Associazione Europea di Psicoanalisi

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FILOSOFIA E PSICOANALISI NEL PENSIERO DI FROMM (1900-1980). attualità E validità DEL SUO PENSIERO

Il mio scopo è di illustrare ed esporre sinteticamente, ma essenzialmente, il pensiero filosofico  e  psicoanalitico di Erich Fromm, nonché la sua fecondità e validità sia per la psicoanalisi intesa come ”scienza dell’inconscio”, sia per la filosofia intesa come “arte di vivere”. Autore di due testi famosi negli anni ’60 e ‘70 come L’arte di amare (1956) e Avere e essere (1976), di  indubbio successo editoriale e di pubblico, Fromm è stato in Italia quasi dimenticato e nei lavori di studio del suo pensiero parzialmente interpretato se non addirittura sottovalutato come teorico della psicoanalisi di Freud, frettolosamente etichettato come annacquatore delle sue teorie, se non addirittura divulgatore superficiale al di fuori  della “corretta” teoria psicoanalitica, oppure filosofo sociale e studioso idealista, citato e brevemente inserito tutt’al più nei manuali di storia della psicoanalisi come esponente della cosiddetta scuola revisionista ”culturalista” neofreudiana (assieme a Karen Horney, Clara Thompson e Harry Stack Sullivan, eminenti suoi colleghi psichiatri e psicoanalisti all’Istituto Alanson White di New York): ciò perché anche nei lavori pubblicati in Italia fino almeno agli anni ’80 non erano stati presi in considerazione gli scritti non pubblicati ancora in Italia, ma presenti nell’Archivio Generale di Tubinga in Germania delle sue opere, approntato dal suo ultimo allievo, assistente ed esecutore del Lascito testamentario dopo la sua morte, il dottor Rainer Funk (filosofo e psicoanalista). Lo studio completo della sua opera nei 12 volumi della Gesamtausgabe (Opera completa) e il racconto della sua vita privata e professionale, ci aiuta a darne una visione più articolata, complessa, profonda, cogliendone le importanti intuizioni teoriche, pratiche, cliniche presenti nel suo pensiero e la sua personale Visione del Mondo, invero la sua filosofia dell’uomo, che fanno da base e da altezza alle sue originali e brillanti formulazioni psicoanalitiche che egli poi designa globalmente come “psicoanalisi umanistica”. Con tale formula, però, Fromm non intende, come più volte sottolinea rifiutare il pensiero dell’inventore della psicoanalisi e scopritore dell’inconscio, cioè Sigmund Freud, ma di sviluppare il suo pensiero come ”teoria critica” di ogni ideologia-scientifica, politica, sociale, psichiatrica, al limite la stessa psicoanalisi - se”fossilizzata” ripetizione delle idee del suo Maestro, avendo come base una forte prospettiva filosofica umanistica ed ”esistenzialistica”, cioè una costante ricerca di chi è l’uomo, cosa significa essere uomini e quali sono i valori umani validi in sé e per sé, oggettivi, universali e reali, ricercando dunque che cos’è l’esistenza, accertando e determinando le qualità e il dinamismo dell’”essenza” o “natura” umana, specifica della specie umana. Per far ciò, Fromm recupera il valore indistruttibile ed eterno della tradizione, della ricerca e del sapere filosofico occidentale, ma anche orientale (il buddismo zen da lui ben conosciuto e praticato fin dagli anni’ 20 in Germania), soprattutto portando di nuovo alla luce dell’attenzione il problema dei valori umani intrinseci, in sé e per sé, posseduti da ogni individuo fin dalla nascita - all’inizio del suo “Esserci-nel-Mondo”, entrando nell’ esistenza - e poi più in generale il problema massimo della filosofia, ma anche della cultura occidentale moderna e contemporanea, cioè il problema dell’Essere, del suo valore enorme e del suo significato imprescindibile anche nella psicologia,nella psicoanalisi e nella psicopatologia e quindi nella psichiatria (divenuta sempre più biologista e materialista,sempre meno umanistica), questione che la cultura occidentale e la società consumistica (dominata dalla categoria dell’Avere e dal pensiero strumentale della tecnica, ha rimosso ed allontanato anche nella percezione dell’uomo comune nella vita sociale quotidiana. Il recupero di una teoria dell’Essere, cioè dell’ontologia filosofica, è fondamentale nel pensiero di Fromm, soprattutto nell’ultimo decennio della sua vita ed attività cioè negli anni Settanta (e ciò si evidenzia  nell’opera Avere ed Essere come nel manoscritto che l’ha preceduto ed accompagnato “Da avere ad Essere”, come pure nel testo “Inconscio sociale”, testi meno conosciuti, ma altrettanto importanti). Del concetto e della realtà del termine Essere, Fromm ci offre una spiegazione etimologica e filosofica (sulla scia delle ricerche del linguista francese Benveniste) come parola-idea derivante dalla lingua sanscrita, dove la radice “Es”, significa:”avere esistenza, essere reperibile in realtà. Esistenza e realtà sono definibili come ciò che è autentico, consistente, vero; in sanscrito sant ”esistente,” davvero buono ”vero”, superlativo “sattama”, il migliore). Insomma per Fromm esistenza, Essere, realtà, autenticità, verità, bene sono un tutt’uno interdipendente e reciprocamente collegati in una catena di senso (un perfetto circolo ermeneutico). È vero che l’Essere è, ci dice Fromm, o anche che, inversamente, l’Essere che è, è reale e vero ed è bene che sia (in questo il pensiero di Fromm assume anche una valenza quasi religiosa). Tale problematica si ritrova costante anche a livello di analisi psicoanalitica e filosofica esistenziale nell’esperienza fondamentale tipica dell’individuo umano che Fromm definisce”esperienza dell’io sono io”, ”io sono ciò che sono”, presente e fondamentale in ogni fenomeno e atto esistenziale dell’individuo umano: questa è l’esperienza, la forma del vissuto, completo, unitario e olistico dove ogni parte è inclusa nelle altre e le influenza, agendo insieme: il mentale razionale, lo psichico, il sentimentale emotivo, l’etico, il fisico corporeo, il pratico comportamentale. Insomma la percezione della propria identità reale di ”essere” completa non solo psicologica ma anche-in senso filosofico-ontologico in quanto esistenziale, vale a dire l’intuizione di ”essere proprio io” in ogni fenomeno vitale vissuto  in cui ci si trova intenzionati ed immersi all’interno (in-essere dentro, in latino ”inter-esse”). La tendenza e la deriva della società occidentale sarebbe quella di aver sostituito l’Essere con l’Avere, anche nella banale esperienza della vita quotidiana, per cui l’individuo trae la consapevolezza del suo essere io, la sua identità, da ciò che ha e possiede (oggetti, macchine, denaro, ruolo sociale, amicizie, persone, il suo stesso Io, la sua stessa identità personale, per cui paradossalmente l’individuo ha il suo io come un qualsiasi altro oggetto, eliminando l’esperienza di “io sono ciò”, esperienza autentica che appartiene all’Essere; così mentre coscientemente l’individuo cerca la  sempre più “realizzazione di Sé” attraverso la modalità esistenziale dell’Avere, inconsciamente decrementa il valore dell’Essere e le sue qualità umane, divenendo dipendente da oggetti esterni  a sé e quindi alienando il suo vero Sé, il nucleo centrale della sua identità ed essenza umana (insomma il Sé inconscio che la psicoanalisi deve recuperare e rendere conscio all’individuo, reintegrandolo nella propria identità.).

