Associazione Europea di Psicoanalisi

NEWS


Una riflessione in chiave psicoanalitica sulla violenza – perversa - nei ruoli  di aggressore e  vittima nel  Mobbing 

[Relazione tenuta a Trieste il 10 novembre 2005 per la giornata informativa sul Mobbing: “La pubblica Amministrazione nella realtà della nostra Provincia”]

Non sono un esperto di Mobbing, ma questo argomento ha iniziato, anche se da non molto, a interessarmi e a coinvolgermi con calore.

Viene immediatamente da chiedersi se il  Mobbing interessa alla psicoanalisi e  in che modo essa se ne occupi.

Il termine di Mobbing è un termine abbastanza recente, soprattutto in Italia, ma possiamo dire che il “meccanismo intrinseco” del “Mobbing” è, in fondo, antico quanto il mondo nella ben nota rappresentazione della violenza che l’aggressore esercita contro la propria vittima.[1]

A mio avviso  il Mobbing  è  una realtà criminosa. È  materia  specifica soprattutto della criminologia, nell’esplicito capitolo della “vittimologia” e, di conseguenza, anche oggetto della scienza giuridica.

Sinteticamente le discipline  più appropriate alla soluzione del crimine, che si realizza attraverso il mobbing, sono gli ampi settori della Psicologia del Lavoro, quelli della  Psichiatria e della  psicopatologia, in generale, e nel loro specifico.

 La psicoanalisi, nella sua metodologia di ricerca, di clinica e di psicoterapia, si esprime attraverso un’ ottica specifica e complessa, e seppur lontana dall’essere un intervento immediato alla risoluzione di questo fenomeno

 è ad ogni modo  una disciplina che studia la civiltà umana[2]. Inoltre la psicoanalisi non va connessa, anche per rigore epistemologico, alla “medicalizzazione”[3].

 Passiamo ora al Mobbing, nelle sue articolazioni distinte  e  pertinenti, anche alla discussione psicoanalitica.[4]

Lo abbiamo definito un crimine!

 Di che tipo di crimine si tratta?

Per illustrare questo argomento e renderlo maggiormente comprensibile, mi pare opportuno riferirmi ad alcuni passi  tratti dal libro della psicoanalista francese Marie-France Hirigoyen[5].

Tra le diverse terminologie, che lei usa, quella che mi sembra fondamentale, da richiedere doverosa attenzione, è la: “Violenza perversa[6].

Ecco, l’ inquadratura propriamente psicoanalitica  che denomina il  “Crimine” con l’accentazione ora qualificata.

Non si tratta, perciò, di un crimine che si realizza attraverso atti e comportamenti immediatamente palesi, né con l’ intento diretto, ad eliminare “l’altro” attraverso un’aggressione apertamente fisica. E’ però un modo di procedere vago ed occulto che può portare anche, in linea estrema, all’omicidio vero e proprio, e ben mascherato  con l’esito del suicidio della vittima.

Questa possibile fine atroce del mobbizzato può, dunque, benissimo non essere prevista dal mobber; egli intenderebbe un’ azione “limitata” nel suo complesso disegno criminoso. Diciamo pure che “questo gioco complesso” può per l’appunto sfuggirgli di mano e non prevedere (almeno coscientemente) un esito così estremo e conclusivo. L’obiettivo da raggiungere sarebbe solamente quello di costringere il collega, “lavoratore vittima”, alle dimissioni o comunque ad uscire dall’ambito lavorativo.

Ciò si realizza attraverso una acuta e particolareggiata metodologia dell’ “annientamento psicologico”[7]. Per mezzo di angherie subdole[8], proprie della “violenza silenziosa”[9], quali  malintesi, allusioni e sgarbi svariati e ripetitivi, si ottiene l’intromissione della violenza nel mondo psichico della vittima assaltata, in maniera considerevole, tanto da risultare ossessionata. Ecco la metodica dell’assassinio psichico![10]

 Cosicché aggressività repressa, autodenigrazione, protratti stadi depressivi, non solo possono scatenare attraverso l’ “oltraggio  psicologico” una follia, ma tutta questa dinamica “mortifera” può benissimo degenerare, come detto, nell’autentico suicidio del “capro espiatorio”[11].

