilio e Angiolina più che una relazione sentimentale è un amore tipicamente ossessivo.
Interessanti sono le frasi d’inizio che Emilio dichiara ad Angiolina:
Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia.
In questa situazione, rispetto a ciò che si realizzerà poi, con l’amante Carla in La coscienza di Zeno, egli non riesce a rimanere estraneo ma ben presto precipita [non padroneggia la circostanza amorosa per come s’era proposto] nell’ingorgo passionale dell’irraggiungibilità dell’oggetto amato.
Angiolina inoltre è metafora della donna rigurgitante di salute.[19] e della potenza erotica. Simultaneamente però è amorale, insensibile e bugiarda. Dietro tutto questo suo attivismo sessuale si cela invece la sgradevolezza d’una povertà emotiva.
Queste connotazioni negative Emilio non intende riconoscerle e preferisce “trasfigurare” Angiolina [idealizzarla] in una bellezza angelica rara.
Il suo rapportarsi con Angiolina potrebbe essere anche un modo di amarsi narcisistico; attraverso lei, in tutta quella vitalità e salute attribuitale vorrebbe possederle per sé: essere uomo sano e capace, seppur bizzarro.[20]
Magnifica e particolarmente significativa è la figura di Amalia. Delicata e appartata, raffigurante “a segno” il modello femminile dell’epoca.
Donna votata alla famiglia e al far star bene «il maschio».
Rappresenta nel decoro, l’onorabilità borghese; non le manca l’esemplare caratteristica di reprimere significativamente le proprie pulsioni amorose.
Oltre ciò contempla il tema della morte attraverso il suicidio [nel classico tema di Eros e Thanatos].[21] come soluzione esistenziale per liberarsi delle sofferenze del mondo: altro tema del “degenerare”.[22] Mitteleuropeo.
LA COSCIENZA DI ZENO
Per quanto riguarda questo romanzo [1923, opera della piena maturità letteraria di Italo Svevo] mi limito[23] a poche ma significative considerazioni.
a) Il rapporto di Zeno Cosini con la moglie Augusta e l’amante Carla. Questo rapporto va considerato come una riedizione ed emancipazione psicologica del protagonista con le donne, già intravisto in Senilità.
b) Infine, qualche parola su Svevo e la psicoanalisi e, per concludere il suo rapporto letterario con la cultura ebraica. La qualità costante e certa dei protagonisti [in La coscienza di Zeno] è di rimarcare, appunto, la coscienza, per cui l’ambiente oggettivo esteriore passa in seconda istanza rispetto l’analisi specifica di questo “ ambiente interiore”.
Attraverso Zeno Cosini, nel capitolo riguardante La moglie e l’amante, nel rapporto che egli realizza sia con la moglie che con l’amante Carla, estraiamo la relazione complessa che Italo Svevo ha, in generale, con se stesso e la donna. E da questa situazione tenterei di considerare quale sia poi il rapporto che egli ha con le donne.
Zeno è attratto dalla figura femminile e questa attrazione può paragonarsi alla metafora della sua compulsione per il fumo[è il sintomo è metaforico, e come tale appunto è sempre un paradosso].
Come non può fare a meno di fumare[24] così non può fare a meno di amare una donna brutta come Ada [la moglie] e di tradirla: il tradimento con Carla lo riempie di sensi di colpa.
Qualcuno[25] ha giustamente notato come il suo rapporto con le donne avvenga anche attraverso tratti particolarmente umoristici.
Nella famiglia di Giovanni Malfenti, dove cerca di scegliersi per moglie una delle quattro sorelle che iniziano tutte con la lettera A pur con caratteristiche assai diverse [Ada, Augusta, Alberta e Anna di soli otto anni]. S’innamora pazzamente della più piccola che non è assolutamente in grado di corrispondergli, viene rifiutato da colei che è la più bella e finisce con lo sposare la più brutta e strabica [colei che vede in modo diverso] Augusta [La bruttezza spegne la passione ed è quasi necessario per lui questo spegnimento passionale che però non riesce del tutto a estinguersi tanto che Carla è come il piacere di quella sigaretta che non riesce e non vuole spegnere]. Finisce comunque con l’amare veramente Augusta[26] davvero senza farle trasparire il suo tradimento!