Oltre a questa forte componente filosofica umanistica ed esistenziale, continuamente presente e rinnovata, (espressione anch’essa dell’Inconscio universale e Cosmico in cui l’uomo è inserito, una sorta di Anima Mundi come la definirebbe lo psicoanalista junghiano James Hillman), contenuta nel suo pensiero (che più avanti riprenderemo), per Fromm come psicoanalista vale complessivamente la fedeltà al nucleo delle scoperte fondamentali di Freud, soprattutto alla dimensione inconscia dell’esistenza dell’uomo, cardine fondamentale della psicoanalisi, ma in un costante sviluppo e revisione critica e dialettica delle sue teorie e concetti fondamentali (il complesso di Edipo, la teoria del carattere, il transfert, il sogno, la nevrosi ecc.) e quindi la conseguente applicazione nella pratica psicoanalitica (che, come si vedrà, è intesa più come un’arte che una tecnica esatta e rigidamente codificata in senso tecnico metodologico). Perciò, gli studiosi di Fromm parlano di “fedeltà critica” a Freud, mai di sua totale dissidenza, rinnegamento ed allontanamento dalle scoperte del maestro viennese, come lo stesso Fromm ammette definendosi sempre e semplicemennte «un allievo  di Freud che ha tentato di sviluppare il suo pensiero in nuove categorie filosofiche, psicologiche, sociologiche», mantenendo  ferma e incrollabile la fondamentale scoperta di Freud vale a dire l’esistenza dell’Inconscio.

Prima di passare alla spiegazione degli altri principali concetti della psicoanalisi umanistica di Fromm, qualche cenno sulla sua avvincente biografia umana e professionale. Nato a Francoforte nel 1900 da una famiglia di piccoli commercianti ebraici, fin da piccolo imbevuto della cultura e della religione ebraica, pareva anch’egli come il nonno destinato alla professione rabbinica (mentre la famiglia preferiva una carriera di avvocato o di artista musicale). Si iscrive all’università di Heidelberg dove frequenta un primo semestre di diritto ed economia per poi passare allo studio della filosofia, incontrando come insegnanti Karl Jaspers (allora docente di psicologia), Alfred Weber fratello di Max insigne sociologo, i filosofi Rickert e Cohen: si laurea con una tesi in sociologia con A. Weber dal titolo ”La legge sociale degli Ebrei”. Nel 1922 conosce la dottoressa psichiatra Frieda Reichmann (allieva di Krapelin, quotato psichiatra nella Germania di allora, autore di un trattato sulla classificazione delle malattie mentali, nonché  amica di Groddeck, medico internista avvicinatosi alla psicoanalisi in amichevole relazione con Freud, uno dei primi teorici della medicina psicosomatica, autore del testo ”Il libro dell’Es”) che lo introduce direttamente di persona alla psicoanalisi di Freud, da cui Fromm viene attratto e colpito come nuovo modo di spiegare l’irrazionalità  e la distruttività del comportamento umano (egli infatti ha ancora negli occhi e nella mente l’immane carneficina della I guerra mondiale). Il legame con la dottoressa Frieda Reichmann da professionale diventa anche sentimentale e sfocia poi nel matrimonio. Prosegue intanto la sua formazione psicoanalitica al prestigioso Istituto Psicoanalitico di Berlino guidato da Karl Abraham (anch’egli in diretto contatto personale con Freud a Vienna), iniziando l’analisi didattica prima con Landauer e Wittfogel (responsabili della diffusione della psicoanalisi nel nord Ovest della Germania), poi con il famoso psicoanalista, uno dei primi seguaci ed allievo fedele di Freud, Hans Sachs, membro del “Comitato dei sette”, gruppo di èlite della psicoanalisi, scelti personalmente da Freud, prosecuzione del gruppo di pionieri che si ritrovava, agli albori della psicoanalisi, ogni mercoledì nella casa di Freud, in Bergasse a Vienna nel primo decennio del ‘900. Fromm, superato il training finale, apre dunque con la moglie Frieda un ambulatorio privato prima a Berlino, poi a Francoforte, dove viene in contatto con il neonato Istituto per la ricerca Sociale (ribattezzato poi Scuola di Francoforte), guidato dal filosofo Horkheimer; questi lo chiama a collaborare per la sua competenza psicoanalitica assieme a studiosi come Adorno e Marcuse, collaborazione che culmina negli ”Studi sull’autorità e la famiglia”. Nel frattempo assieme ad altri psicoanalisti fonda l’Istituto Psicoanalitico di Francoforte e inizia le prime pubblicazioni sulla rivista psicoanalitica Imago (diretta da Otto Rank, a sua volta allievo prediletto e stretto collaboratore di Freud, poi divenuto dissidente). Nel 1934, mentre a sua insaputa il suo nome viene depennato dalla Società Tedesca di Psicoanalisi per la sua origine ebraica e, fatto non secondario per le sue simpatie politiche marxiste e socialiste (come avverrà poi, nel 1951, anche con la potente International Psychoanaytic Associaton, questa volta per la critica al suo dogmatismo e settarismo nonchè alla sua gestione burocratica e autoritaria), viene invitato negli Stati Uniti a Chicago per una collaborazione dal collega psicoanalista Franz Alexander e dall’amica e collega Karen Horney (già conosciuti a Berlino, insieme a Wilhelm Reich, altro protagonista della psicoanalisi). Fromm, data la situazione politica negativa della Germania divenuta nazista, decide di restare in America, insegnando e praticando privatamente la psicoanalisi di Freud. Da Chicago passa a New York, dove esisteva una folta e vivace comunità di psicoanalisti europei (soprattutto tedeschi) inseriti e organizzati nella New York Psychoanalitic Association: qui viene chiamato