 La beffa che, oltre tutto, subisce il “mobbizzato” è che viene colpevolizzato: è lui a essere  l’aggressore invece che l’aggredito, se non anche correre il rischio d’esser ancora etichettato come “paranoico”.

 Altrettanto pericoloso sarebbe, tuttavia, “puntare il dito” esclusivamente al “mobbing” che si effettua nell’ambiente lavorativo se non si guarda anche nelle dinamiche familiari. Senza voler entrare appieno su questo  argomento, basta ascoltare  la cronaca: quanti tipi di molestie psicologiche (e non solo psicologiche)[12] avvengono tra partners, tra figli e genitori, ecc. La famiglia rischia d’essere uno degli spazi più intimi dove si realizza il peggio della violenza. Nell’epoca attuale ci sono vari tipi di conclamati omicidi e suicidi. Quanti di questi  non sono stati generati e gestiti dall’ “atmosfera del mobbing”, nella sua accezione più vasta?

Mobbing!

Sindrome che purtroppo la si rende “naturale abitudine”, tra omertà e indifferenza.

 Adesso in modo riduttivo, e per intenderci  reso “all’ osso”, cito qualcosa sulle  caratteristiche patogene, e quelle propriamente patologiche, dell’ aggressore e sulla grave prostrazione  psicologica della vittima.

Riporto soprattutto, e di proposito, ciò che la stessa Hirigoyen descrive, con la sua originalità, l’essenza “alchemica” del comportamento tra aggressore e vittima:

«Il perverso narcisista prova un piacere (…) nel sottolineare la debolezza dell’altro o nell’innescare la violenza (…). Gli affibbia  l’etichetta di caratteriale, di alcolizzato, di suicida. La vittima si sente disarmata, cerca di giustificarsi come se fosse effettivamente colpevole. (…). Per il perverso l’ideale è far sì che l’altro diventi il “cattivo”, cosa che trasforma la malignità in condizione normale, condivisa da tutti. Cercare di iniettare nell’altro quello che vi è di cattivo in lui. Corrompere è lo scopo supremo. Non c’è per lui soddisfazione più grande di  quando spinge più individui ad annientarsi a vicenda.

Tutti i perversi che sono sessuali o narcisisti, cercano di portare gli altri nel loro registro, [tecnica perversa] poi di indurli a sovvertire [rovesciare] le regole. La loro forza distruttiva deve molto alla propaganda per dimostrare a quanti hanno intorno che l’aggredito è “cattivo” ed è normale quindi prendersela con lui (…). Non attirare gli altri nel registro della violenza è un fallimento per il perverso (…)».[13]

L’autrice, attraverso i risultati delle sue ricerche cliniche, ci svela qual è il modello che si attiva nel “teatro” del mobbing,  ed è quello mediamente  congeniale dei “perversi narcisisti”!

 Riferendosi, anche agli studi di P. Claude Racamiere,[14] e di altri autori ancora, così puntualizza:

 “Sono considerati psicotici senza sintomi, che trovano il loro equilibrio scaricando su qualcun altro il dolore che non provano e le contraddizioni interiori che essi rifiutano di percepire. <<Non lo fanno apposta>> a ferire, ma non sanno far altro per esistere. Sono stati feriti a loro volta (da bambini) e cercano di mantenersi così. Questo transfert di dolore permette loro di valorizzarsi a spese altrui. (…) Tutto (…) si spiega col <<Narciso vuoto>>(…) e con niente dentro  (…) Come i vampiri il narciso vuoto ha bisogno di nutrirsi della sostanza altrui. (…) I perversi non si considerano responsabili perché non hanno soggettività vera”.[15]

Quale per l’autrice, invece è la condizione della vittima?

«La vittima (…) è stata designata dal perverso. Diventa responsabile, capro espiatorio di tutto il male. Sarà d’ora in poi bersaglio della violenza e risparmierà al suo aggressore di cadere in depressione o di rimettersi in discussione.(…)

Le vittime vengono scelte perciò che hanno in più e di cui l’aggressore cerca di appropriarsi. (…) La vittima in quanto vittima, è innocente del crimine per cui pagherà. (…) Anche i testimoni dell’aggressione nutrono sospetti nei suoi confronti. E’ come se una vittima innocente non potesse esistere.

Si pensa che acconsenta tacitamente o che  sia complice, consciamente o meno, dell’aggressione che subisce.(…) Invece che passare per innocente le vittime passano per deboli.

