Associazione Europea di Psicoanalisi

NEWS

 

Resoconto sul Fidenza PsicoFestival 1 a cura di Elena Luciani, psicoanalista in formazione AEP


Si è tenuto a Fidenza in ottobre 2005 il PRIMO FESTIVAL della PSICOANALISI.

Questo evento nasce da un accordo tra l'amministrazione comunale di Fidenza e l'ASSOCIAZIONE EUROPEA DI PSICOANALISI, con la cooperazione di molte associazioni culturali locali, nonché di ulteriori soggetti che hanno fornito il loro contributo.

L'intento è quello di conferire alla cultura la giusta importanza nella vita dei cittadini, una cultura autentica in grado di comunicare valori profondi e coinvolgere i cittadini stessi, il pubblico che ha partecipato con grande interesse alle varie conferenze.

C'è da dire che attualmente la cultura e la conoscenza sono ancora troppo suddite del potere: si studia con lo scopo di comandare gli altri o per ottenere posizioni di prestigio. Ci si è dimenticati che la sua funzione più importante è quella EMANCIPATRICE: sviluppare le proprie idee, superare i luoghi comuni, riacquistare una capacità critica... La cultura, quindi, come vettore di libertà e responsabilità individuali. Non a caso lo PsicoFestival è stato intitolato: IL VOLO; LE ALI DELLA LIBERTA'.

 

A introdurre lo PsicoFestival è stato il presidente dell’Associazione Antoine Fratini:

 

“La psicoanalisi si è sempre posta come mezzo privilegiato per affrontare e risolvere i conflitti interiori consentendo all’individuo di recuperare un certo grado di autonomia rispetto alle proprie problematiche e ai propri sintomi nevrotici. Ed è la conoscenza dell’inconscio, quindi della parte più profonda e autentica di sé, a produrre effetti di cura e a sottrarre l’individuo dai condizionamenti imposti dai sintomi.

Ma oggi la funzione della psicoanalisi va ben oltre il suo aspetto puramente clinico individuale. La psicoanalisi si è affermata anche come mezzo d’interpretazione dei fenomeni culturali e sociali grazie alle sue chiavi di lettura che permettono di interpretare il significato delle varie produzioni culturali. La psicoanalisi ha una portata rivoluzionaria anche dal punto di vista sociale perchè richiede l’onere della presa di coscienza, un processo complesso che richiede tempo e impegno. Forse per questo è oggetto di numerose critiche e polemiche. La realtà, purtroppo, è che pochi sono disposti ad attuare una profonda rimessa in discussione personale e molti preferiscono scegliere le vie più facili e più brevi per tentare di affrontare il proprio disagio magari continuando a nascondere la testa sotto la sabbia per non vedere piuttosto che decidere di intraprendere un lavoro analitico.

A differenza della psichiatria, della psicoterapia che cercano di eliminare i sintomi considerandoli come vere e proprie malattie senza preoccuparsi del loro significato, la psicoanalisi ha l’intento di far prendere coscienza all’individuo, non lavorando sul sintomo ma su ciò che è all’origine dello stesso, ciò che in qualche modo l’ha scatenato; per arrivare, attraverso un’accurata e spesso lunga “elaborazione” alla totale consapevolezza e alla conseguente scomparsa del sintomo in questione. Inoltre la psicoanalisi oggi non si limita solo ad aiutare le persone a liberarsi dai loro conflitti interiori, in questa epoca è anche un valido strumento per ridurre l’alienazione causata dai mass-media in generale soprattutto dalla televisione. Spesso, infatti, gli analizzandi, specie nel primo periodo di analisi mostrano di essere influenzati e condizionati dalla tv, senza neanche rendersene conto, soffrendo di un immaginario collettivo non loro ma che ha preso il posto del loro, monopolizzati da questa “cattiva maestra”.

La psicoanalisi è, in questo caso, un ottimo strumento per migliorare il rapporto con se stessi, “ritrovarsi” e, in qualche modo, riappropriarsi delle parti di se che la tv riesce facilmente a rubarci senza che ne siamo neanche troppo consapevoli”.

 

Credo che il titolo sia decisamente appropriato; per associazione VOLO mi fa pensare al “Viaggio” e la libertà per me è proprio la RESPONSABILITÀ del soggetto che compie il viaggio interiore raggiungendo la piena consapevolezza di se e la totalità dei processi psichici (inconsci e non) che lo caratterizzano come individuo. La libertà è proprio il raggiungimento di questa consapevolezza avvenuta attraverso un processo di “profondo scavo interiore.

 

Conferenza di JEAN-LUC MAXENCE

 

La prima conferenza è animata da JEAN-LUC MAXENCE (PARIGI), psicoanalista, scrittore affermato, esperto di tossicodipendenze. Il contenuto delle sue parole si riallaccia al discorso del PRESIDENTE ANTOINE FRATINI, la sua è una sorta di introduzione alla psicoanalisi. Maxence nomina la RIMOZIONE PSICHICA, concetto centrale attorno al quale gravita tutta la psicoanalisi classica, freudiana. Il primo a parlarne, infatti, è FREUD nella sua “interpretazione dei sogni” Freud paragona la rimozione all’atteggiamento dello struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia davanti al pericolo, davanti a ciò che ci disturba. L’uomo preferisce, infatti, NON VEDERE, raccontarsi “belle storie” e quindi MODIFICARE LA REALTA’. Ci adoperiamo per trasformare il ricordo in modo da renderlo innocuo che non ci disturbi più, operazione che, tra l’altro è un gran dispendio d’energia. Preferiamo, quindi, non vedere non sapere. Chi rimuove continuamente va avanti così finchè ce la fa. Chi, invece, si rende conto, prende consapevolezza non può più rimuovere ed entra in conflitto. La psicoanalisi, infatti, richiede il prezzo della PRESA DI COSCIENZA. Si tratta spesso di un processo lungo, faticoso che coinvolge totalmente l’individuo il quale non può fare a meno di rispondere a questa “CHIAMATA INTERIORE”, a questa VOCAZIONE e si mette in discussione, si analizza con l’intento di REALIZZARE SE STESSO, DIVENTARE SE STESSO. Infatti, lo psicoanalista può essere visto come un accompagnatore durante una fase di passaggio dalla morte alla vita, una rinascita interiore, appunto un risveglio. Lo psicanalista visto come “alchimista dell’anima” che tiene per mano l’analizzando durante il PROCESSO D’INDIVIDUAZIONE in vista della lenta presa di coscienza del sé profondo, del tabernacolo, del sacro.

C.G.JUNG vede esprimersi nel processo d’individuazione il fine e il senso dell’esistenza e ogni trattamento analitico volto alla ricognizione di sé definisce l’individuazione come “un processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale”. Questo perseguimento di un’autonomia individuale è ostacolata o addirittura impedita dagli stereotipi culturali in cui il soggetto umano è originariamente immerso e con cui è in parte identificato. In questo senso l’individuazione è soprattutto un processo di “differenziazione dal collettivo”; essa non va tuttavia intesa come individualismo. Assieme alla differenziazione, infatti, l’individuazione implica un processo di “integrazione” dei valori universali custoditi dalla cultura, con l’implicito compito di trovare una modalità unica ed inconfondibile per viverli e attuarli personalmente.

La via dell’individuazione per Jung è LA RICONCILIAZIONE DEGLI OPPOSTI, dell’identità arcaica, dal “lattante” al “vecchio saggio”, è un processo dinamico, in continua trasformazione. Se si imparasse a tendere verso l’unità della propria mitologia intima in quel caso si potrebbe uscire dalle dipendenze, di qualsiasi tipo, dice Maxence. Egli, infatti, è anche esperto di tossicodipendenze ed ha diretto un centro di recupero dove non ci si limita a dare il metadone, la sostanza di sostituzione, ma c’erano degli analisti che sostenevano le persone con dipendenza.

Secondo Maxence la psicoanalisi di Jung sottolinea il carattere imperioso e forte del bisogno di spiritualità dell’uomo; la psicanalisi vista come via di realizzazione spirituale, la nuova propedeutica di questo secolo, una forma di religiosità nel senso di sacro, numinoso, naturale, una forma di spiritualità innata, ancorata dentro di noi.

