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Associazione Europea di Psicoanalisi |
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Nichilismo e psicoanalisi
[Intervento al Convegno AEP del Fidenza PsicoFestival, 22 Ottobre 2005]
Assistiamo ogni giorno agli spettacoli del nichilismo: terrorismo, guerre,
violenza, plagio, rimbambimento delle persone, distruzione dell’ambiente,
incessante produzione di cose usa-e-getta.
Eppure spesso ci sfugge che il nichilismo è qualcosa di più dell’annientare le
persone e le cose, dell’annullare la dignità e la personalità degli individui,
del sottometterli e sfruttarli per qualche progetto disumanizzante, del trattare
la natura come una risorsa infinita da saccheggiare senza limiti.
Non dobbiamo dimenticare che il nichilismo è innanzitutto un modo di pensare,
una concezione della realtà che la considera manipolabile a proprio piacimento,
qualcosa che si può produrre e distruggere, che si può annullare, perché non
conta nulla (qualunque cosa sia: natura, oggetti, persone).
Tuttavia, spesso si dimentica di andare più a fondo, di cercare le radici del
nichilismo nelle profondità della nostra anima, dell’anima di un’intera civiltà
che qualcuno ha voluto chiamare Occidente. Lo si dimentica, nonostante le menti
più lucide della nostra età abbiano da tempo cominciato a mostrare quelle
radici. Penso a Galimberti e, soprattutto, a Severino, che da tempo hanno posto
la questione del nichilismo al centro della loro riflessione filosofica.
Ma sembra che la confusione sull’argomento rimanga e domini il nostro tempo,
perché il nichilismo stesso nelle varie forme che assume, non solo non si
mostra, anzi si occulta, si maschera, si presenta come il proprio contrario, ma
giunge anche al punto da accusare di nichilismo coloro stessi che lo combattono.
Certo non possiamo qui trattare in modo esauriente un tema che da Heidegger a
Jaspers e poi fino ai nostri giorni ha ricevuto un ampio sviluppo. Ci limiteremo
a dire che già Nietzsche, oltre un secolo fa, aveva individuato e portato alla
luce le autentiche radici del nichilismo, di quella che è la malattia più
profonda ed occulta dell’Occidente, la Follia che ne caratterizza lo stesso
sottosuolo su cui sorgono le manifestazioni della nostra civiltà.
Da un lato ha dunque ragione Scalfari nel dire che il “secolo” di Nietzsche non
si è ancora concluso, che il Novecento non è un “secolo breve” (secondo la
celebre definizione di Eric Hobsbawm) ma dura ancora, in quanto “se si guarda al
tema della crisi dei valori assoluti, alla relativizzazione del sacro, alla
nascita del pensiero nichilista e dell’angoscia che ne consegue, allora il
Novecento è un secolo lunghissimo poiché l’inizio della crisi che lo
caratterizza avviene a metà del XIX e dura tuttora, né possiamo affermare che
abbia raggiunto il suo culmine. Da questo punto di vista si può dunque sostenere
che il Novecento è cominciato 150 anni fa e ancora ignoriamo quando e come potrà
concludersi. Eravamo già nel Novecento ai tempi di Turgenev, di Dostoevskij, di
Nietzsche, ma lo siamo tuttora e più che mai” (Eugenio Scalfari, “L’infinito
presente”, in Alfabeto 2005, L’Espresso, 6 Gennaio 2005).
Ma dall’altro sbaglia, perché confonde il nichilismo con la sua denuncia e
ritiene, appunto, che “la nascita del pensiero nichilista” sia dovuta a Turgenev,
a Dostoevskij, a Nietzsche,
mentre è
vero piuttosto che essi lo combattono.
Il fatto è che il nichilismo è il tratto caratteristico della civiltà
occidentale fin dalla sua nascita e con Nietzsche è iniziata, insieme alla crisi
dei valori assoluti, anche la crisi del nichilismo. Perché esso consiste
precisamente nel porre a fondamento di tutto quei valori assoluti che, nella
loro immutabilità, perfezione, indiscutibilità, tolgono valore a tutto ciò che
esiste nella dimensione terrena, diveniente, mutevole. Dunque bisognerebbe
correggere la riflessione di Scalfari dicendo piuttosto che la crisi dei valori
assoluti e la nascita del pensiero che smaschera il nichilismo della civiltà
occidentale caratterizzano il nostro tempo.
Occorrerebbe inoltre aggiungere che “l’angoscia che ne deriva” ha quel valore
positivo che già Kierkegaard attribuiva a questo sentimento fondamentale che
paragonava alla “vertigine della libertà”.
L’angoscia non va infatti confusa con la disperazione o con una qualsiasi delle
“patologie” che affliggono la psiche umana, alle quali vanamente la creazione
degli Assoluti ha cercato di porre rimedio, scavando invece dentro di noi un
abisso ancor più profondo (“il rimedio peggiore del male” cui alludeva Nietzsche).
Dunque, tutto perde senso e valore in Occidente, dal momento in cui viene
fondata filosoficamente (e poi si diffonde in ogni ambito, soprattutto quello
religioso e morale) la dimensione immutabile ed ultraterrena, che spegne ogni
mutamento e ogni libertà, che annulla ogni individualità, che asservisce a sé e
al progetto supremo (all’Ente Sommo della metafisica o al Dio delle grandi
religioni monoteiste) ogni evento e ogni volontà.