come psicoanalista didatta e poi supervisore all’Istituto Alanson White, rinomata clinica delle malattie mentali e centro di ricerca caratterizzato da una forte interdisciplinarietà ed interazione fra psichiatria, sociologia, antropologia, psicoanalisi, quindi da un’applicazione della psicoanalisi aperta all’influenza culturale e sociale nella genesi delle nevrosi e anche della schizofrenia (considerata da Freud intrattabile dalla psicoanalisi a causa dell’incapacità di transfert del paziente schizofrenico ingabbiato nel suo totale narcisismo), concordando con l’impostazione dello psichiatria interpersonale teorizzata da Harry Stack Sullivan, pioniere di tale ambito clinico in America. In tale Istituto ritrova l’amica e collega a Berlino Karen Horney, una delle prime donne psicoanaliste in Germania, vivace contestatrice di Freud al Congresso internazionale di psicoanalisi del 1932 sulla visione freudiana della sessualità femminile per cui la donna è un maschio mancato ed incompleto come teorizzato da Freud nel concetto di ”invidia del pene”; inoltre  allo Alanson White di New York lavora con Clara Thompson (avendola anche in analisi personale), psichiatra e psicoanalista allieva e amica di Sandor Ferenczy a Budapest (dove lei compie la prima analisi, assorbendo e sperimentando anche le novità tecniche di relazione attiva ed empatica paziente-analista),f utura direttrice dell’Istituto nonché poi, dopo un contrasto sorto all’interno dell’istituto nei suoi rapporti con l’Associazione psicoanalitica di New York, fondatrice dell’autonomo American Institute for Advancement and Development of Psychonalisis, contrasto in cui anche Fromm verrà coinvolto  sul problema dell’analisi ”laica”, cioè condotta da non medici essendo lui infatti laureato in filosofia, contrasto che gli costerà la perdita dell’appartenenza alla freudiana Associazione Psicoanalitica di New York nel 1951. Anche a causa di ciò, pur mantenendo incarichi di docente di psicologia e psichiatria alla Columbia University di New York, e di insegnante e supervisore all’Istituto dell’amica Clara Thompson, su invito dell’Università del Messico, nel 1951, presso la facoltà di Medicina, aprirà la prima scuola di psicoanalisi per gli psichiatri messicani (ancor oggi attiva ed operante) dove oltre al capostipite Freud e agli altri autori psicoanalitici (compresi i dissidenti Jung, Adler, Rank e i moderni Reich, Erickson, Sullivan, Horney, Thompson), si studiavano i grandi filosofi antichi e moderni: Aristotele, Spinoza, Hegel, Marx, Nietzsche, Kierkegaard, Sartre. Una tale preparazione interdisciplinare del resto era prevista nel pensiero di Fromm come percorso necessario di formazione intellettuale del futuro psicoanalista, al quale, secondo Fromm, non compete obbligatoriamente o esclusivamente la laurea in psicologia o medicina (e neppure la specializzazione in psichiatria), bensì la conoscenza della mitologia, della letteratura, del simbolismo, della storia delle religioni, della filosofia, dell’antropologia, della storia in senso stretto. In tale contesto e in tali vicissitudini, egli matura la sua nuova idea di psicoanalisi già in parte contenuta nei primi saggi comparsi sulla rivista psicoanalitica Imago e sulla rivista della Scuola di Francoforte, emigrata anch’essa nel 1937 in America (lo Zeitschrift fur Sozialforung), Fromm delinea una forte critica al carattere sociale borghese e patriarcale-patricentrico-maschilista della teoria di Freud soprattutto contenuta nel complesso di Edipo, ne contesta la sua universalità (anche alla luce delle nuove scoperte antropologiche di Margaret Mead, da lui conosciuta anche personalmente e della teoria del matriarcato dello storico ed etnologo svizzero Bachofen), analizza il concetto di Super-Io dimostrandone il relativismo sociale come introiezione dei divieti paterni e delle norme sociali, critica il ruolo conformista borghese dell’analista freudiano classico (che indirettamente costringe il paziente in analisi ad accettare i tabù e la morale della società, scoraggiando così ed inibendo l’impulso alla felicità individuale ricercata dal paziente, al di là dei condizionamenti sociali) e la sua tecnica passiva in rapporto al paziente nonché fintamente neutrale e asettica, sino ad arrivare alla critica della teoria della libido come meccanismo di formazione dei tratti caratteriali in base alla fissazione sulle zone erogene. Ciò avviene dapprima embrionalmente in una lettera a Wittfogel, suo primo analista, del 1936 e poi nel saggio (ritrovato a New York nel 1990 da Rainer Funk nella Public Library) intitolato  “La determinazione sociale della struttura psichica. Metodo e compito di una psicologia sociale analitica”. In tale saggio, ancor prima di Fuga dalla libertà (1941) che lo impone all’attenzione di un grande pubblico, suscitando echi nella comunità psicoanalitica di New York, negli USA e poi in Europa dopo la guerra, Fromm rovescia l’interpretazione freudiana della caratterologia psicodinamica psicoanalitica, affermando che i tratti caratteriali non sono fissazioni-regressioni o sublimazioni-delle fasi di sviluppo della libido, ma sono modi di relazione con il mondo esterno che la struttura psichica produce come reazione e modalità di interazione con l’esterno (la madre innanzitutto, poi la coppia genitoriale, la famiglia, l’ambiente socio-culturale, l’atmosfera psichica delle relazioni interpersonali). Su questa impostazione di base su cui poi Fromm stratifica altri concetti e ipotesi (nonché la forte prospettiva filosofica etica e umanistica”esistenziale”), Fromm rimane fedele tutta la vita e in tutto il suo pensiero, superando il materialismo ed il meccanicismo biologico implicito nella teoria della libido e delle pulsioni istintuali di Freud : da qui anche la critica, sviluppata nel celebre saggio Arte di amare, rivolta al Maestro viennese responsabile di non aver compreso la vera natura dell’amore maturo, riducendo l’amore a fatto esclusivamente istintuale-sessuale legato alla corretta funzionalità delle zone erogene nell’evoluzione della libido, però misconoscendo la qualità psicologica emozionale etica ed esistenziale dell’amore inteso come potere attivo di comunicazione e relazione fra due esseri umani dal profondo della propria anima  e dal centro del proprio Io per colmare il senso di separazione tipico della condizione umana, pervenendo a una unione interpersonale in cui l’uno confermi e potenzi la vita dell’altro, volendo il suo bene, la sua felicità, superando così la gabbia del proprio Io egocentrico e portando a compimento la natura relazionale dell’essere umano (quella che Fromm, in senso laico, chiama trascendenza dell’Io intesa come tendenza vitale esistenziale per cui l’uomo è fatto per la relazione con il Mondo esterno, oltrepassando se stesso). Tutto ciò però, mai rinnegando la principale scoperta del maestro viennese, cioè la presenza ineliminabile dell’inconscio in ogni essere umano, nella sua soggettività cosciente: infatti secondo Fromm, ciò di cui l’uomo è conscio è irreale, mentre ciò che egli è veramente gli sfugge ed è inconscio. A tale proposito Fromm parla di un inconscio sociale  inteso come il taglio che la società con i suoi schemi ideologici, etici, culturali opera sull’inconscio umanistico universale, tipico e caratterizzante la psiche della specie umana. Tale inconscio umanistico è comune a tutti gli individui umani,in modo diverso ma potenzialmente eguale:così racchiude le potenzialità buone come quelle negative espresse dall’umanità dal tempo della sua comparsa sul pianeta Terra fino all’odierna società capitalista tecno-cibernetica (dominata da oggetti “artificiali” meccanici cioè le “macchine” in ogni loro versione), è insomma l’insieme di tutte le versioni di vivere la propria umanità da quelle peggiori (sadiche, omicide, cannibalesche, folli, perverse) a quelle migliori (eroe, santo, artista, benefattore al servizio dell’umanità e della vita umana ecc.): insomma ciascuno di noi è potenzialmente sia Hitler sia San Francesco. D’altro lato questo identico inconscio universale è tale perché del tutto comune è la condizione dell’esistenza dell’uomo in quanto tale (e per questo Fromm parla di simboli universali presenti nell’inconscio sia umanistico sia individuale e nei suoi prodotti, soprattutto i sogni). E qui entriamo nella filosofia dell’uomo, nella visione che Fromm ha dell’uomo e della sua natura o essenza umana: l’uomo è caratterizzato dalla facoltà della coscienza di sé e del mondo che lo circonda in questo modo è intenzionale perché va oltre di sé: nel suo complesso è “la vita cosciente a se stessa”, unico eccezionale caso nella vita del regno vivente ed animale. La coscienza è quella funzione per cui l’uomo rimane scisso dalla natura pur appartenendovi fisicamente e rimane diviso anche all’interno di sé come autocoscienza nella quale la coscienza appunto si sdoppia, si rappresenta a se stessa, diventa una polarità o anche un’unità nella duplicità di se stessa. L’esistenza è quindi una scissione dell’uomo, una frattura e un paradosso che dura fino alla morte e che egli deve compensare, per quanto possibile, sviluppando gli autentici poteri e le vere facoltà umane che sono nello stesso tempo valori: la ragione, l’amore, la libertà, l’identità di sé. In questo modo, l’uomo realizza se stesso, soggettivamente ed universalmente. In questa ricomposizione della frattura insita nella esistenza, l’uomo sviluppa ed attua anche la sua essenza: fra di loro esistenza ed essenza si intersecano, sviluppandosi l’un l’altra reciprocamente (e non come in  Sartre, dove l’esistenza precede l’essenza). Nell’identità di sé, quando l’uomo afferma cioè l’essere del proprio io unico ed irripetibile, compare però secondo Fromm la zona grigia - se non scura - dell’inconscio inteso come scarto, differenza fra ciò che l’uomo pensa di essere (che è appunto conscio in quanto dato dalla coscienza) e ciò che è realmente (che  invece è inconscio, dissociato dalla coscienza). L’inconscio individuale  allora è la differenza fra queste due dimensioni compresenti sempre nell’uomo e reversibilmente collegate seppure in un rapporto di dis-senso (ed è anche, in termini filosofici, un’irruzione di non-essere nell’io cosciente del soggetto umano, che rompe la continuità dell’io sono, dell’essere dell’io). Constatata tale dimensione, il compito della vita dell’uomo è quello di ricomporre la frattura esistenziale originaria (Io-Mondo) in cui l’uomo è stato”gettato” senza che lui  lo abbia scelto e ricucire questa nuova ulteriore frattura interiore Io conscio-Io inconscio per la quale lo stesso soggetto non appartiene mai e coincide completamente, con totalità e pienezza, con se stesso (qui la consonanza con il concetto di ”Spaltung” di Lacan). A questo punto si innesta il dinamismo fondamentale presente ed innato nell’uomo e nella sua essenza per il quale l’uomo ha bisogno di esprimere le sue potenzialità specificamente umane (che sono valori innati, naturali e