Purtroppo nella nostra società non c’è interesse per l’individuazione anzi si cerca il contrario varie forme di “OMOLOGAZIONE”, non si sente l’esigenza di essere se stessi, l’esigenza della ricerca interiore, la ricerca della parte non-divisibile, inalienabile di ogni singolo individuo, l’unicità.

Nonostante questo si avverte una richiesta di spiritualità e lo psicoanalista attraverso l’ascolto che è fondamentale deve dare “una risposta” senza dare risposte, è questo il suo grande ruolo. Lo psicoanalista è una figura importante nel processo d’individuazione, il “VIAGGIO” alla progressiva conquista di se stessi attraverso sentieri non battuti e diretti nel nostro sé profondo.

 

 

CONVEGNO DELL’AEP

 

All’interno del festival, la mattina di Sabato 22 Ottobre s’è svolto stato il convegno dell’Associazione Europea di Psicoanalisi. Dopo l’introduzione del presidente Antoine Fratini, vari membri dell’AEP sono intervenuti sul tema “La psicoanalisi oggi”.

 

Intervento di JEAN YVES METAYER

 

Secondo quest’ultimo sarebbe auspicabile riconsiderare l’eventuale apporto dello STATO MODIFICATO DI COSCIENZA nel trattamento analitico.

In effetti, dopo l’abbandono dell’ipnosi da parte di Freud attualmente ci si è allontanati da questo tipo di procedimento ritenendo che tutto era già stato sperimentato nel passato.

Bisogna ben distinguere però, lo stato modificato di coscienza ed il metodo catartico utilizzato da Freud e Breuer. Infatti il metodo catartico consisteva nell’indurre il paziente in ipnosi e nel provocare in lui il ricordo dell’evento traumatico e degli “elementi psichici” ad esso associato in modo che questo potesse essere rivissuto trovando una via di sfogo. Lo stato modificato di coscienza non implica affatto la catarsi...

Per lo psicanalista si tratta di preparare l’analizzando con esercizi di respirazione, di visualizzazione prima di ricorrere alla LIBERA ASSOCIAZIONE DI IDEE.

Ogni psicoanalista deve sentire quale metodo utilizzare in funzione di chi si trova davanti.

Ma in ogni caso siamo lontani dalla frase: “state per dormire, dormite!”.

L’idea non è di far rivivere una scena traumatica ma di avvicinarsi “all’inconscio” ed ai suoi territori inesplorati.

L’esperienza di Metayer lo ha portato alla convinzione che per il soggetto è più complesso e delicato iniziare direttamente dalla libera associazione senza agevolare il processo attraverso uno stato modificato di coscienza.

 

Esempio:

Si comincia la seduta con una sequenza di EMC (état modifié de conscience) del genere:

·          respirazione in tutto il corpo con visualizzazione del proprio corpo,

·          stabilizzazione della respirazione a livello del basso ventre.;

·          in seguito ci possono essere una serie di domande del genere: “dimmi un animale, un colore ecc.”;

·          quindi si comincia con la libera associazione.

Siamo sempre in uno stato modificato di coscienza. Se sentiamo una resistenza possiamo utilizzare la suggestione indiretta.

 

Esempio (per una paziente):

...Immaginate la campagna, una lunga passeggiata... guardate gli alberi, ascoltate gli uccelli... sentite gli odori della natura, camminate tranquillamente e più camminate più ringiovanite... vi vedete ringiovanire! Fino a tornare ad essere la ragazzina che eravate.

Osservate bene questa ragazzina...

 

Restiamo qualche minuto in silenzio per lasciare il tempo alla paziente di osservare questa ragazzina... in seguito riprendiamo gli esercizi di respirazione per terminare dolcemente la sequenza di EMC. La paziente apre gli occhi e noi le chiederemo di parlarci di questa ragazzina.

A questo punto si può lavorare su tutti gli elementi e i simboli venuti spontaneamente all’anima del soggetto durante lo stato modificato di coscienza.

Inoltre Metayer propone un recupero dell’universo dell’infanzia, è molto interessato, infatti, ai lavori di Melanie Klein e di Winnicott.

Melanie Klein nel 1934 in una conferenza al congresso di Lucerna, dopo aver vissuto un grave periodo di depressione a causa della morte di uno dei suoi figli, formula per la prima volta la sua celebre riflessione sulla “posizionE depressiva” che alcuni, come Winnicott, collocano allo stesso livello della scoperta di Freud del complesso di Edipo.

La formazione della psiche del bambino sarà la pietra angolare di tutto il sistema concettuale di Melanie Klein.

Metayer sceglie l’invito alla riflessione proposta da Marc-Alain Ouaknin, il rabino filosofo, autentico “maniaco testuale” dopo una lettura molto personale delle tavole della legge. Grande investigatore dell’eterno, Ouaknin preferisce le domande alle risposte dogmatiche. Per esempio ci invita a riflettere sul celebre comandamento “NON RUBARE”. In ebraico SHOD, il furto, il rapimento è identico alla parola SHAD che vuol dire “il seno della madre...” questo comandamento non indica gli svezzamenti mai realizzati? E Ouaknin da analizzatore: “ un ladro è qualcuno che desidera ritrovare il seno di sua madre. Qualcuno che non ha ricevuto parole di separazione “. La madre dovrà dire: “Questo è il mio corpo, questo è il mio seno e nonostante ci siamo uniti durante i nove mesi di gravidanza, nonostante abbiamo vissuto un corpo a corpo durante l’allattamento tu ora devi separarti dal seno”.

Il bambino a cui non hanno detto queste parole sarà sempre alla ricerca di questo oggetto perduto.

Facendo affidamento a dei testi sacri Ouaknin ci ricorda esattamente la nozione di perdita dell’oggetto tanto difesa da Melanie Klein. Il suo articolo intitolato “Contributo allo studio della psicogenesi degli stati maniaco-depressivi” presentava la nozione di una posizione depressiva infantile. Klein ci dice: “il bambino provava dei sentimenti depressivi che culminavano proprio prima, durante e dopo lo svezzamento. È li, nel nutrimento, si trova lo stato psichico che ho chiamato posizione depressiva...”. La madre nel momento in cui deve o ha appena partorito, si trova in uno stato molto speciale che le permette di comprendere meglio di qualsiasi altro i bisogni del suo bambino. Questo stato passeggero di fusione procura al bambino da nutrire un ambiente sufficientemente buono affinché si sviluppi correttamente.

Winnicott ha messo l’accento sull’importanza di questa disponibilità materna e di questa entrata nella vita per la costituzione della fiducia in sé. “Un bebé non esiste affatto” diceva Winnicott. Ha bisogno di questo primo ambiente e di questo iniziale “abito fisico e psichico” da sua madre per avere in seguito il sentimento di essere lui-stesso...

Infine il rabino Ouaknin ci propone un’altra riflessione che non può lasciarci indifferenti sul celebre comandamento: “NON COMMETTERE ADULTERIO”. Dice: “ ciò che è condannabile è una forma d’amore vissuta senza responsabilità per il bambino che potrebbe scaturire da questo legame. Un bambino al quale non si potrebbe raccontare la sua storia, un “bastardo”.

Ed aggiunge: “ il bambino nato dall’adulterio si trova nella menzogna ogni volta che pronuncia “papà”...”. La psicoanalisi non si interessa dei non-detti captati dall’inconscio del soggetto? ESSERE è essere raccontato dalla parola dei propri genitori.

Il settimo comandamento può essere dunque anche inteso come: non far soffrire l’altro rendendogli impossibile di comprendere la sua propria storia...

Ecco quindi delle proposte che potranno mettere a disagio O scioccare alcuni ma Metayer ritiene che la psicoanalisi di oggi debba perseguire i suoi lavori, tra gli altri, nell’universo dell’infanzia. Sul sito dell’AEP è possibile consultare il manifesto di Metayer.