Con Carla, in contrapposizione alla situazione avuta con Angiolina egli non si lascia trasportare totalmente dalla passione, o meglio qui la domina!
Rimanda d’allontanarsi da Carla nello stesso modo con cui cerca di vincere il vizio del fumo, di arrivare finalmente all’ultima sigaretta.
Infine lascia Carla in un modo altrettanto umoristico, tanto da non apparire tale, è l’inconscio che agisce: Zeno fa di tutto per non essere lui ma che sia lei a lasciarlo.[27]
Subentra attraverso tutta questa trama l’acquisirsi in Zeno d’un rafforzamento della saggezza dell’Io perché riesce a destreggiarsi nelle contraddizioni e nell’ambiguità, senza cadere nel baratro di una distruzione completa.
Amando Augusta probabilmente ama la sua stessa rassegnazione, convive - per così dire - felicemente con il chiaro scuro della propria inettitudine.
In sintesi riesce a convivere con quel tipo di nevrosi che possiamo definirla felicemente controllata.
La posizione di Italo Svevo nei confronti della psicoanalisi[28] è avversa. Nella nevrosi lo scrittore trovava il suo senso positivo. Convinto che la vita è una malattia[29] [una malattia necessaria][30] e la realtà è “inquinata” alle radici. Che la terapia possa infine far di peggio[31]. Nell’ultimo capitolo: «PSICO-ANALISI» finisce con l’ipotizzare [o delirare] che qualsiasi sforzo per darci la salute è vano, che gli ordigni hanno violentato o distrutto la natura compreso le sue leggi e che solamente facendo esplodere il mondo è possibile ipotizzare un futuro, cioè l’avvento d’un mondo nuovo, migliore e sano.
Alla fine però è fondamentale comprendere cosa Italo Svevo afferra dalla psicoanalisi.
Egli stesso chiarisce quei spunti in cui si rifà direttamente alla psicoanalisi. Per esempio illustrando tutta la concatenazione del suo rapporto di amore e odio nei confronti del cognato. Lui lo aiuta negli affari tanto che vanno male e lo portano al suicidio. In modo stravagante [umorismo grottesco alla Woody Allen][32] Zeno sbaglia e va al funerale che poi non è quello del cognato ma d’uno sconosciuto.
In concreto Italo Svevo usa la psicoanalisi come «puro metodo conoscitivo», accidente culturale che gli consente di indagare affondo la realtà psichica degli individui e quindi utile come «strumento indagativo» e, per concludere, egli non si è mai lasciato usare dalla psicoanalisi bensì è stato lui a usarla per i propri scopi letterari.
Proprio da questo procedimento di raccontare e raccontarsi s’intravvede perfettamente il romanzo tipico della psiche ebraica.
Espone l’ironia che è poi autoironia, il sarcasmo contro se stesso, sulle proprie disgrazie che è tipico dell’ironia ebraica.
Nell’ebraismo esiste una letteratura vastissima di storie d’ebrei che scherzano e irridono amaramente sulle proprie disgrazie.
In Svevo non si narra di personaggi ebrei ma la struttura delle dinamiche è propriamente sull’ironia della tradizione ebraica.
E’ l’ironia del mondo yiddish come avviene nei film di Wood Allen[33] che è causata dalle “imbranatezze” dovute alla propria incapacità di vivere, di comparire inadeguati al mondo della realtà.
Come s’esprime un’osservatrice[34], bizzarrie pertinenti al rapporto col mondo moderno, dove questo diviene per la maggior parte usuale.