quindi immanenti dentro di lui, perciò oggettivi ed universali) in relazione alla possibilità esistenziali e alle occasioni che il Mondo esterno gli offre e gli mette  a disposizione. L’uomo cioè deve poter realizzare se stesso trovando conferma positiva di sé nel mondo: i suoi poteri, le sue qualità autenticamente umane: l’amore, il pensiero, i sentimenti, la libertà, l’identità di sé (e in ciò sta anche la felicità). Se ciò non accade, per motivi interni inconsci o perché il mondo, la società gli bloccano la manifestazione e la attuazione concreta di tali possibilità esistenziali, ecco l’insorgere della nevrosi, del disagio psichico, mentale, esistenziale il cui sintomo più frequente è l’ansia, oppure la varietà estrema delle psicosi dove la fantasia delirante irreale compensa l’insufficienza della realtà, nonchè la depressione (come sentimento e volontà di non essere più o come senso di impotenza totale del soggetto umano di fronte al mondo e ad i problemi dell’esistenza che appunto lo schiacciano, lo de-primono, lo portano giù verso il non-essere più, cioè verso l’autodistruzione). La nevrosi (e al limite la patologia mentale nelle varie forme ed intensità in cui compare e si manifesta) è insomma il blocco, la paralisi dell’espressione delle facoltà tipicamente e positivamente umane possedute da ogni essere umano e la deformazione della propria vera identità, dell’”io sono ciò” (nonché della carenza di libertà, amore, di pensiero adeguato cioè  di verità, di sviluppo della propria vera identità psicologica ed esistenziale, di relazione positiva con il mondo, quindi in generale dell’insufficiente grado e presenza di questi valori presenti nella psiche e nella vita dell’individuo): l’ansia è il segnale indicatore del grado di stallo, di blocco, di impedimento allo sviluppo e all’espressione di sé nel mondo, nel dispiegamento della natura umana e dei suoi valori intrinseci esistenziali nella vita, della  saldezza, integrità ed efficacia della  propria identità personale esistenziale. L’ansia è una spia del grado di distanza e di separazione dalla relazione positiva con il mondo e anche del grado di negazione delle possibilità esistenziali umane innate e naturali, la risposta psicosomatica dell’individuo a quelle condizioni e a quegli ostacoli che mettono in pericolo il nucleo dell’Io sono io, la sua forza propulsiva e espansiva ad essere le qualità potenziali interiori della nostra natura ed essenza umana, impedendone la realizzazione di sè nel mondo: l’ansia è insomma, come Fromm afferma in un piccolo ma fondamentale saggio inedito in Italia (Das Gefhul des Ohnmacht, pubblicato su Imago nel 1937), un indicatore di im-potenza,di non poter essere ciò che si è nella propria identità personale e nella specifica natura umana che richiede, esige di essere realizzata effettivamente, superando i blocchi mentali e psicologici e i conflitti etici valoriali che la ostruiscono. Al contrario, il compimento di tale dinamismo di espressione di sé e di conferma positiva di sé nel mondo, implica la salute mentale e produce la felicità accompagnata dall’’esperienza del piacere e quindi dal sentimento della gioia. Ogni accrescimento di umanità, di facoltà umane intrinseche, innate, naturali,  produce piacere, gioia e dà felicità: ogni detrimento e perdita di umanità, di essenza umana nei suoi valori intrinseci e naturali in essa contenuti, produce disagio e sofferenza, al massimo grado la malattia mentale. Il disagio psichico ed esistenziale è dunque anche, per Fromm, una carenza o uno sviluppo insufficiente di valori umani esistenziali, appartenenti all’essenza dell’uomo, e dunque non solo un prodotto di complessi psicologici effetto di traumi subiti o di situazioni psicopatologiche vissute: la riprova è che lo sviluppo di tali valori umanistici riduce la sofferenza ed il disagio, la cosiddetta “patologia”, favorendo il ritorno della salute mentale. Insomma, senza i valori umani essenziali, sé reali e validi in sé e per sè, l’uomo degenera, soffre e cade preda della malattia mentale: perciò tali valori umani positivi hanno un forte impatto e significato psicologico, divenendo essi stessi vettori di forze psichiche e comportamentali.

Il recupero di questa tematica classica della felicità e dell’essenza dell’uomo in quanto uomo, Fromm ridà valore ancora attuale al sapere filosofico e alle intuizioni di grandi pensatori, soprattutto nella sfera di attività della filosofia morale, cioè l’etica classica, ricordando anche storicamente il forte legame fra l’etica e la psicologia “come scienza dell’anima” almeno fino al 1600 (infatti, fa notare Fromm, il primo libro intitolato Psychologia scritto in Germania da Rudolf Gokel ha come sottotitolo “Hoc est de perfectione hominis”). Insomma  a quel tempo psicologia e filosofia, l’etica soprattutto, procedevano unite, fino alla filosofia kantiana che, distinguendo il fenomeno dal noumeno, fra sensibile pensabile e sovrasensibile impensabile dalla ragione, introduce la differenza fra fatti e valori. La conseguenza è la divisione fra i valori, lasciati alla speculazione astratta (la filosofia) e i fatti empirici, studiati con metodo scientifico (la psicologia), che culmina infatti nell’800 con la nascita della psicologia “scientifica” in Germania con Wundt (nel suo laboratorio di Lipsia) e prosegue poi con la psicoanalisi di Freud che egli, appunto, pensa come empirica e scientifica in quanto scienza  medico- biologica, accorgendosi poi che ciò non è del tutto vero.