Questa è l’essenza del nichilismo, che ha saputo poi travestirsi in forme
innumerevoli, assumere le sembianze degli stessi avversari della metafisica
annientante, con l’assolutizzazione idealistica della mente umana, l’utopismo
marxiano della società senza classi, il riduzionismo positivistico e
scientistico, il trionfo della tecnologia, il fondamentalismo, la riaffermazione
dell’importanza di valori assoluti in cui credere, il fanatismo, il dogmatismo
di ogni genere, il moralismo che riemerge anche nelle forme più squallide del
gossip, …
Il nichilismo è davvero la malattia più oscura e profonda della nostra civiltà e
nel nostro tempo, insieme all’angoscia, è rinata la speranza di poterlo
combattere.
L’annuncio della morte di Dio, del crepuscolo degli idoli, del crollo di tutti
gli immutabili, della lunga lotta di liberazione dal nichilismo, del faticoso
affermarsi della libertà degli individui da tutte le gabbie e le palle al piede
per esercitare il pieno diritto di ciascuno alla felicità, alla piena attuazione
di sé, riecheggia nelle parole di Friedrich Wilhelm Nietzsche:
“Il maggiore degli avvenimenti più recenti – che «Dio è morto», che la fede nel Dio cristiano è divenuta inaccettabile – comincia già a gettare le sue prime ombre sull’Europa. Almeno a quei pochi, lo sguardo, la diffidenza di sguardo dei quali è abbastanza forte e sottile per questo spettacolo, pare appunto che un qualche sole sia tramontato, che una qualche antica, profonda fiducia si sia capovolta in dubbio: a costoro il nostro vecchio mondo dovrà sembrare ogni giorno più crepuscolare, più sfiduciato, più estraneo, più «antico». Ma in sostanza si può dire, che l’avvenimento stesso è fin troppo grande, troppo distante, troppo alieno dalla capacità di comprensione del maggior numero perché possa dirsi già arrivata anche soltanto notizia di esso; e tanto meno, poi, perché molti già si rendano conto di quel che propriamente è accaduto con questo avvenimento e di tutto quello che ormai, essendo sepolta questa fede, deve crollare, perché su di essa era stato costruito, e in essa aveva trovato il suo appoggio, e dentro di essa era cresciuto: per esempio tutta la nostra morale europea. Una lunga, copiosa serie di demolizioni, distruzioni, decadimenti, capovolgimenti ci sta ora dinanzi: chi già da oggi potrebbe aver sufficiente divinazione di tutto questo, per far da maestro e da veggente di questa mostruosa logica dell’orrore, per essere il profeta di un offuscamento e di un’eclisse di sole, di cui probabilmente non si è ancora mai visto sulla terra l’uguale?
Perfino noi, per nascita divinatori d’enigmi, noi che siamo in attesa per così dire sulle montagne, piantati fra l’oggi e il domani, interiormente tesi nella contraddizione tra l’oggi e il domani, noi primogeniti e figli prematuri del secolo imminente, noi che già dovremmo scorgere le ombre che ben presto avvolgeranno l’Europa: com’è che perfino noi le guardiamo salire senza una vera partecipazione a questo ottenebramento, soprattutto senza preoccuparci e temere per noi stessi? Siamo forse ancor troppo soggetti alle più immediate conseguenze di questo avvenimento: e queste più immediate conseguenze, le sue conseguenze per noi, contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare, non sono per nulla tristi e rabbuianti, ma piuttosto come un nuovo genere, difficile a descriversi, di luce, di felicità, di ristoro, di rasserenamento, di rincoramento, d’aurora [...]. In realtà, noi filosofi e «spiriti liberi», alla notizia che il vecchio Dio è morto, ci sentiamo come illuminati dai raggi di una nuova aurora; il nostro cuore ne straripa di riconoscenza, di meraviglia, di presentimento, d’attesa, finalmente l’orizzonte torna ad apparirci libero, anche ammettendo che non è sereno, – finalmente possiamo di nuovo scioglier le vele alle nostre navi, muovere incontro a ogni pericolo; ogni rischio dell’uomo della conoscenza è di nuovo permesso; il mare, il nostro mare, ci sta ancora aperto dinnanzi, forse non vi è ancora mai stato un mare così «aperto»”. (La gaia scienza, § 343, 1882).
Con Nietzsche nasce perciò la psicoanalisi, di cui il contemporaneo Freud
espliciterà ben presto le caratteristiche metodologiche e scientifiche, che ne fanno
da allora e ancor oggi, come
ha scritto recentemente Elizabeth Roudinesco, “una filosofia della libertà”.
Con Nietzsche e Freud nasce insomma la “terapia” in senso ampio (non tecnico)
per uscire dall’angoscia e, soprattutto, dal nichilismo, per imboccare la strada che può
consentirci di navigare in mare aperto, senza seguire percorsi già tracciati da
altri e imposti con la “forza” dei poteri assoluti.
Il compito attuale della psicoanalisi è tutto in questa grande battaglia di
liberazione dal dogmatismo, dall’assenza di pensiero critico, dal
condizionamento esercitato da tutti i poteri sull’individuo e sul suo
irripetibile diritto ad attuare se stesso.
Angelo Conforti
webmaster: Angelo Conforti