CORRADO ALVARO
[Aprile, 1895- Roma, giugno 1956]
Tutt’altro ambiente di quello triestino e lontano dalla “coscienza” sveviana; questo poeta scrittore e giornalista rappresenta un’area culturale assai diversa se non estranea per chi non ne abbia un’idea concreta della “geografia”dei luoghi dell’Aspromonte.
Lì paesaggi e persone si compenetrano, forse attraverso lenti movimenti di gente tra bianche case di paese, valli d’ulivi verdi in campagne brulle. Città che hanno diverse conformazioni urbanistiche da quelle nordiche, mitteleurope.
La mia disamina su Corrado Alvaro è un po’ riduttiva perché da una parte la critica letteraria non è di mia competenza, e dal punto di vista psicoanalitico, non mi è possibile interpretare un autore la cui cultura è lontana dal mio diretto campo di applicazione. Tuttavia sono aiutato per questa comprensione dalla mia sensibilità di poeta che m’accompagna fin da scolaro e dalle esperienze che riporto dalla Calabria da quando ero adolescente e la frequentavo.
Corrado Alvaro è un illustre “aristocratico d’intellettualità”, figlio d’un maestro elementare.
Nobile d’idee, sentimenti d’un animo ora irrequieto ora, estremamente, pacato.
Esamina molteplici vicende della vita; come uomo e letterato è saldamente concreto quanto eccezionalmente attivo sia nell’impegno intellettuale che in quello sociale.[35]
I suoi ideali risorgimentali vengono feriti e, in ultima analisi, irrimediabilmente feriti dal disastro della seconda guerra mondiale; a quella politica che l’ha realizzata, e infine alla rassegnazione, pur equilibrata, di tutto ciò che sono le conseguenze manifeste e complesse della nostra società italiana del dopoguerra.
LE DONNE IN CORRADO ALVARO
Nelle sue descrizioni di donne, egli ne ritrae l’aspetto attraverso profonde tinte; abbozzi senz’altro di primo piano, che emergono dagli sfondi dei paesaggi. Tutta la scenografia s’integra senza sproporzionare il soggetto raffigurato, che pur si distingue in primo piano dallo sfondo. [compenetrazione, armonia e distinguibilità]
Sviluppandole, descrivendo queste immagini femminili, Corrado rielabora le proprie forti emozioni. Queste permangono celate dietro quel tratto che ci porta all’immaginazione del disegno che poi, nella sua forma letteraria, si sublima in valori estetici.
Melusina
Ella certo, nella sua fronte bassa pensa a questo doppio di se stessa che non sa dove sia, e non lo dirà al suo uomo quando sposerà: unico segreto della sua vita, incomprensibile a lei stessa.[36]
Pare di vedere quest’immagine di donna attraverso il vetro [velo] della commozione, poi nella realtà statica e infine l’evidenza d’una realtà inconscia.
La realtà inconscia può lasciarsi lì, senza sondarla.
Italo Svevo probabilmente sentirebbe, in questa figura di donna, l’esigenza di decodificare la presenza del doppio. Corrado Alvaro invece sembra non voler profanare l’incognita che la tormenta. Questo femminile palesato non ha bisogno che di contemplarsi se non per come lei si fa vedere. Donna tale come appare per sé e agli altri; fa tacere perfino quel suo desiderio di conoscersi.
Mastrangelina
l’idea di un lamento della sua condizione presente (…) ella indossava un abito secondo la moda di qualche decina di anni prima, dove la moda è rimasta immobile a un modello di chissà quale tempo…[37]
Lamento e immobilità segna anche l’esistenza di miti che pur non manifestandosi nella scena del discorso trasportano a sé l’immagine della donna, che qua si presenta in vestiti inadeguati. La donna, indipendentemente in quale realtà si trovi a vivere, è sempre costretta a subire un vestito [giudizi, pregiudizi e pareri] che, verosimilmente, isoli le sue esigenze passionali non concordi con le imposizioni culturali.