All’opposto nel pensiero di Fromm il recupero del pensiero critico della filosofia e del valore, nonché del senso dell’agire umano, è ancora di stringente necessità ed  arricchisce la stessa psicoanalisi originaria di  Freud, altrimenti condannata - se male interpretata - ad essere una psicologia e una antropologia biologica e materialistica, ingabbiata nella teoria energetica della libido e nel rigido determinismo delle pulsioni. Allora il dubbio filosofico secondo Fromm - strumento del pensiero che ri-flette su di sé, si auto-osserva e si auto-corregge - su un’idea o un contenuto psichico, non è nichilismo, soggettivismo o relativismo senza sbocco, ma ri-costruzione e sintesi di una vera ed adeguata idea su un aspetto della natura umana e della sua esistenza nel mondo: anzi il pensiero vero prodotto dalla ragione è al servizio della vita dell’uomo e delle sue possibilità esistenziali, ripristinando il suo valore pratico di guida dell’agire in quanto verità. Allora la filosofia (come attività del pensiero nella vita dell’uomo che è in esistenza) diventa base e prospettiva che dà senso, valore e significato alla stessa psicoanalisi che diventa umanistica ed esistenziale uscendo dal suo determinismo,dalla sua autosufficienza e dalla sua chiusura in se stessa per rispondere all’antico motto delfico «Conosci te stesso», e per mettere in atto l’affermazione di Nietzsche «Diventa ciò che sei». Di conseguenza pensare ed essere uomini vanno di pari passo per Fromm. Il pensiero assume allora un valore pratico, di ricerca della retta via, dell’azione giusta, quindi della vita ben vissuta,cioè buona (e quindi un valore etico assiologico, di determinazione dei valori) che è lo scopo principale della vita. In questa direzione, Fromm recupera, anzi rielabora con coraggio un altro concetto filosofico che, secondo lui, ha anche un forte valore psicologico: è il concetto della coscienza umanistica presente nel nucleo più intimo della natura umana: essa è l’attività del nostro sé più autentico e vero, intimo alla nostra anima e alla nostra essenza umana, è il filo rosso che tiene uniti il nostro “io sono questo”, la nostra identità, i nostri”sé” alle esperienze della nostra vita nella esistenza, è la difesa della nostra identità ontologica di uomini e della nostra soggettività cosciente (e come tale essendo sottile ma profondamente radicata nell’essenza umana ha anche un legame con l’inconscio umanistico, nella sua parte migliore e positiva, quindi con il Sé). .La filosofia, soprattutto quella classica, l’ha intuita e teorizzata, da Aristotele fino a Spinoza, quella moderna in Rousseau, quella contemporanea in Sartre e Dewey. Invece la psicoanalisi di Freud non l’ha vista, né percepita, né presa in dovuta considerazione, concettualizzando solo il cosiddetto Super-io, erede del complesso edipico, il quale però è una coscienza esteriore all’essenza umana perché introiezione dei comandi paterni, delle regole sociali, dei tabù culturali, e quindi “autoritaria” e modulata dalla società. Insomma, il super-io è una versione psicologica e sociologica della coscienza. Invece la coscienza umanistica è la coscienza dell’uomo in quanto uomo: ha un valore esistenziale, psicologico, affettivo, emotivo ed etico, insomma totale. Rappresenta la nostra anima, intesa come il nucleo più intimo, centrale e profondo della nostra essenza umana. È la sentinella ed  il baluardo della nostra identità , del nostro  vero Io, dell’”Io sono proprio ciò”: in quanto tale è cura e amore di sé, accettazione, integrità, autenticità, trasparenza, benevolenza, rispetto ed affermazione di sé, assertività come impulso e guida verso la propria felicità personale. In termini junghiani, il Sé inteso come centro interiore della propria specifica ed irripetibile individuazione.

Dunque riducendo l’estensione della teoria della libido come base interpretativa della psiche e del comportamento umano, Fromm ridefinisce la teoria del carattere formulata da Freud (a partire dai “Tre saggi sulla vita sessuale”, delineando una fenomenologia del carattere inteso come modo di relazione con il mondo ed ”orientamento spirituale” anche con valore etico: 1) ricettivo(orale in Freud) 2) sfruttatore (orale-aggressivo in Freud) 3) accumulatore (anale in Freud) 4) produttivo (genitale in Freud), e al massimo grado biofilo (amante della vita in ogni sua forma.): costui ama e fa fiorire la vita in ognuna delle sue manifestazioni ed espressioni (biologiche, sensoriali, emotive, sentimentali, artistiche, mentali, sociali, ecc), vede l’insieme di un fenomeno più che le singole parti, ama la spontaneità e la creatività, vive la vita come un’eccitante avventura, ama l’umanità, è in un continuo processo di arricchimento e di autoformazione della propria identità e della propria umanità stando nel Mondo, dà vita e reca qualità ad ogni cosa con cui è in contatto. Come quinto ed ultimo tipo caratteriale Fromm definisce il carattere mercantile, tipico prodotto della società del XX secolo: questo tipo caratteriale vede ogni cosa e persona solo come oggetti di un’utile scambio, ogni cosa è in vendita (anche le persone, i valori e i sentimenti): sono per lo più fredde ed indifferenti, inconsapevoli dei propri sentimenti,s enza un Visione del mondo che vada oltre il proprio angusto interesse personale che è quello dello scambio per un migliore profitto e guadagno materiale (e di ciò se ne vantano come del possedere il senso pratico), senza nucleo centrale d’identità, adattabili a ogni situazione, proteiformi, simili ad un guscio vuoto, purché sia loro vantaggiosa. Nella forma più maligna diventano ostili alla vita e ai valori umani validi in sé e per sé, attratti inconsciamente verso l’istinto di morte (la necrofilia, nel lessico di Fromm.) in quanto negano il valore senza prezzo, assolutamente non in vendita, non sul mercato, della vita umana.