 

 

Intervento di PAUL DUPONCHEL

 

Interessante anche il contributo di PAUL DUPONCHEL (Montpellier) che sul tema “la psicoanalisi oggi” dichiara che nel contesto attuale della legislazione della professione di psicoanalista è prassi definirla una psicoterapia, mentre al contrario la psicoanalisi è

 

1)     UNA SCIENZA UMANA

2)     UN’ETICA

 

in effetti è una scienza: Senza entrare in uno sviluppo epistemologico ricordiamo che Freud ha operato una rottura su due fronti: da un lato con la psicologia tradizionale che era metafisica e dall’altro con la psicologia fisica del corpo. Senza rinnegare il valore evidente di queste scienze Freud oppone il “soggetto” alla materia che studia il fisico attraverso dei calcoli differenziali e integrali e all’essere in sè, sostanza del metafisico. E proprio da soggetto si ricavano i nuovi concetti: io narciso, io edipico, pulsioni (eros, thanatos, repressioni, transfert...). La “vacuità” del soggetto spinge certe scuole a fare appello al calcolo Booleano di Galois e di Piaget fornendo delle espressioni e delle formulazioni logiche che giustifichino l’espressione “scienza del soggetto”. Il linguaggio universale dell’inconscio è vicino a quello dell’informatica.

 

Affermando la psicoanalisi è un’etica non si vuole fare dell’analista un padre-direttore di coscienza, per non dire castratore, colpevolizzante, che impone una legge, un’etica, una morale alla persona in analisi. Ciononostante è chiaro che ciò che chiamiamo morale è psichico e che lo psichico umano è morale. Che significa morale? Una psiche impegnata in un mondo di valori: vero, bene, bello, le loro modalità e i loro contrari, valori naturali e culturali variabili secondo le epoche, i luoghi, le società e gli individui. La medicina ha come scopo e valore finale non la salute del corpo attraverso delle terapie, ma la salute psichica mediante dei mezzi psichici appropriati forniti dalla scienza analitica.

Per lo psicoanalista si tratta, perchè anche lui ha il suo giuramento etico, di assistere l’analizzando nella sua presa di coscienza delle strutture superficiali o accidentali in cui si imbatte, di liberare il suo io profondo da ruoli e vestiti falsi. In poche parole accedere all’’AUTONOMIA mediante la LIBERAZIONE dalle ETERONOMIE.

L’analisi si ferma sulla soglia della filosofia come sulla soglia della medicina. È la ragione per cui l’AEP rifiuta di essere rinchiusa nella classe delle psichiatrie delle psicoterapie, anche se la liberazione dello spirito è benefica per la salute del corpo e dell’anima.

Lo spirito è essenzialmente libero. Assoggettare l’analista ed il soggetto in analisi è assoggettare l’analisi.

 

 

Intervento di GIOVANNI ALLOTTA

 

La visione di Giovanni Allotta è quella di una “psicoanalisi dalla parte dell’uomo”.

Le sue considerazioni partono dalla teologia, da una materia che si chiama escatologia (il già e il non ancora) esattamente una riflessione tra l’escatologia immanente e quella trascendente. L’uomo si troverebbe in un bel guaio e dominato da un piano perverso! Perverso nel senso di progettato per destabilizzarlo, annientarlo, renderlo incapace di recuperarsi dalla drammatica spinta, psicoanaliticamente detta “pulsione di morte”. Ritornando al discorso delle trascendenze in uno dei due documenti fondamentali del Concilio Vaticano Secondo sta scritto: “l’uomo ha in sé un seme di vita eterna”. Giovanni Allotta si chiede: “ Solo nella trascendenza sta la via perchè l’uomo si migliori?”

Freud ha fondato “una scienza” di un sapere e di una verità che a tutti era rimasta occulta e dove non vi era una chiara visione ultraterrena come nel cristianesimo. Ma, mettendo da parte la realtà scientifica della psicoanalisi, ci rendiamo conto che l’uomo spesso si fa trasportare dal bisogno, la “realtà irrazionale” infatti, è la prima dinamica che scuote l’uomo. Esiste comunque una lotta intrinseca per un’esigenza di “trascendenza” che in termini pratici significa una necessità indiscutibile di “sopravvivenza a tutti i costi” ma probabilmente in uno specifico desiderio di sopravvivenza che nega il trascendente ( lo rimuove) e che “coscientemente” lo contrasta.

Tutto questo perchè la trascendenza, forma evidente di non scientificità, viene intuita e identificata inconsciamente quale “maschera” dell’inesorabilità della morte (più che di pulsione di morte per se stessa), segno che l’uomo non può realmente sfuggire al suo destino di “morte fisica”.  Emilio Lucchini, psicoanalista AEP di Verona, giustamente sottolinea in una sua riflessione scritta: “ la psicoanalisi aveva poi la colpa ulteriore di smascherare sistematicamente l’ipocrisia civile su cui si basa la stessa civiltà. (...) La diaspora, poi, delle migliori intelligenze del movimento psicoanalitico, soprattutto confluente in america, non permise più la ricostruzione di quella rete di relazione interdisciplinari e culturali complesse che era una caratteristica unica del panorama intellettuale mittel-europeo tra le due guerre...”.

Proprio tutto questo deve poter esistere ancora per la sopravvivenza di una psicoanalisi che difenda L’UOMO: cioè “quella rete di relazioni interdisciplinari e culturali complesse...” atte a costituirlo e difenderlo nella sua reale identità umana. In definitiva una psicoanalisi che stia dalla sua parte rendendolo capace di scegliersi ancora come protagonista, accettandosi nella sua lotta interiore, tra la trascendenza e l’immanenza, ma disposto ad affrontare in modo sano le immense difficoltà della vita terrena.

La psicoanalisi rimane la scienza privilegiata per la decodificazione dell’inconscio.

Altra considerazione è che la psicoanalisi non è mai stata un prodotto della medicina anzi, il trattamento psicoanalitico potrebbe essere considerata come una reazione all’incapacità della medicina scientifica positivistica di risolvere molti malesseri non sottovalutabili e dalle conseguenze somatiche e psichiche.

Fin dalle sue origini la psicoanalisi ha tentato un dialogo con la medicina che continua a persistere anche oggi. È vero però che da sempre sia l’inconscio che la psicoanalisi imbarazzano coloro che vi si addentrano e c’è sempre “quel qualcosa” che tende a rimanere quasi inafferrabile. Ma questo non deve portarci ad uno scoraggiamento o ad un arresto nella ricerca per una sempre maggiore comprensione.

 

 

Intervento di GIANPAOLO CROVATO

 

G. Crovato inizia dicendo che sarebbe ingiusto considerare la psicoanalisi oggi come un qualcosa di superato. Invece tutti siamo consapevoli che appartiene alla natura dell’uomo rinnovarsi, ricercare per andare sempre oltre.

A questo proposito nel Primo Libro dei Salmi, riferito all’uomo, si legge:

 

egli è come albero piantato

sulle rive di un corso d’acqua,

che da frutto di stagione,

le cui foglie non cadono:

ogni cosa che fa gli riesce bene.

 

L’albero simbolo fallico (un maschile) strutturato che penetra il femminile, la terra dove affonda le sue radici e grazie a questa unione l’energia (la forza dell’amore) l’acqua può scorrere, i due diventano una sola cosa, l’albero non seccherà, non perderà le sue foglie e a tempo debito produrrà i suoi frutti (i figli).

 

In queste poche righe attribuite a Re Davide, simbolicamente vi è rappresentato tutto il ciclo della nostra vita, quella convenzionale “della retta via”, certo non quella trasgressiva che pure ci attrae con tutto il fascino di chi vuol esperenziare l’opposto, il seducente quanto a volte irresistibile richiamo dell’ombra (la mela proibita).

 

Ritornando alla psicoanalisi Crovato ritiene che ci sia sempre meno gente che, pur trovandosi nel disagio psicologico, abbia la capacità non tanto di credere in quest’ultima, bensì di affrontarla!

E per affrontarla sono necessari alcuni requisiti:

a) una forte motivazione;

b) il coraggio di mettersi in discussione;

c) la capacità di sostenere la scelta.