Questa mia donna (12 marzo 1945)
Questa mia donna amata (…)a cui avevo promesso amore, guardatela com’è Signore, guardatela com’è ridotta (…) voi sapete com’io rimpianga (…) al tempo dei tempi, quando, aveva paura che toccando un oggetto qualunque deperissero le sue unghie (…)e il suo viso per il proprio pensare perdesse atteggiamenti umani poiché era intatta come un fiore.[38]
La donna amata non ha le fattezze della fragilità e della bellezza eterna, non ha il dono dell’immortalità ed è soggetta alla spiacevolezza. La fragilità, sempre desiderata, dell’antica esile bellezza diventa, man mano che si estingue, rispecchia brutalmente la caducità della nostra vita. Questa spiacevole constatazione è soprattutto evidente per chi la osserva. Se non per tutta la vita, almeno in gran parte di questa noi ci osserviamo attraverso il volto dell’altro.
Si è dissertato sulla descrizione di personaggi femminili nella letteratura.
Abbiamo ascoltato come guardassimo anche noi delle figure femminili ignote.
Per la psicoanalisi, in tema del femminile,[39] assume rilevanza la complessa dinamica del narcisismo che spiega ciò che fa evolvere la donna in relazione all’oggetto amoroso, e come in questo passaggio di elaborazione narcisistica acquisti ruolo decisivo lo sguardo del padre.[40]
Solo verso il 1938, alla fine della sua vita –Freud, scopre l’importanza fondamentale della fissazione primitiva della bambina nei confronti della madre.
Lo psicoanalista lacaniano Paul-Laurent Assoun spiega, come questa passione materna lega invece la bambina in modo speciale alla madre, come oggetto d’amore.
Non è solo una fusione strutturale ma soprattutto passionale.
Per il bambino, che nella madre ha trovato la fonte nutritiva dell’amore, si realizza con più facilità il superamento alla fissazione materna grazie alla relazione edipica col padre. Solo dopo si relaziona con l’altro sesso.
La bambina, in conclusione, deve fare uno sforzo psichico considerevole per darsi delle ragioni di rinunciare alla sua passionalità alla madre.
Riesce infine a farcela quando la sua relazione amorosa con la madre si guasta attraverso forti contestazioni di rivalità.
Un vero e proprio processo contro la madre con rimproveri [rimproveri passionali] e tutto ciò che prima nella madre era di positivo ora è negativo.
Evoca in particolare il fatto di non essere un ragazzo, che ciò le nuoce. Le rimprovera di dividere il suo amore con i fratelli e le sorelle. Tutto ciò per trovar una valida ragione ad abbandonarla.
A questo punto la bambina si rivolge al padre.
Si lamenta con lui di quella madre che ha tanto amato e intanto inizia ad amare e idealizzare il padre.
Ora il padre è l’alternativa svincolante a quell’amore esclusivo che aveva per la madre. Il padre ha il ruolo capitale per l’evoluzione futura della donna.
Lo sguardo del padre è quel gesto che permette alla bambina di diventare definitivamente una donna[il piacere di essere guardata, amata].
Il narcisismo gioca nella bambina quello che sarà il suo effettivo ruolo di donna.
In questa fase, in modo concreto, avviene anche la sua trasformazione corporea, per lei grande e spettacolare.
Può succedere, però, che in questa fase essa investa la sua immagine in modo estremamente forte [patologico], d’amare solo che se stessa, come avviene nelle star che preferiscono amare se stesse, e in altre parole, piuttosto che amare[41] preferiscono essere amate[42].
Lo sforzo ulteriore che la ragazza deve fare è di riuscire a sacrificare una parte del suo amore per se per cedere una parte della sua libido agli oggetti, ossia agli investimenti amorosi esterni a se stessa.