Al contrario, collegato alla tipologia caratteriale dell’individuo produttivo e biofilo, sta secondo Fromm l’istinto di vita, ”l’amore della vita, di cui ogni essere umano è dotato fin dalla nascita: ma, afferma Fromm se tale “essere-per-la vita”, ”biofilia” (l’esatto termine da lui coniato), impulso ad essere ciò che si è in potenza come uomini, viene impedito e spento allora l’energia positiva dell’individuo si corrompe, degenera e diventa distruttività, desiderio di morte di sé o degli altri), concordando in ciò con l’intuizione di Freud della presenza dell’uomo di una pulsione di morte, Thanatos però come potenzialità secondaria. Invece per Fromm, la potenzialità primaria positiva dell’uomo è per la vita, il ben-essere, però il suo fallimento porta alla insorgenza del male, dell’aggressività distruttiva, della attrazione per la morte (Fromm la chiama necrofilia). Ancora, uscendo dalla ristrettezza della teoria della libido, Fromm reinterpreta il complesso di Edipo non come attrazione  e desiderio sessuale del bambino verso la madre, ma come desiderio di fusione, di protezione, di sicurezza presente nel grembo materno. Anche il sogno (in Freud espressione di desideri istintuali inconsci repressi perché incompatibili nella vita diurna e censurati dal super-Io) è diversamente visto da Fromm come un messaggio, una lettera che il nostro inconscio ci invia quando, nel sonno, siamo liberi dai condizionamenti mentali e fisici a cui ci costringe la vita sociale quotidiana: è una pièce teatrale dove il sognatore è contemporaneamente attore, regista, autore del testo, come tale è un atto di libertà che il nostro vero io invia a se stesso per indirizzare la psiche conscia troppo socializzata e separata dalla fonte del centro della nostra vera a autentica umanità. È insomma un messaggio di libertà, di verità e di saggezza (oltreché possedere un valore estetico ed artistico come narrazione e visione simbolica e metaforica di sé in cui l’interiore sta per l’esteriore in un rapporto simbolico ed ermeneutico).

Da tutto quanto precedentemente detto consegue una nuova visione della psicoanalisi nella teoria e nella pratica terapeutica, nonché nella figura e nella funzione dello psicoanalista: l’analista deve avere una funzione critica, ma mai distruttiva, di disillusione delle idee che il paziente sviato dai desideri e dalle fantasie narcisistiche) ha  costruito su di sé e sul mondo, in questo avendo una funzione maieutica di guida nella nascita di una più realistica identità di sé, paragonabile a una guida alpina che indica la meta del viaggio - la vetta della montagna -, ma poi lascia che il paziente compia lui stesso il cammino concreto del tragitto verso l’obiettivo, configurato il suo “progetto esistenziale, il suo percorso di vita”. Facendo ciò, l’analista sprona ed incita il paziente e d essere e diventare padrone della propria vita, a essere artefice della propria esistenza tornando a sviluppare le capacità propriamente umane e che egli possiede naturalmente come essere umano aprendo nuove possibilità esistenziali alternative al presente vissuto come negativo e carico di sofferenze, offrendo la “rivoluzione” della speranza come gestazione di ciò che ancora non è, ma sarà probabilmente nel futuro, se il paziente si impegnerà e lo vorrà, realizzando così se stesso con le proprie mani in relazione attiva e produttiva con il mondo, raggiungendo così i propri obiettivi di vita. Dare speranza, fiducia e fornire senso dello scopo: lo psicoanalista deve mantenere sempre quest’atteggiamento positivo nelle possibilità di evoluzione e sviluppo insite naturalmente fin dalla nascita nella natura umana, pur non rinunciando a un sano realismo come percezione dei limiti che la realtà, la vita ci impone (vincendo l’onnipotenza narcisistica infantile). Tutto ciò, per inserire di nuovo l’individuo nel flusso della via, nel processo di vivere da cui il paziente (assorbito dal sintomo nevrotico) si è distaccato, isolandosi (da qui l’aumento del senso di solitudine e di impotenza), recuperando l’impulso ad affermare se stesso, la propria assertività di fronte al problema che lo blocca. Tali atteggiamenti lo obbligano a fotografare l’inconscio del paziente”qui ed ora”, cioè ad analizzare e valutare la situazione reale conscia e la corrispondenza inconscia nel momento presente, attuale della vita del paziente, evitando di esplorare troppo estesamente e lungamente il passato con i suoi molteplici significati, impresa inesauribile ed inarrivabile: per di più dare troppo peso al passato può sviare la presa di coscienza e la responsabilizzazione del paziente nel momento attuale in direzione del futuro, suggerendogli un ottimo alibi giustificatorio e confermando l’opinabile meccanismo della “coazione a ripetere” della psicoanalisi classica. In questa funzione orientativa di saggia ed esperta guida, l’analista utilizza nel suo armamentario di attrezzi anche gli strumenti di pensiero della filosofia classica ed umanistica, andando a “provocare” (come un moderno “tafano” filosofico) con la giusta domanda modulata su una corretta interpretazione, la reazione intellettuale e la risposta esistenziale umana del paziente, giungendo a scandagliare i profondi valori umani ed esistenziali su cui egli ha costruito la sua vera identità e di cui nutre la sua psiche, annettendo anche la parte inconscia dissociata e rimossa (e che il paziente talora ha interesse a mantenere tale e ne ricava un apparente vantaggio):  quest’operazione a sua volta riorganizza e rimette in campo le forze psichiche implicate nelle problematica del soggetto in analisi, e magari risolvendo anche la manifestazione del sintomo clinico. Facendo ciò, Fromm