Mentre la motivazione di solito, inizialmente, prevale sugli altri due, con lo scorrere delle sedute, avviene un’inversione di tendenza; spesso però, l’analizzando entro le prime 8-15 sedute scompare come rapito dalla convinzione che stia perdendo solo il suo tempo.

Molte volte per l’incapacità dello psicoanalista, altre per la mancanza del coraggio di mettersi in discussione e, appunto la costanza e la capacità di sostenere la scelta.

I lama tibetani sostengono che i nostri migliori maestri sono i nostri peggiori nemici, quelli che maggiormente ci fanno soffrire...

E ancora, Jung ci parla di sincronicità  noi incontriamo chi o ciò che ci sarà utile per la nostra realizzazione, e ancora di effetto specchio, negli altri percepiamo le mille sfaccettature che ci appartengono, soprattutto quelle più fastidiose. Siamo tutti più propensi a cercare “lo sballo”, ognuno con la propria droga..., e non soltanto con quelle convenzionali (eroina, cocaina, erba etc...) ma con lo shopping, l’alcool, il sesso, il cibo, l’innamoramento..., la frenesia e la dipendenza per un qualcosa che in qualche modo ci compensi.

Noi, invece, facciamo di tutto per stare il più lontano possibile dalla parte più vera e profonda di noi, facciamo di tutto per non incontrare la nostra anima, fino a quando, nei casi più inquietanti, il suo urlo si fa sentire e la sua eco testimonia tutta la sofferenza di una povera creatura.

Dove sta andando L’UOMO?

Come impiega ogni singolo giorno della sua vita?

Basta guardarsi intorno per rendersi conto che nel quotidiano, valore come la solidarietà, il rispetto per l’altro, l’autonomia personale, la giustizia, l’uguaglianza e la vita stessa vengono ignorati e addirittura calpestati.

La vita presuppone il coraggio di mettersi in gioco a tutto campo, di scegliere ogni giorno di non fuggire come L’EROE CHE DISCENDE DAGLI INFERI PER POI RISALIRE VITTORIOSO DALLE SUE PAURE, LIBERATO NELLE VERITA’, NON SOPRAVVIVENZA NELL’IPOCRISIA E NELLA FUGA!

Ma chi sono oggi i veri eroi?

Non è necessario andare molto lontano per cercarli, essi sono gli uomini di tutti i giorni, quelli che si alzano ogni mattina per andare a lavoro, che si guadagnano da vivere nell’anonimato, che hanno il coraggio di farsi una famiglia di avere dei figli ai quali non senza sacrifici cercano di fornire le basi per poter continuare, dopo di loro lo stesso ciclo, nella dignitosa normalità. Sembrerebbe tutto molto lineare eppure oggi spaventa così tanto.

A questo proposito sarebbe utile riesumare qualcosa di tanto datato quanto attuale come LE VIRTU’ MORALI di ARISTOTELE:

 

·          LA PRUDENZA ( intesa come momento valutativo di un’azione, sapendo raccordare i mezzi al fine buono, ciò presuppone la capacità di riconoscere il bene).

·          LA FORTEZZA può essere espressa con due verbi sestiere e aggradi,

·          sustinere significa sopportare il male fisico, la sofferenza e saper superare le paure e le minacce mantenendo lucidità e padronanza di sé. Una delle maggiori paure è rappresentata dalla morte.

·          Aggredi significa essere in grado di affrontare le difficoltà dei propri compiti e del servizio alla verità.

·          LA GIUSTIZIA rappresenta la disposizione costante e dinamica verso il bene proprio ed altrui, fondamento della giustizia è pertanto, il riconoscimento della persona come valore e come relazione.

·          LA TEMPERANZA determina e favorisce la capacità di dominare e orientare le passioni e l’istintualità.

 

Queste caratteristiche sono di un’attualità sconvolgente, anche il solo avvicinarsi a questi modelli comportamentali, imprime nella formazione di una persona uno slancio verso una vita VISSUTA e non SUBITA, in una completa LIBERTÀ “per” (realizzare la propria natura, un progetto di vita) non in un libertà “da” (vincoli o costrizioni in un concetto di libertà radicale dove tutto ciò che è voluto e accettato sia di conseguenza lecito). Solo nella libertà “per” ci si incammina verso una personalità consolidata e non fragile.

 

Il viaggio che compie che affronta la psicoanalisi, rappresenta un pò tutto questo, il capirsi e contemporaneamente l’impegnarsi, ma non verso una vita casta e  monastica bensì verso una vita liberata dalle menzogne, dai falsi idoli, dal tutto e subito, dal pronto gratificante e facile.

Non c’è crescita senza fatica.

 

 

Intervento di ADA CORTESE

 

Ada Cortese ci offre il suo punto di vista iniziando a parlare dell’ACCIDIA.

Espressione di uno dei sette peccati capitali essa sottrae alla vita. Assomiglia alla depressione perchè toglie ogni erotizzazione ai gesti della vita. Accidia come pesantezza di ogni cosa. Sentire di essere stati estromessi dal mondo. Vedersi vivere individualmente e collettivamente “in automatico”, travolti da una pacifica e riposante omologazione. Scoprire che i propri gesti creduti coordinati e guidati dal proprio cervello in realtà non ci appartengono. Ciascuno di noi è in realtà guidato dal robot, maschio o femmina secondo il sesso di ciascuno, che ci sta attaccato alle nostre spalle. In realtà sono loro che decidono i gesti che poi noi crediamo nostri.

E appunto accidia ed eterodirezione sono forse l’accoppiata di un sentimento che indissolubilmente si lega al disagio psichico, sia pure inconscio, di aver perso la direzione giusta e consona alla propria natura di esseri umani. E se l’umanizzazione crescente è ciò a cui la psiche universale ha lavorato spendendo in tale tentativo tante energie, non può non produrre dolore e sofferenza l’inceppamento di tale processo a favore di una deviazione laterale e secondaria che tende a sostituirsi a quella principale: L’OGGETTUALIZZAZIONE AI DANNI DELLA SOGGETTUALIZZAZIONE. E non è accettabile che il processo di umanizzazione venga compreso e tollerato all’interno del processo principale di mercificazione e ulteriore oggettualizzazione del mondo per il semplice fatto che la materialità delle forme è stato il modo prevalente se non l’esclusivo in cui l’essere stesso si è manifestato fino alla comparsa della coscienza umana. La scommessa dell’essere è ritrovarsi nella forma del pensiero e della coscienza. Il grande ostacolo a questo spostamento è l’attrazione esercitata dalla materia, sia in senso letterale che in senso metaforico (come desiderio di oggetti, di merci, di denaro...). Che il profitto, quindi, e dunque la logica dicotomica oggettualizzante tenda a raffreddare il processo evolutivo-integrativo del pensiero e della coscienza universale attraverso l’eterodirezione è cosa risaputa. Si, siamo eterodiretti, eppure il saperlo spesso non basta per sottrarci al fascino della schiavitù.

 

Probabilmente certe forme di accidia o di depressione – ora sappiamo che non sono lontane l’una dall’altra – nascondono una ribellione più o meno inconscia alle uniche possibilità coscienziali che sempre tornano ad affermarsi nel mondo umano e che sono sempre segnate dalle necessità di:

1)      INDIVIDUALITA’ – DIFFERENZIAZIONE  che più facilmente si sposa alla logica della competizione e del conflitto;

2)      INDIVIDUAZIONE – REINTEGRAZIONE   che più facilmente si sposa alla logica della collaborazione e della sinergia.

 

Forse Jung ha davvero ragione quando inserisce nella seconda parte della vita la vera comprensione del processo individuativo. Fino a che il soggetto avverte la fisiologica impellenza a diventare “se stesso” non è ancora tempo della individuazione. Individuo, ovvero “indiviso”, individuazione è dono che può giungere nella seconda parte della vita quando il pedaggio alla propria personalissima natura sia stato pagato.

Comunque vale cogliere il senso profondo dell’accidia e della depressione: IL RIFIUTO DI COSTRUIRE SU PREMESSE SBAGLIATE.