Per la meta dell’investimento esterno della relazione amorosa della bambina [votata a uscire dal proprio narcisismo] è proprio lo sguardo paterno [ e il sano attaccamento alla madre] il tramite per il rapporto oggettuale, per le identificazioni simboliche e il relazionarsi con la legge; è così che la futura donna si stana dal narcisismo, raggiungendo, di fatto, la sua fondamentale funzione femminile.
Dr. Giovanni Allotta
Membro Ordinario dell’Associazione Europea di Psicoanalisi
Trieste, martedì 16 dicembre 2008, ore 18
Conferenza tenuta per il Centro Studi Calabresi Del Friuli Venezia Giulia
CASA DELLA MUSICA
Via Capitelli, 3 -TRIESTE
[1] Tralascio per ovvie ragioni, visto l’auditorio di non esperti in psicoanalisi, che una tale risposta, apparentemente semplice non può essere estrapolata –come invece qui viene fatto- dal suo contesto originario. Meriterebbe un’interpretazione appropriata e non una generalizzazione come qui mi porta a realizzare.
[2] Nell’ambito psicoanalitico stesso ci sono stati progressi di vedute sull’evoluzione psicosessuale dei bambini e delle bambine, e non solo, ma pure su certi nuovi orientamenti della teoria psicoanalitica stessa: vedi Anna Freud, Marie Bonaparte, Lou Andreas Salomè, Helene Deutsch e Karen Horney. Si consideri anche l’apporto che pazienti come Anna O. e Dora apportano alla clinica psicoanalitica e da pazienti possono considerarsi co autrici dell’impresa psicoanalitica.
[3] Cfr: FEMMINILITà, glossario a cura di Barbara Palaia, psico-sessuologa.
[4] Per esempio la si trova in A.A. (Person, Cooper, Gabbard) in Psicoanalisi, teoria, clinica, ricerca. E. Cortina, MI 2006, p. 904. Cfr: “Per MASCOLINITà e FEMMINILITà s’intende rispettivamente quell’identità di ruolo [ identità anatomica] e di genere [del Sé maschile o femminile] (…) che comprendono le prime identificazioni e fantasie su se stessi, come maschio o femmina. La maggior parte degli individui si distingue in primo luogo come maschio o femmina (…); tuttavia ogni soggetto spazia su tutta una vasta gamma di fantasie inconsce o preconscie, nonché di desideri che provengono da destinazioni multiple”.
[5] Mi rifaccio al capitolo VIII, p. 234 del testo: L’esperienza della psicoanalisi, A.A. Ed.Boringhieri, 1995.
[6] Su Italo Svevo e la psicoanalisi vedi: Michel David, La psicoanalisi nella cultura italiana. Prefazione di C. L. Musatti. Boringhieri, TO 1966, pp. 614.
[7] è stato educato in un collegio tedesco dal 1874 al 1878.
[8] Una bellissima presentazione di Senilità, dal punto di vista psicologico e di critica letteraria la si trova nella recente presentazione di Daniele Del Giudice a cura di Cristina Benussi. Edizioni Feltrinelli, 2007.
[9] Svevo può associarsi ad autori ebrei nella tipicità come Kafka, Musil, Proust, Rilke, ecc.
[10] Italo Svevo conosceva bene la psicoanalisi. Il fratello della moglie (Livia Veneziani) fece un’esperienza di sedute psicoanalitiche direttamente con Freud a Vienna, ricavandone però un’esperienza disastrosa. Svevo aveva anche tradotto un saggio sul sogno, di Freud, ma non condivise l’utilizzo del sogno come terapia.
[11] A cura della Redazione Virtuale,Feltrinelli, 1998, MI, 10 aprile 2001.
[12] Ibid.