 […] Perché è stata scelta?Perché ha cominciato a dare fastidio,(…) Diventa oggetto di odio dal momento in cui [la vittima] non ha più niente da dare (…) è solo un oggetto che importa poco.

[…] Quando perversi e paranoici si associano, ciò non fa che duplicare l’effetto distruttivo della vittima designata. E’ quello che si assiste soprattutto nei gruppi o nelle aziende.[16] (…)E’ più utile disprezzare o prendersi gioco di qualcuno davanti a uno spettatore che incoraggia!»[17]

Della  vittima viene ora sottolineato la “situazione reattiva” all’attacco perverso;  riguarda la capacità del mobber di far leva su quelle debolezza che, tra l’altro, sono in potenza in ciascuno di noi, in modo da portare il mobbizzato all’esasperazione:

«Ogni individuo presenta un punto debole, che diventerà per il perverso qualcosa a cui aggrapparsi. (…). Sono molto abili nell’intuire i punti deboli, nello scovare i modi in cui l’altro potrebbe accusare il colpo, essere ferito. Può essere che la pecca in questione sia proprio una cosa che l’altro rifiuta di vedere in sé stesso. (…)Può trattarsi di un sintomo che l’interlocutore si sforza di banalizzare, di mimetizzare, e che l’azione perversa riattiverà. (…) I perversi vanno in cerca dell’altro, del seme di autodistruzione, che basta poi attivare con una comunicazione destabilizzante.

Dire che la vittima è complice del suo aggressore non ha senso (…) a causa del condizionamento che ha subito, non ha avuto le risorse psichiche per fare altrimenti. Era paralizzata!

 Il fatto che abbia partecipato passivamente al processo non toglie nulla alla sua posizione di vittima. (…) La vittima non è in sé masochista o incline alla depressione. I perversi sfruttano la parte depressiva o masochistica che è in lei.

Ciò che a prima vista sorprende è che le vittime accettino la loro sorte.

L’aggressore e l’aggredito funzionano secondo lo stesso meccanismo totalizzante. In entrambi i casi c’è una esacerbazione delle funzioni critiche, verso l’esterno nel caso dei perversi, verso sé stessi in quello delle vittime!

 Hanno interiorizzato ciò che le aggredisce […] Per un fenomeno di proiezione, i perversi narcisisti riversano sulla loro vittima la loro colpevolezza. […] Le vittime si rendono ben conto che si tratta di un comportamento patologico[18] […]».[19] 

L’autrice affronta immancabilmente l’argomento  della psicoanalisi come “trattamento” sostenendo:[20]Una cura psicoanalitica tipo non è adatta a una vittima ancora sotto choc della violenza perversa e delle umiliazioni…”

 Le si deve dar piena ragione poiché la psicoanalisi non è un trattamento del sintomo ma “tratta” la persona nel suo essere totale.[21] Questo non è ciò che si può pretendere  dalla psicoterapia medico psicologica,  né è certo che la stessa psicoanalisi ci riesca.  Qualsiasi scienza  non ha l’onnipotenza di risolvere o sospendere tutti i problemi della sofferenza umana.

Il trattamento psicoanalitico, tra l’altro, è inimmaginabile  per chi non lo abbia personalmente provato.

 La psicoanalisi, che in un primo momento, per così dire, si tiene lontana dalle situazioni comportamentali immediate e permane “incapace” [diciamolo francamente]di  trattare tempestivamente il mobbing , ciò malgrado, può invece fornirci il suo qualificato vantaggio. Essa studia scientificamente l’uomo dalla sua originale prospettiva, per quanto la si voglia discutere.  

 È la scienza che ha per oggetto l’Inconscio e le sue leggi. Ben oltre ad un trattamento di “mobbing”, e grazie all’ idoneità delle sue conoscenze, può leggere nell’enigma del comportamento umano. Analizzando e trattando l’intrapsichico delle persone, e dei loro processi individuali, evidenzia gli ingredienti  propriamente inconsci delle pulsioni distruttive. Sta poi all’arbitrio dell’uomo, ( e più di tutti a quello del “sofferente”)[22] una volta compreso le loro strategie negative, di convogliarle al servizio di produzioni e di rapporti positivamente costruttivi. Così la psicoanalisi si rende anche utile  a collaborare, con le altre “conoscenze” scientifiche, per un’azione preventiva, di non indifferente portata. Ossia bonificare i territori interiori ed esteriori, contribuendo così alla realizzazione di una società più equa. 