Legittimarsi l’uscita simbolica dal mondo degli uomini-animali, liberarsi in vita senza perdere di vista l’Altro, la relazione, l’unica vera filosofia, l’unico vero pensiero vivente, l’unica vera libertà e l’unica vera utopia. Un processo del genere merita tutte le energie e forse è questo quanto si nasconde in momenti come quelli sopra descritti. L’accidia non può essere intesa come rattrappimento della presenza.

 

 

INTERVENTO DI ALAIN FELMY

 

Alain Felmy  psicoanalista e giornalista, presidente dell’associazione THELEME che si occupa dei problemi di dipendenza, è stato anche responsabile dei servizi socio-educativi a Parigi.

Felmy ci propone un interessante e profondo parallelo tra l’alchimia, l’antica e divina arte di trasformare i metalli vili in oro e l’alchimia interiore potenzialmente in atto in ognuno di noi. In questo caso, nello specifico, nei tossicodipendenti.

Felmy dice: “ Chi non ha mai sognato di cambiare il mondo? Che cosa propone l’alchimia? Il cambiamento, la trasformazione.”

Racconta che la vita gli ha fatto incontrare delle persone che hanno voluto cambiare il loro mondo e che oggi non passano più inosservate anche se lo si voleva. Parla dei tossicodipendenti. Quelle persone che sono partite in viaggio per trovare il cambiamento. Il loro mezzo di trasporto è una molecola, della chimica. Arrivati a destinazione, però, al posto del cielo hanno trovato l’inferno, luogo dove non ci sono più speranze. Liberarsi di una dipendenza patologica richiede proprio una trasformazione interiore. I mezzi giusti  per operare questa trasformazione interiore esistono e l’alchimista li possiede e pretende di trasformare il piombo in oro e produrre l’elesir di lunga vita.

Felmy dice che spesso un approccio terapeutico sbagliato può peggiorare la situazione del tossicodipendente, per esempio dare delle siringhe proprie oppure costringerlo a non assumere più droga sono considerati metodi  terapeutici ma questo sistema non funziona mai per molto tempo e il dipendente può essere portato a sacrificare la parte più ricca di sé, a volte, perché è rimasta “incastrata” col tossico…

Felmy continua affermando che le possibili motivazioni che inducono un individuo a “buttarsi” o “rifugiarsi” nella droga vanno ricercate spesso nell’adolescenza, l’ingresso nell’ età adulta è sbarrato e tutto accade come se in quel momento l’adolescente avesse mancato validi sostegni per raggiungere la tappa successiva. La situazione è spiacevole perché la vita non sopporta la stagnazione; chi non avanza arretra. L’individuo si trova alle prese con difficoltà personali e relazionali (quindi con se stesso e con gli altri) che originano disagi e conflitti interiori. La vita lo obbliga a guardare i problemi non risolti.  “opus natura contra naturam” dice l’alchimista a proposito. La natura lavora contro la natura, continua a spiegarci Felmy, il tossico cerca la buona madre e la natura va ad obbligarlo a incontrare, invece, “la cattiva madre”. E non è tutto: queste dee madri, queste grandi madri hanno per partner, per amanti gli dei molto vecchi nella storia dell’umanità: shiva in india, dioniso in grecia etc…  E questi dei della natura sono la rappresentazione personificata delle forze della natura che chiedono di essere ascoltate. E quando noi uomini ci rifiutiamo di ascoltare ci rifiutiamo di riconoscere “il sacro”, il sacro che è dentro di noi. E la sofferenza è data proprio da quest’assenza, da questo strappo, questo legame troncato. E finchè il legame è troncato la ferita non guarisce.

Spesso si sente affermare dai tosssicodipendenti che incontrando l’eroina hanno incontrato dio. Il tossicodipendente, infatti, grazie all’eroina non si sentiva più diviso, spezzato. La droga può mascherare la sofferenza dello strappo ma ciò non dura molto tempo. Infatti credo nessuno abbia visto un drogato felice. Lo stesso Jung a proposito della dipendenza da eroina dice che il bisogno di droga del tossicodipendente corrisponde ad un livello molto basso, alla sete di totalità dell’uomo, all’unione con dio. Felmy si rende conto che la legge imposta dall’esterno è impotente , non propone di restaurare l’unione interiore va semplicemente a correggere i comportamenti, non cura la loro origine.  E anche io credo sia questo l’errore fondamentale. Felmy dice che l’alchimista, invece, va a cercare lo spirito divino nel cuore della materia. L’oro di cui parla l’alchimista è quello che viene dalla trasmutazione del piombo. Non si parla di spiritualizzazione o di sublimazione del piombo ma di trasmutazione. Lo spirito, appunto, è ricercato della materia. In ogni caso dal punto di vista dell’uomo che soffre lo scopo è che raggiunga appunto l’armonia interiore, l’unione delle varie parti di sé.

Tornando al parallelo tra l’alchimia e l’opera di alchimia interiore tutto questo processo accade nell’athano, il vaso dove avviene la trasformazione alchemica., il vaso che, come indica il suo nome rappresenta il passaggio dalla morte alla vita, è la morte dell’io, il ritorno al materno, la rinascita. E se il dipendente accetta di iniziare quest’avventura diventerà il ricercatore d’oro. Dovrà essere paziente ed attento davanti al vaso posto sopra il fuoco acceso perché niente si avvera senza desiderio, volontà e sofferenza e così si preparerà per il “ritorno alla vita”. All’interno dell’athanor avviene la celebrazione del matrimonio sacro, delle nozze alchemiche, il mysterium conjunctionis di cui ci parla Jung. A questo punto Felmy si chiede com’è possibile e risponde che il mistero probabilmente è là. E’ necessario, però, che il processo si accompagni, infatti un fuoco troppo vivo può far esplodere “il miscuglio” mentre se la fiamma minaccia di spegnersi bisognerà “alimentare il fuoco” a analizzarsi, cercare di comprendersi fino in fondo magari dando importanza al sogno e alla sua interpretazione e ascoltare le nostre voci interiori. E’ fondamentale all’interno di questo processo che l’analista offra un contenitore sufficientemente solido per sopportare l’intensità delle angosce che si esprimono.

Felmy conclude dicendo che i dipendenti formano una parte della nostra ombra collettiva. Le loro sofferenze sono quelle di un legame straziato e in ciò sono in grado di mostrarci qualcosa di noi stessi.

 

 

PRESENTAZIONE DE “IL TRIBUNALE DI FOUCAULT”

 

Inoltre, l’Osservatorio Italiano sulla Salute Mentale, rappresentato dal presidente Tristano Ajmone, ha presentato l’edizione italiana di un cd-rom sullo stato della psichiatria chiamato “Il Tribunale di Foucault”.

Nel maggio 1998 la libera università di Berlino insieme all’associazione “IRREN OFFENSIVE” (l’offensiva dei folli) organizza a Berlino, in teatro un tribunale internazionale sullo stato della psichiatria intitolato a Michael Foucault, il filosofo francese autore di “Storia della follia nell’età classica” la difesa e l’accusa sono costituite da accademici ed esperti. La giuria da un gruppo di “svitati” (individui che, avendo sofferto di forme di disagio psichico, si sono ritrovate chiuse in un ospedale psichiatrico).

Un membro della giuria fa un resoconto dei capi d’accusa ed afferma con convinzione che la giuria non vede questo evento come un forum o un dibattito sullo stato della psichiatria, è invece un tribunale in cui la psichiatria viene condotta in giudizio per crimini contro l’umanità. La psichiatria, infatti, rifiutandosi d’abbandonare l’uso della forza, della violenza e della coercizione ha commesso crimini contro l’umanità e continua a farlo. Soprattutto attraverso la sua categorizzazione giuridica del “malato mentale” come sub-umano ha deliberatamente ferito la dignità umana. Crimini che i membri della giuria testimoniano di persona e di cui sono state vittime. La giuria accusa la psichiatria – che si fonda sulla coercizione e sul trattamento sanitario obbligatorio- di carcerazione arbitraria e varie torture tra cui elettroshock, lobotomia o psicochirurgia, immobilizzazione con le cinghie ai letti di contenzione, somministrazione forzata di droghe, privazione della dignità e dello status umani attraverso l’etichettamento con la conseguente riduzione a stato d’incapacità ed invalidità a vita.