[13] Esiste un testo sulla poetica della senilità: la funzione della donna in Senilità e Un amore (Svevo e Buzzati) di Giovanna Miceli-Jefferies, 1990, American Association of Teochers of Italian. Il libro, La sintassi del desiderio di Teresa De Laurentis si propone un’analisi strutturale dei racconti di Svevo. Nell’analisi comparativa (Svevo Buzzati) si relaziona, nei romanzi dell’uno e dell’altro, a distanza di 65 anni, il ruolo del protagonista con la donna-amante. Da ciò si rileva che in entrambi i romanzi, la donna assolve due funzioni parallele: da una parte opera come oggetto di desiderio, di possesso e di piacere o felicità e dall’altra come processo di auto identificazione. Sia Svevo che Buzzati fanno parte d’una medesima visione poetica della donna intesa come possessione, espressione della vita e dell’esistenza e perciò figura antinomica [in contrasto, contraddizione] della senilità.
[14] Freud stesso affermò che la vita del nevrotico è una vita fatta di reminescenze.
[15] La figura dell’inetto svolge un ruolo centrale nella narrativa di Svevo. Innanzi tutto l’inetto è per antonomasia l’incapace a far qualsiasi cosa, in altre parole colui che non sa fare niente! L’essere inetto è in contrapposizione all’esteta. L’inetto è incapace di far come gli altri perciò di vivere come tutti. Reagisce alla propria incapacità creando l’alibi d’essere superiore intellettualmente, oppure in sogni d’una vita improbabile, densa d’azioni clamorose e di gesti eccezionali. Non ha valori in cui credere ed è privo di scopi, non ha un ruolo nella società e di conseguenza è incapace di dare un senso specifico alla propria vita.
[16] In termini tecnici si paragona la situazione alle dinamiche della metafora e della metonimia, ossia dello spostamento e della condensazione.
[17] Il primo è letterato a tempo libero, l’altro scultore.
[18] Qui psicoanaliticamente preferisco il termine distruggere al posto di quello di rompere.
[19] La salute è contrapposta alla malattia. Il tema della malattia, in Svevo, si lega al tema dell’inetto. L’ammalato di situazioni fisiche reali ha una certezza di situazione che non è fluttuante come nella malattia immaginaria. La malattia sveviana è quella che non ha concretezze ma permane esistenziale, senza possibilità d’analisi. Pertanto il confine tra sanità e malattia si assottiglia notevolmente, nei protagonisti di Svevo, da definirsi come una malattia universale dove tutto è soggetto a una generale degradazione ed è propriamente questo il clima o il sintomo della crisi delle certezze che caratterizzano l’inizio del 1900.
[20] Vedi nota 13.
[21] La morte e il suicidio nella tematica sveviana assumono la morte come strategia di liberazione dalla sofferenza umana.
[22] La degenerazione è intesa da Svevo come appartenente alla natura stessa; una natura soggetta alla crescita, alla decomposizione e infine alla morte.
[23] Più volte e in diverse parti ho precisato che non è pertinenza della psicoanalisi la critica letteraria. Tuttavia nella situazione contemporanea la psicoanalisi ha la capacità dell’indagine interdisciplinare e presenta svariate correnti interpretative.
[24] Questa incapacità di smettere di fumare, che è anche fissazione all’oralità e alla dipendenza, e gli innumerevoli intenti tutti falliti rivelano anche qui l’inettitudine. E’ l’inettitudine che l’ostacola al raggiungimento del buon marito, al buon padre, a essere un uomo d’affari valido. Non ha nessun ruolo vincente nella vita. Sempre alla ricerca della salute e d’un’ esistenza vera.
[25] Ci si riferisce alla scrittrice e giornalista ebrea Lia Levi che parla di Italo Svevo, e specificatamente della Coscienza di Zeno in un’intervista, fatta il 26 dicembre 2001, al Liceo Scientifico “Giordano Bruno di Torino".
[26] Zeno l’aveva immaginata bella, ma nel vederla la prima volta ne rimase deluso. Col tempo tale bruttezza viene ridimensionata e Augusta rimane l’unica compagna possibile della sua vita. Da Augusta si sente capito, amato per com’è.