Cerco di concludere.

Non mi occupo di psicoterapie[23] e l’oggetto della mia ricerca psicoanalitica è la psicoanalisi culturale[24] e la cultura della psicoanalisi.[25]

 Di conseguenza non riesco a trattenermi dal dare una mia impressione “etica”[26] che, pur scrutando in generale,  non prescinde dalla psicoanalisi, anzi, spazia nell’ accezione di ciò che si dovrebbe apprendere, dall’ esperienza che essa rileva proprio sulle perversioni[27]:

 Perverso è tutto ciò che è contro l’uomo e l’umanizzazione. Perverso è quanto non permette all’uomo il rispetto della dimensione della sua esigente qualità esistenziale.

 Oggi le leggi del Mercato e del Profitto, le nuove strutture sia socializzanti che quelle sull’impostazione dell’attuale “ lavoro  produzione”, non mirano assolutamente al servizio dell’intelligenza, della qualità, delle esigenze propriamente educative, né alla complessa struttura psicologica umana.

In ogni epoca l’uomo è compromesso tra tragiche discese disumane e straordinarie, inaspettate ascese, per cui si dovrebbe sempre guardare anche al peggio con la ragione dell’ottimismo.

Tuttavia questo attuale “quantificarsi” di prodotti perversi, perciò impropri alla soddisfazione dell’uomo, sollecitano, e sfruttano di proposito, la sua componente inconscia del desiderio. Desiderio che privo d’una visione con il reale gioca a far sì che, attraverso oggetti fittizi, egli permanga solo che “Il desiderante, l’ assettato”, privo di mete “realmente” soddisfacenti.

 Le leggi del mercato-consumo, spietatamente immanente, stanno imponendo un logoramento  all’autenticità della sua specifica struttura di  uomo in quanto essere pensante.

 Il Mercato[28], così marchiato, è  assai poco idoneo alla crescita e al vero interesse umano e,  per una tendenza fantasmatica egocentrica, si presenta ad essere più di tutti la fonte attuale di una imponente perversione.

Lo stesso “Sistema Politico”, che  “come arte del governare”, si propone al servizio di tutti, può rischiare la perversione. Infatti l’asservimento ad un mercato antiumano lo aliena dalla sua autentica natura  di salvaguardare la sana  condotta e il benessere pubblico. Si estranea dal suo scopo primario di garantire e gestire i servizi congruenti al vero progresso economico, fisico e psichico di tutti i cittadini. Così, egli stesso, si concatena al  suo proprio narcisismo perverso.

Rimarcando la situazione dell’ ambiente lavorativo, per esempio, il dipendente, è  schiavizzato e continuamente minacciato d’essere etichettato come “non adatto alla nuova servitù produttiva”. Vessato dal dover raggiungere gli imposti obbiettivi.

 Ma utili a chi?

 La produzione perversa e frenetica forse lo ripagherà, anche abbastanza, alla fine del mese. Egli tuttavia continuerà ad essere “nessuno” se non la “maschera”d’un prodotto premiato dalla stessa logica di mercato, mentre il suo sé autentico va logorandosi tra lamenti di stress e insonnia.  Il “precariato selvaggio”, assieme alle altre perversioni del sistema, porta purtroppo senza accorgersi, a destabilizzare ciò che dovrebbe essere una  sana organizzazione dell’ equilibrio e della salda identità individuale.

 Dirigenti e dipendenti ancora non si rendono pienamente conto che questo tipo di civiltà e “metodologia” dei consumi e dei profitti “senza qualità”,  dequalifica l’ individuo e la sua cultura.

 L’uomo rischia, continuando così, di “pagare” l’amaro prezzo del  conflitto non risolto tra le perversioni, del suo mondo interiore e di quelle proposte dall’ esterno, e la sua esigente natura di libertà riflessiva e creativa.

 Richiede, l’essere umano, di riappropriarsi “del suo tempo e del suo spazio”, che non è l’esclusiva dimensione del profitto e del consumo per la quale l’orologio, di questo mondo odierno, pare non bastare più di ore.  