La psichiatria coercitiva viola abitualmente i diritti umani civili e naturali attraverso la negazione di un giusto processo quando priva le persone della propria libertà con l’arresto e l’incarcerazione violando anche la loro integrità fisica per mezzo d’iniezioni forzate, contenzione fisica, torture elettriche. Alle sue vittime viene anche negato l’accesso alle proprie cartelle cliniche. Non viene lasciato loro neanche il diritto di scegliere quale tipo di trattamento o aiuto preferiscano.

Il principio di coercizione è il fondamento infrangibile della psichiatria il modello medico è una metafora: è l’uso del linguaggio della malattia fisica per descrivere pensieri, emozioni e comportamenti e in esso vi è uno scopo. Piuttosto che un concetto o una teoria esso è un’ideologia nel senso che le ideologie promuovono interessi e l’ideologia promossa dal modello medico è l’ideologia del controllo sociale. Questo il parere di uno psichiatra statunitense membro dell’accusa. Secondo quest’ultimo l’unica funzione del modello medico, della psichiatria medica è il controllo sociale. Un’ideologia questa che, in collaborazione con lo stato, asserve la funzione di controllo sociale mascherato. In psichiatria esiste un fenomeno che Thomas Szasz ha indicato più volte chiamato “Gleichschaltung” cioè una consolidazione coercitiva del pensiero, un omogeneizzazione delle idee. Il suo fine è evitare e reprimere opinioni di dissenso affinché tutti pensino allo stesso modo. Questo è quello che è successo nella psichiatria: tutti pensano con il modello medico, tutti pensano che le persone abbiano malattie mentali, tutti pensano che le malattie mentali siano causate e se le malattie mentali sono causate allora la mente non ha alcun senso.

Secondo l’ideologia del modello medico noi siamo tutti automi i cui pensieri, emozioni ed azioni sono causati da agenti chimici erranti, o da geni cattivi o da eventi traumatici dell’infanzia o da impulsi incontrollabili, ma comunque causati. E se un’azione è causata essa perde la propria qualità morale ed il proprio contenuto morale e in tal senso è disumanizzante in quanto noi siamo fondamentalmente animali morali. Quindi ci si oppone alla psichiatria coercitiva ma bisogna anche pensare che la dinamica politica che si cela dietro questa è un mandato della gente. Vi sono due cose che le persone vogliono e, al contempo, non possono tollerare: la tirannia e la libertà. Vogliamo un maggiore controllo sociale garantito da una legislazione autoritaria ma al contempo vogliamo la libertà. D’altro canto siamo spaventati dalla nostra libertà perché libertà significa disordine, novità deviazione dalle convenzioni. E se non possiamo tollerare questo allora vogliamo un grado di ordine sociale il più elevato possibile. La reclusione forzata in un ospedale psichiatrico è un abuso. È scandaloso che degl’individui vengano prelevati dalla loro casa e trascinati con la forza e contro la loro volontà in un ospedale psichiatrico, un posto dove vengono immobilizzati con cinghie di cuoio drogati e sottoposti a lavaggio del cervello. E se ritengono di non essere malati di mente questo verrà annoverato come sintomo che conferma la loro malattia. Il risultato è che con i farmaci i soggetti vengono trasformati in robot obbedienti che possono essere considerati innocui nonostante l’effetto di questi psicofarmaci sia la soppressione del pensiero. L’effetto degli psicofarmaci più potenti – che sono estremamente pericolosi – è la discinesia tardiva. Di fatto questi farmaci rendono le persone più conformiste remissive quasi i loro cervelli sono danneggiati le loro menti sono danneggiate, non sono più in grado né di pensare né di ricordare ma non recano più fastidio e quindi vengono considerati dalli psichiatri “sotto controllo”. La somministrazione coatta di farmaci è un abuso. Eppure questa è una pratica comune in psichiatria e viene razionalizzata e giustificata in questo modo: è per il bene e l’interesse della persona.

 

La difesa dichiara che la psichiatria sta affrontando un arduo compito nonostante questo ricorso –a volte inevitabile – all’uso della forza. Comunque gli psichiatri che fanno parte della difesa non vogliono proporre giustificazioni.

Per quanto riguarda l’accusa di abuso di potere la difesa dice che questo è spesso correlato all’emergenza di una malattia mentale. E questo è un caso molto più frequente di quanto non si creda, non è solamente il caso di certe situazioni limite in cui può essere esercitata la coercizione.

La forza, la costrizione è spesso necessaria nei casi in cui un serio disturbo dell’autodeterminazione del malato comporta un considerevole pericolo per lo stesso, per esempio nella prevenzone del suicidio.

A questo proposito un membro della giuria ribatte che dal momento che una persona viene dimessa è libera di commettere suicidio, visto che almeno la nostra vita ci appartiene e possiamo disporre come vogliamo. E comunque è impossibile evitare il suicidio, a meno che si ricorra alla segregazione internando il soggetto. Quindi l’intera motivazione per giustificare la coercizione nel prevenire il suicidio è sciocca e illogica.

La difesa continua a sostenere la sua posizione dicendo che ci si trova di fronte a situazioni in cui è lecito il ricorso alla forza. Alcuni psichiatri membri della difesa però ammettono che all’interno della psichiatria c’è  poca autocritica e uno dei motivi è che forse è in ballo il posto di lavoro di tutti quindi a volte, invece di protestare apertamente e dissentire si preferisce stare in silenzio.

L’accusa continua continua dicendo che nei casi di carcerazione forzata riceve la protezione dello stato. Con i pazienti psichiatrici vengono fatti abusi che normalmente sarebbero puniti penalmente, per esempio non è possibile far prelevare dalla polizia e condurre in ospedale con la forza un uomo con l’appendicite che rifiuta la cura, nessun medico lo farebe mai. Ma questo viene fatto con i cosiddetti pazienti psichiatrici continuamente. Queste prassi di intervento vengono utilizzate solo al fine di correggere comportamenti, emozioni e pensieri devianti, vengono utilizzate come misura disciplinare! Appunto la psichiatria come strumento di controllo sociale mascherato.

La difesa a queste accuse ribatte che il ruolo della psichiatria non è semplice perchè si colloca tra l’interesse dello stato e la situazione dell’individuo e non riceve la libertà di azione se non quella che la legge gli offre. E’ certo, secondo la difesa, che ci sono persone che soffrono così tanto psicologicamente che da non poter essere tollerate dal loro ambiente senza un intervento coercitivo. La difesa parla di necessità terapeutica per la coercizione psichiatrica e se necessario, l’uso della forza fisica.

 

EPILOGO DI THOMAS SZASZ

 

A questo punto l’epilogo è affidato al prof. Thomas Szasz, psichiatra e psicoanalista statunitanse per quarant’anni critico della “cattiva psichiatria”.

Ha tentato, sulla base di una critica al modello psichiatrico tradizionale, di ridefinire la nozione di follia in nome dei diritti individuali, contro le spinte autoritarie della psichiatria istituzionale. In polemica con tutte le posizioni teoriche che stabiliscono una netta discriminazione tra normalità e devianza, Szasz ha negato l’esistenza stessa della malattia mentale: alla luce di un’indagine critica questa nozione risulta priva di fondamenti scientifici e si rivela solo un  mito ossia una credenza utilizzata allo scopo di segregare gli individui che disturbano l’equilibrio sociale o si oppongono all’autorità costituita. Inoltre contro ogni tecnicismo terapeutico ha accusato tutte le psicoterapie di svolgere la funzione di “tranquillanti sociali “. In alternativa ha proposto una psichiatria che adotta come criteri valutativi non la conformità ad un modello sociale ma il controllo dell’individuo su se stesso e la capacità di autodeterminazione.