[27] Il distacco con Carla avviene a livello inconscio. Quello stesso inconscio che prima l’era orientato verso Augusta. Quando Carla gli chiede di poter vedere la moglie Augusta, Zeno che acconsente, non gli fa poi vedere Augusta ma la bella sorella Ada. Questa scelta però si rivela disastrosa perché Carla legge sul viso di Ada la tristezza perché il marito Guido la tradiva. Carla che ignora trattarsi di altra persona diversa di Augusta si sente in colpa e abbandona Zeno per sposarsi col giovane maestro di canto.
[28] I pareri contro la psicoanalisi come terapia Italo Svevo li spiega in una lettera a Valerio Jahvier, un letterato stabilitosi in Francia.
[29] La malattia qui è addirittura vista come la condizione normale dell’esistenza.
[30] Vedi in proposito la nota seguente, 29 a proposito di cosa scrisse Freud a Weiss su Umberto Saba.
[31] L’effetto disastroso della psicoanalisi, per Svevo, consiste nel fatto stesso di ricevere la piena conferma di ciò che si è. Questo risultato porterebbe all’abulia perché ci si rassegna a rimanere tali e non si ha nessuna spinta per mutare la situazione. Il tutto si ferma al fatto che la psicoanalisi si limita solo che a capirsi. Naturalmente se prestiamo attenzione a questa dissertazione notiamo come egli proietti sul proprio giudizio sulla psicoanalisi non solo di travisare la sua natura teorica e terapeutica ma neppure di prenderla come possibilità ben che utile a se stesso. Il beneficio o l’utile secondario, la sua creatività letteraria e tutto il suo modo d’essere sarebbero messi in pericolo. Lo priverebbe della sua situazione patologica che lo porta a produrre letteratura. Lo si è visto con Saba. Dove pare Freud abbia scritto a Weiss: «…ma se è un vero poeta la poesia rappresenta per lui un compenso troppo forte alla nevrosi perché possa interamente rinunciare ai benefici della malattia».
[32] In riferimento ancora una volta a quanto s’esprime la scrittrice Lia Levi, e già riportato.
[33] Ibid.
[34] Ibid.
[35] Nel 1915, partecipa alla I Guerra a Firenze come soldato di fanteria; nel 1916 è collaboratore al Resto del Carlino e da redattore si trasferisce a Bologna. Nel 1919 si trasferisce a Milano come collaboratore al Corriere della Sera. Dopo la laurea, nel 1921 si trasferisce a Parigi dov’è corrispondente de Il Mondo di Giovanni Amendola. Nel 1925 è uno dei firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Si reca nel 1928 a Berlino e in Russia nel 1935. Dal luglio all’ottobre del 1942 assume la direzione del Popolo di Roma. Nel 1945 fonda il Sindacato Nazionale Scrittori. Di cui rimane segretario fino la morte.
[36] C. Alvaro, Il ritratto di Melusina, in L’amata alla finestra. Milano, Bompiani, 1974, p. 30.
[37] C. Alvaro, L’età breve, in Racconti e romanzi, Milano, Bompiani, 1974 p. 755.
[38] C. Alvaro, La fiera letteraria, Roma, XV, n. 51, 18 dicembre 1960.
[39] Sul femminile c’è un testo assai importante a cura di Elisabeth Young-Bruehl, Freud sul femminile, E. Boringhieri, 1993, pp. 404. Si faccia anche riferimento a Silvia Vegetti Finzi, Freud e la nascita della psicoanalisi, teorie femminili sulla femminilità, pp. 138-144. Mondadori 1995.
[40] Su questo argomento è interessante l’intervista dello psicanalista di scuola lacaniana (Parigi VII) Paul-Laurent Assoun avvenuta in data 5.5.1994, sul tema la femminilità secondo Freud.
[41] Amare qui sta per azione attiva dove il desiderio di se viene investito in oggetti esterni, nell’altro.
[42] è permanere nel narcisismo, essere se stessi l’oggetto preferito d’amore.
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