Giovanni Allotta

 membro dell’A.E.P.

 


[1] Parafrasando, già con le figure di Caino e Abele si inaugura, fin nel mito biblico (che si esprime in Genesi, dal capitolo uno all’undicesimo), una civiltà aggressiva che arriva fino all’omicidio. Poi, nella storia, abbiamo visto, o per lo meno ben compreso, che si sono verificati  stermini ed omicidi di massa,  in diverse epoche. Una delle ultime “emblematiche”, della storia contemporanea l’abbiamo appresa per antonomasia col termine di “Olocausto”, preceduto da una “progettazione meticolosa” denominata “Soluzione Finale”.

[2] Wolfgang Mertens sottolinea come nessuna teoria del Novecento ha avuto un influenza sulla storia , sulla vita quotidiana, sulle arti e sull’immaginario collettivo paragonabile a quello della psicoanalisi, tanto che per essa si può parlare di una rilevanza che investe campi del sapere e dell’esistenza lontani, se non addirittura estranei alla scienza. Non si sofferma però solo a questo, ma specifica come la psicoanalisi è una scienza che si offre anche, e forse soprattutto, come teoria della civiltà, che illumina, con forza e spregiudicatezza, ogni campo culturale , artistico e religioso. Cfr. : W. Mertens, La psicoanalisi, storia e metodi. Einaudi,TO 2000, pp. 139.  Non di meno la nota  della S.P.I. in Brevi note sulla Psicoanalisi e sulla Società Psicoanalitica Italiana a cura di Domenico Chianese riporta: “La psicoanalisi è sorta più di un secolo fa, in un momento di profonda trasformazione della civiltà. Ora ci troviamo ad affrontare nuovi e complessi problemi di civilizzazione che incidono sulla vita psichica e il suo sviluppo, segnando la situazione umana, modellando le forme che assume il dolore psichico. Per il movimento psicoanalitico internazionale si prospetta un impegno che è insieme terapeutico, etico e culturale.

[3] Il tema di non “medicalizzazione” della psicoanalisi di Freud  si trova negli scritti : Psicoanalisi selvaggia [(1910) Boringhieri, F. op. vol. 6.] Segue, Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico [(1912) Borighieri, F. op. vol. 5.] Infine in: Il problema di psicoanalisi condotta da non medici. [(1926) Boringhieri, F. op. vol. 10.]

3 La Psicoanalisi,  seppur oggi rappresentata dalle più svariate associazioni, almeno finora, è riuscita a mantenere la sua autonomia sia come scienza del conoscere umano che nel suo procedimento terapeutico. Per quanto riguarda l’argomento sull’originalità e la riuscita del suo modo di procedere terapeutico, la “sua” psicoterapia non va confusa con le psicoterapie attuali,  che rientrano, per intenderci, nella vigente “Legge Ossicini”.

4 Ovviamente è impossibile in una relazione di conferenza esaurirle tutte. Né si riescono, sempre a causa del tempo disponibile, ad articolarle soddisfacentemente; si accennano, sempre con una certa approssimazione, quelle fondamentali.

5 Marie-France Hirigoyen, Molestie morali, la violenza perversa nella famiglia e nel lavoro. Einaudi, TO, 2000, pp. 259. L’autrice è una psichiatra, psicoanalista e psicoterapeuta familiare esperta in vittimologia.

 

[6] Che riguarda in particolare le “molestie morali”.

[7] La violenza silenziosa!

[8] Molestie morali.

[9] Fuori dal piano propriamente fisico.

[10] Termine riportato nel libro della Hirigoyen.

[11] La M.F. Hirigoyen a p. 125 del suo libro (op. citata) scrive: << Se a una violenza sottile (ricatto, minacce velate, intimidazioni) si aggiungono violenze reali fino all’omicidio è perché il gioco perverso è scappato di mano, dato che il perverso preferisce uccidere indirettamente, o più impropriamente indurre l’altro ad uccidersi da solo>>.

[12] Tralasciamo qui il problema della violenza propriamente fisica delle famiglie.

[13] Ibid.  pp.129-130.

[14] Vedi op. citata p. 133 n. 3.

[15] ib. “     “ cfr: pp. 131-144.