Le vittime della psichiatria, secondo Szasz, hanno protestato per molti anni ma ciò non è stato per nulla proficuo. È vero però che non possono ribellarsi da soli perchè sono screditati, la gente dice che sono pazzi e non godono di alcuna credibilità.

La psichiatria è una branca della medicina ed i medici non dovrebbero usare la forza contro i loro pazienti. Le persone non dovrebbero essere private dalla libertà e curate contro la propria volontà così come non lo sono nelle altre branche della medicina. Non è necessario proporre alternative basterebbe fare così. Nei suoi scritti, Szasz, ha usato l’analogia, che ritiene molto valida della schiavitù. La schiavitù è un male incondizionato e nella storia dell’umanità è esistita per migliaia di anni e venne un momento in cui la schiavitù fu abolita. Abolire la schiavitù non richiede che si propongano alternative circa ciò che si farà di quelle persone.

Quando la psichiatria coercitiva sarà stata abolita la società svilupperà diversi modi di affrontare i diversi problemi. Perchè la cosiddetta malattia mentale è una moltitudine di problemi diversi. Non è possibile dare una soluzione sola.

È importante questa iniziativa dell’università di Berlino perchè è la prima volta che si porta avanti l’idea di dare voce a questa visione delle cose. Un simile evento non ha mai trovato spazio nelle università fino ad oggi. Quindi questa potrebbe essere un’occasione storica visto che il punto di vista secondo cui la psichiatria vada imposta alla gente contro la propria volontà ha dominato il mondo occidentale per quasi trecento anni.

 

A conclusione del Festival la

Conferenza di ROBERTO BANI

 

Roberto Bani, docente di scienze naturali e da sempre interessato alla comprensione della natura umana, ci propone un’analisi accurata, complessa ed elaborata di quel nucleo essenziale e misterioso che è LA PSICHE.

Le sue considerazioni partono dallo studio del comportamento: da Pavlov a Lorenz e l’etologia, dalla psicoanalisi a Piaget fino ad Aristotele e alla sua “etica”.

Di per sé il mondo è unitario: i suoi pur numerosi e variegati fenomeni sono in relazione tra loro. Come per la tettonica a placche, il modello atomico, il neodarwinismo, anche per la vita di relazione si può sviluppare un modello articolato ma unitario ed evolutivo dove la psicoanalisi è punta di diamante. Nell’opera di Freud e dei suoi prosecutori c’è una sintesi intuitiva ed è possibile, secondo Bani, approfondire le geniali intuizioni, colmare i vuoti, sviluppare un modello articolato.

 

Freud: Orda Primitiva   GENESI SOCIALE E PSICHICA

Freud pose, in Totem e tabù nel 1913, l’origine dell’umanità nelle vicende della “primitiva orda darwiniana”: nella quale  “... si ha solo un padre potente, violento e geloso che tiene per sè tutte le femmine e scaccia i figli” eccetera. Sembra una novella che non merita alcun credito però contiene un filo logico: poiché il complesso edipico è universalmente presente in tutte le persone e popoli superando le diversità culturali, deve trattarsi di un’eredità profonda ovvero genetica, e la sua origine coincidere con avvenimenti ancestrali all’umanità.

Esaminando la questione alla luce delle conoscenze attuali sono prevedibili stadi sociali ancestrali, superati ma anche rimasti tracciati nel nostro DNA. Ad una minuziosa analisi delle varie organizzazioni sociali presenti nei primati (pubblicata come “evoluzione per incremento dei legami”) c’è la dimostrazione che qualsiasi società o gruppo consegue ai legami stabiliti tra gli individui.

Si distinguono inoltre due tipi di tendenze sociali:

·          IL RAPPORTO: interazione di breve durata e occasionale in cui, per esempio un maschio lotta contro tutti gli altri maschi oppure nel corteggiamento corteggia una qualsiasi femmina purchè abbia i segnali di maturità sessuale. Evidentemente lo stimolo-chiave suscita una arco- idea che attiva la pulsione(di rabbia, libido o altro) che suscita il modulo motorio di lotta, corteggiamento o altro.

·          IL LEGAME: tendenza di lunga durata e non occasionale. Una volta instaurato il legame è rivolto ad un territorio e a precisi individui la cui immagine viene memorizzata e riconosciuta, quindi ricercata. Al posto dell’arco-idea c’è l’idea appresa memorizzata da ciò cui il soggetto si lega ma necessita anche di una motivazione non pulsionale, Erikson a questo proposito parlò di fiducia. Questa si ripone nel proprio territorio, nella madre, nel partner e altri individui; si ha così l’evoluzione sociale.

 

Jung, Adler : tipi psicologici  à  ANALISI DEI SENTIMENTI

Questo modello è troppo semplice rispetto alla nostra complessità psichica. Bani, quindi, prende spunto dai tentativi di Jung e Adler di classificare i tipi umani, studiando le personalità e i sentimenti che le animano. Tutti possiamo percepire e comprendere i più diversi sentimenti anche se ognuno finisce con l’essere sospinto nella vita solo da quelli prevalenti; dei nostri stati d’animo abbiamo l’abitudine di parlare li distinguiamo con parole di cui i dizionari sono pieni. L’uomo è animale che parla: usa parole per distinguere le cose, per comunicare, per riflettere. Le parole sono una miniera di dati, la loro straordinaria varietà sembra un oceano infinito e difficile da gestire. In base a naturali somiglianze è possibile raccogliere i sentimenti (tradotti in parole) in insiemi omogenei che Bani ha chiamato “gruppi di affinità”.

 

Per esempio:

L’oggetto fisico ha nello spazio volume, mole, spessore, stazza.

ESTROVERSIONE: Ottusità, dilatatezza, gonfiezza, grossezza, turgidezza, pesantezza.

INTROVERSIONE: Acutezza, snellezza, sottigliezza, finezza, tenuità, legerezza.

 

Mentre il soggetto psichico ha: postura, portamento, contegno, presenza, atteggiamento.

 

ESTROVERSIONE MODERATA: Imponenza, maestosità, grandiosità, sublimità.

ESTROVERSIONE ECCESSIVA: Megalomania, superbia, tracotanza, albagia.

INTROVERSIONE MODERATA: Castigatezza, umiltà, semplicità, contegnosità.

INTROVERSIONE ECCESSIVA: Mediocrità, bassezza, meschinità, infimità, viltà.

 

Il parallelismo fisico-psiche vale anche per le relazioni reciproche: con due o più oggetti nello spazio vediamo che l’uno è sopra e l’altro è sotto. Ma anche nei rapporti sociali esiste il dominio (amministrazione, direzione, sovranità, egemonia) che eccede in tirannia (dispotismo, dittatura, autoritarismo, autocrazia) e la sudditanza (sottoposto, subalterno, dipendenza) con eccesso nella schiavitù, oppressione, giogo.

 

DIMENSIONI E MODALITÀ NELLA PSICHE

 

L’insieme inizialmente sciolto e incoerente delle parole diventa, per comparazione, un’insieme di tetradi che lascia intravedere una superiore sistemazione. È, infatti, palese la diffusa presenza di tendenze di estroversione/introversione o espansione/contrazione come pure la natura dimensionale nonchè il continuo parallelismo tra fisico e psiche. L’insieme globale è separabile in tre grandi parti a loro volta strutturate.

 

1.      Primordio: corrispondente all’Es di Freud, sede delle pulsioni, emozioni, istinti. Non è affatto caotico seppur strutturato in modo primitivo. Le sue naturali tendenze sono connaturate alla biologia in quanto finalizzate a conservare e riprodurre il soggetto.

2.      Fisicomente o Mente: E’ la memoria delle cose, in diretto rapporto con la realtà dalla quale riceve le informazioni.

 

3.      Psicomente: Le idee pure sono qui investite di energie diventando idee emotive cioè sentimenti, in una trama parallela a quella fisica ma diversamente da questa, impregnata di emotività. Se la Mente contiene la trama dei ricordi percepiti e il Primordio le pulsioni e reazioni arcaiche, la trama psico-mentale si costruisce traendo dall’una idee però impregnate dell’energie dell’altro.