supera il pregiudizio dell’assoluta neutralità dell’analista nei confronti del paziente e rivendica un ruolo attivo, di stimolo creativo e di produttività intellettuale nella riformulazione dei valori umani ed esistenziali del paziente, nella sua Visione del mondo, nella risposta al senso e significato complessivo della propria vita individuale. Inoltre propone un atteggiamento di empatia fra paziente ed analista, anzi una condivisione attiva dell’esperienza e del vissuto del paziente da parte del medesimo analista che in tale modo comprende emotivamente, spiritualmente il paziente e lo accetta per quello che è (spingendo il paziente a fare altrettanto), fino all’affermazione paradossale ma significativa di raggiungimento della situazione in cui i ruoli si invertono e l’analista “sentendo” il paziente viene da lui “curato”, cioè aggiunge a se stesso maggiore spessore umano, intensifica la qualità della sua esperienza di vita e del suo ruolo professionale terapeutico. Insomma coglie una tessera dell’inconscio umanistico esistenziale di cui è dotato l’essere umano,arricchendo il mosaico dell’umanità anche sua personale. Nella relazione terapeutica, l’analista ed il paziente aumentano la  loro vitalità il loro “essere per la vita”, il loro amore genuino di se stessi in quanto uomini superando l’odio di sé inconscio dovuto alla dilatazione ipertrofica e alle pretese irreali dell’io narcisistico (il falso Io,in parte prodotto di identificazioni esterne al vero Io originario imposte dalle figure sociali autoritarie) senza il quale dice Fromm non c’è guarigione e ben-essere, recuperando il gusto di essere uomini nel mondo e quindi affermando l’amore per la vita nei suoi valori umani centrali e profondi che la rendono degna di essere vissuta: amore, libertà, verità giustizia, identità esistenziale dell’io, relazione produttiva con il mondo, felicità. In questo mondo, inoltre essi superano la comune alienazione tipica dell’uomo moderno (ridotto a cosa, a merce, a rotella dell’ingranaggio sociale cioè ridotto ad oggetto) ed imparano ad affrontare le situazioni critiche e dolorose della vita con quello che Fromm chiama il coraggio di essere, il coraggio di esistere nel paradosso sorprendente dell’esistenza, mettendo anche in gioco se stessi ed assumendosene la responsabilità, scolpendo il proprio volto che è espressione esterna dell’anima intesa come profonda interiorità di sé, dell’“Io sono ciò” e centro profondo dell’essere uomo in esistenza e ottenendo il premio conseguente: una vita buona, ben vissuta, la realizzazione individuale della propria universale umanità. D’altro lato e infine lo psicoanalista è paragonato da Fromm a un buon giardiniere che si prende cura della pianta che gli è stata assegnata in sorte, in senso metaforico, potando, innaffiando, togliendo quei parassiti (mentali e psicologici) che infestano la pianta e ne impediscono una buona crescita e fioritura. Ma oltre alle operazioni tecniche suddette, lo sviluppo della pianta non avviene se il giardiniere non “ama”la pianta (cioè, fuor di metafora l’umanità presente nell’individuo che si affida alla sua cura, desiderandone il suo bene), facendo in questo modo della psicoanalisi più che una tecnica (parola riservata a oggetti meccanici artificiali) una vera e propria arte dove ciò che davvero conta, non è solo la esattezza tecnica e la metodologia scientifica, ma il contatto interpersonale e dialogico fra il centro di due esseri umani in esistenza, che in  modo collaborativo ed empatico, reciprocamente , ridisegnano i tratti e la cornice, ridipingono il quadro della loro vita, usando colori e tonalità cromatiche, sfumature diverse, soprattutto cambiandone anche la cornice di riferimento, la visione d’assieme che li comprende. È questa l’arte di vivere richiamata da Fromm come compito più vasto della guarigione strettamente medica psichiatrica della psicoanalisi umanistica intesa come disciplina spirituale, in cui avviene che l’esecutore sia anche il progettista, l’architetto, l’artigiano artefice attivo della propria vita e che l’antica ma indistruttibile filosofia antica classica  aveva fatto oggetto principe dei suoi interessi e studi e che Fromm ci ripropone, aumentando così il potenziale benefico della psicoanalisi in genere intesa come disciplina etica e spirituale (cura di sé, arte di vivere e quindi non strettamente mediche psichiatriche) nonché , secondo me, se Fromm fosse ancora in vita,condividendo la validità e l’efficacia del moderno counseling filosofico e il valore di cura e nutrimento dell’anima attraverso la ricerca di senso, di significato e di valore specifica della filosofia come attività del pensiero umano, ma  anche come pratica del pensiero. L’ultimo passaggio di questa presentazione del pensiero di Fromm, che si riconnette all’iniziale presentazione del problema dell’Essere fondamentale per lui, sta nella risposta che Fromm dà ad un giornalista della radio Svizzera nell’ultima intervista prima di morire: alla domanda “che cosa significa essere?” egli risponde «Esser vivo, interessato, vedere le cose, vedere l’uomo, ascoltare l’uomo, immedesimarsi nel prossimo, sentire se stessi, fare della vita qualcosa di bello e non noioso», terminando l’intervista affermando: «Credo che la cosa più importante sia il coraggio di essere se stessi, il coraggio di dire che per l’uomo non c’è più nulla di importante che l’uomo stesso e che lo scopo più grande della sua azione è la sua stessa sopravvivenza non solo biologica ma spirituale perché ciò non può essere diviso. Se l’uomo non ha più speranza, allora non ha più possibilità di vivere».

Giorgio Risari


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