[16] Sappiamo ormai che il “mobbing” è stato utilizzato per la prima volta da Konrad Lorenz. Riferendosi agli attacchi di piccoli gruppi di animali contro uno più grande e isolato per allontanarlo dal gruppo, o dal nido. Dal 1984, il termine di “mobbing” è utilizzato per designare, chi in ambiente lavorativo, è oggetto di “emarginazione” al fine di indurlo alle dimissioni senza entrarvi in un “caso sindacale”. La Hirigoyen riporta un importante argomento ad esempio di “mobbing”, al cap. V, (pp. 145) del suo testo, e che riguarda la “vittima, riferendosi a Renè Girare ( La violenza e il sacro, 1992, ed. Adelphi)”, e riporta di lui: <<Nelle società primitive le rivalità all’interno dei gruppi umani producevano situazioni di violenza indifferenziata, che si propagavano per mimetismo e trovavano soluzione solo in una crisi sacrificale che portava all’estromissione (ossia all’uccisione)di una persona o di un gruppo di persone, designate come responsabili della violenza. Con la morte del capro espiatorio la violenza veniva meno e la vittima diventava sacra”. La Hirigoyen sottolinea, però, che “ai giorni nostri”, le vittime non sono più sacralizzate ma, invece di passare per innocenti, debbono passare per deboli.

[17] Hirigoyen, op. citata, pp. 145-157.

[18] Questo fatto che può sembrare assodato non è scelto per caso. La vittima è addentro nella consapevolezza, o esame di realtà: rispetto al suo persecutore “lei sa”! Sa quello che lui non sospetta, e cioè che lui, persecutore, è nella patologia e non riesce a rendersene conto a differenza di lei che invece ne ha preso coscienza.

[19] Hirigoyen, op. citata, cfr :pp.  145-157.

[20] Op. citata p. 213.

[21] È anche utopistico, ma finora, per la psicoanalisi, è la sua forza di esistere poiché, a mio parere, fin dall’inizio della storia, l’uomo convive anche con i suoi miti interiori, e parafrasando pur di molto, la psicoanalisi è “l’unico mito” che sa spiegare i miti. Alla base del mito c’è l’enigma e la psicoanalisi ha iniziato a spiegare l’enigma umano. Ha iniziato e continua, ma non ha ancora finito!

[22] Esiste la gratificazione ,o compenso secondario, di una “patologia”.

[23] Ho un’esperienza di trattamento psicoanalitico, per conoscenza personale, pluriennale sia freudiano che lacaniano, per cui so cosa è e cosa non è una “psicoterapia” psicoanalitica. Mi  è però sempre più difficile inquadrare la psicoanalisi come l’esercizio di una psicoterapia” , la psicoanalisi è piuttosto uno strumento di autoconoscenza, grazie al quale si procede a “conoscere” se, gli altri e il mondo dei comportamenti umani che ci circonda.

[24] Sigmund Freud si occupò di studiare la civiltà in base alle esperienze cliniche e alle sue teorie psicoanalitiche; fece  anche delle generalizzazione(avviene per ogni scienza). Ma lo studio della “civiltà”, per me, era il suo motivo più recondito.

[25] La psicoanalisi non ha solo la “cultura della conoscenza”, ma deve conoscere anche le proprie radici culturali che le hanno dato l’esistenza. In accordo con le  esigenze del mutamento dei tempi, che la portano ad acculturarsi, e non senza una propria autocritica associata alle revisioni metapsicologiche.

[26] Esiste anche  nella psicoanalisi un problema etico.

[27] Per quanto concerne le mie idee personali e che qui riporto per quelle che sono e per come mi sono venute, molto però devo a delle riflessioni, informali, avute con lo psicoanalista (AEP) di Verona dr. Emilio Lucchini. Questi, che ha molta esperienza in materia, dirige la sezione di psicoanalisi culturale.

[28]Sistema che si crea e si autorigenera immutabilmente con il fine esclusivo di garantire solo per sé stesso.  Sopravvivere a qualsiasi costo,  senza badare a quelle “qualità” che dovrebbe garantire, per la sua funzione di servizio al progresso vantaggioso della civiltà umana.
 


Chi siamo    Articoli   Formazione    Soci     Progetti    Psicoanalisi e cultura  
Forum    Adesione    Contatti   Link   Home     Benvenuti

webmaster: Angelo Conforti