 

Di conseguenza mente e psicomente ricalcano l’organizzazione della realtà fisica che è strutturata su due grandi parametri. Le dimensioni cioè Spazio, Tempo, Materia, Energia e Complessità. Esistono anche le modalità di espansione e contrazione.

Nel fisico e nella mente ogni cosa occupa più o meno le varie dimensioni: l’oggetto è esteso o contratto nell’essere, ha volume grande o piccolo nello spazio, vita durevole o breve nel tempo, consistenza dura o tenera nella energia, massa abbondante o scarsa in materia. Parallelamente nella psiche il soggetto è maturo o immaturo nel suo essere, assume un contegno spaziale maestoso o umile,nel tempo una condotta perseverante o rinunciataria nell’energia è austero o mansueto, nella materia ricco o povero.

 

DIVERSE SCIENZE DI RELAZIONE à ANALISI DEI SENTIMENTI

 

Si nota quindi un diffuso parallelismo tra fisico, mente e psiche e una progressione da elemento a particolare a oggetto, trama fisica, trama sociale, regolarità, remoto.

Restano comunque varie scienze da comparare ed integrare in un modello articolato ma sintetico ed evolutivo. Tutto ciò può riassumersi nel quesito: in che modo la vita da minimi elementi è potuta arrivare a cogliere l’intero universo? E la risposta è:

Aumento della biomassa à  nuove strutture percettive e nervose à  maggiore più penetrante attività mentale à  psichica.

 

In conclusione l’evoluzione della mente e della psiche costituisce il sommo tentativo della vita di controllo del mondo. Di ciò noi siamo il momentaneo traguardo.

 

 

 

ATTIVITÀ COLLATERALI ALLO PSICOFESTIVAL

 

Oltre ad una rassegna cinematografica e la proiezione di vari film come “Dead of night”, commedia vera inglese che ironizza sul lato oscuro della psiche umana, oppure “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, un cult sulla condizione femmine o ancora “Repulsion” un ritratto di una donna dalla personalità drammaticamente spezzata, all’interno dello PsicoFestival si sono organizzate anche iniziative di carattere più specificatamente artistico, come, una conferenza di fotografia, una mostra d’arte naturale ad una dell’Associazione “C.G.Jung” ed una mostra di pittura.

Per quanto riguarda la mostra di fotografia di Gino e Filippo Dell’Amico, personalmente la prima riflessione che ho fatto è che NON C’È L’UOMO. L’INDIVIDUO NON COMPARE. DOMINA LA NATURA NELLE SUE DIVESE MANIFESTAZIONI. I colori sono prepotenti. In molti quadri il cielo è sconfinato, forse come l’inconscio.

Non appare l’uomo, ma appare “la mano dell’uomo”, cioè LA SUA OPERA, Le sue costruzioni.

Riguardo alla mostra d’arte naturale c’è un chiaro parallelismo tra LE FORME NATURALI E LA PSICOANALISI.

La ricerca di materiali direttamente dalla natura e la coesione con la “ricerca interiore” l’opera di “scavo” d’introspezione dell’individuo.

Alcune opere, realizzate con pietra e legno, presenti nella mostra erano lasciate così come erano state trovate magari su un letto di un fiume o in un angolo remoto di un bosco, quasi a non voler alterare le “caratteristiche originarie” a non voler violare la loro “integrità”. Altre invece sono state modellate e scolpite, un vero e proprio processo di “levare”. Processo che può essere immediatamente associato al processo analitico in cui viene portato via il materiale psichico che impedisce il raggiungimento del sé profondo.

La mostra di pittura è intitolata “Angeli”. Corpi “nudi” non solo materialmente ma nel senso più profondo del termine, senza”infrastrutture mentali” o condizionamenti esterni LA NUDA PSICHE.

Corpi di donna, curve morbide, sinuose ma a tratti aggressive. A volte sembra che il corpo danzi, altre volte invece, appaiono deformati e sembri che “urlino” che esprimono un forte disagio.

È affascinante, della mostra, l’apparente contrasto del titolo con le pitture stesse, nell’immaginario collettivo l’angelo è tutt’altro, qui è un angelo fatto di SANGUE, CARNE, DOLORE.

Non solo spirito. Viene rivalutata l’importanza deL CORPO come MEZZO DI ESPRESSIONE DELLO SPIRITO.

Il volto è sempre coperto da lunghi capelli neri, L’OMBRA, LA “ZONA D’OMBRA” che caratterizza ognuno di NOI.

Quando il volto non è coperto dai capelli è vuoto, né occhi, né bocca, né naso, il VUOTO. Tutto è lasciato al corpo.

Nonostante le forme femminili ciò che importa, quello che traspare è UN CORPO, a tratti capace di suscitare in modo diretto sensazioni che inducono a riflettere.

 

 

CONLUSIONI

 

Questa esperienza è stata molto positiva per me come corsista, per certi aspetti mi ha segnato profondamente essendo stata a contatto con persone molto valide sia da un punto di vista strettamente professionale che da un punto di vista umano.

Ho avuto l’opportunità di conoscere e confrontarmi con queste persone, mettermi in discussione, considerare aspetti della mia personalità sotto una luce diversa.

Mi sento sicuramente arricchita, sia di strumenti che contribuiscono ad accrescere il mio bagaglio culturale sia da un punto di vista interiore ai fini della mia personale evoluzione. 

L’esperienza dello PsicoFestival ha soddisfatto tante mie curiosità ed è stata sicuramente una tappa importante all’interno del mio “viaggio interiore”. A questo proposito le parole di Maxence mi hanno riportato alla mente una poesia di KONSTANDINOS KAVAFIS a cui tengo particolarmente, e che s’intitola proprio “ITACA”, “a casa”.

 

ITACA   

               

Quando  partirai , diretto  a  Itaca ,

che  il  tuo  viaggio  sia  lungo

ricco  di  avventure  e  di conoscenza.

Non  temere   i  Lestrigoni   e  i  Ciplopi

nè   il  furioso  Poseidone, 

durante  il  cammino  non li  incontrerai

 se  il  pensiero  sarà  elevato, 

se  l’emozione  non  abbandonerà  mai  il  tuo 

corpo  ed  il  tuo  spirito.

I Lestrigoni  e  i  Ciclopi  e  il  furioso  Poseidone

non  saranno  sul  tuo  cammino 

se  non  li   porterai  con  te  nell’anima,

se  la  tua  anima  non  li  porrà  davanti

ai  tuoi  passi.

Spero  che  la  tua  strada  sia  lunga,

che  siano  molte  le  mattine  d’estate,

che  il  piacere  di  vedere  i  primi  porti

ti   arrechi  una  gioia  mai  provata.

Cerca  di  visitare  gli  empori  della  Fenicia

E  raccogli  ciò  che  v’è  di  meglio.

Vai alle  città  dell’  Egitto,

apprendi  da  un  popolo  che  ha  tanto  da  insegnare.

Non  perdere  di  vista  Itaca 

Poichè  giungervi  è  il  tuo  destino.

Ma  non  affrettare  i  tuoi  passi 

È  meglio  che  il  viaggio  duri  molti  anni

E  la  tua  nave  getti  l’ancora  sull’isola

quando  ti  sarai  arricchito  di  ciò 

che  hai  conosciuto  nel  cammino.

Non  aspettarti che Itaca  ti  dia  altre  ricchezze.

Itaca  ti  ha  già  dato un  bel  viaggio,

senza  Itaca  tu  non  saresti  mai  partito.

Essa  ti  ha  già  dato  tutto,

e  null’altro  può  darti.

Se , infine , troverai  che  Itaca  è  povera,

non  pensare  che  ti  abbia  ingannato

Perché  sei  divenuto  saggio,

hai  vissuto  una vita  intensa

e  questo  è  il  significato  di  Itaca.

 
 
Elena Luciani 

Chi siamo    Articoli   Formazione    Soci     Progetti    Psicoanalisi e cultura  
Forum    Adesione    Contatti   Link   Home     Benvenuti

webmaster: Angelo Conforti