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Associazione Europea di Psicoanalisi |
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Il counseling filosofico
Umberto Galimberti, da qualche tempo sembra incoraggiare il counseling filosofico; propongo sinteticamente il suo punto di vista .
Galimberti parla di psicologia e filosofia, concentrando l’attenzione sulla sofferenza psichica e la sua cura. In questo caso egli ci invita a rifare un percorso: dalla filosofia greca, che considerava la sofferenza umana come parte della natura, insensata ma necessaria, al pensiero giudaico-cristiano, che la considerava invece come colpa e insieme evento purificatore, infine all’età della tecnica, che medicalizza il dolore e promette salute in terra attraverso la guarigione del male. Nel pensiero di Galimberti vi sono assiomi e teoremi, che necessariamente ne derivano. Un assioma riguarda la dimensione irredimibilmente tragica dell’esistenza, e il nulla che ne è il sostrato ontologico. Un altro ancora è l’assunto esistenzialista dell’angoscia (angst) come attributo costitutivo della condizione umana; a differenza dell’ansia moderna la quale nasce “dalla complessità della cultura oggettivata incorporata dalla tecnica in rapporto all’insufficienza della cultura soggettiva del singolo uomo”. Il problema non è più cosa possiamo fare noi con la tecnica, ma cosa la tecnica può fare di noi. Per Galimberti la filosofia è ricerca del senso, “la ragione ha ragione, non perché è un deposito di verità, ma perché ha storicamente vinto”. Il ripensamento più radicale da parte di Galimberti oggi riguarda le psicoterapie e la psicoanalisi in particolare (incapaci di indicare i fini ultimi dell’esistenza umana). Essa da una parte imprigiona l’uomo in una pulsionalità impersonale (riduzione dell’essenza dell’uomo alla sua pulsionalità), scordandosi che egli è “apertura al senso”; dall’altra è pre-tecnologicamente ancorata a una visione dei rapporti umani sullo schema servo – padrone (contrapposizione tra super-io ed es), mentre “nell’età della tecnica non ci sono più né servi né signori, ma solo le esigenze di quella rigida razionalità a cui devono subordinarsi nella promessa illusoria di un riscatto del servo infelice”.
La sua accusa è pesante: “le pratiche psicoanalitiche hanno perso il loro referente, ossia la realtà”.
Per Galimberti sarà invece la filosofia e forse un counseling filosofico ben condotto a restituire all’uomo quella “giusta misura”, quel punto di equilibrio che è dato dalla consapevolezza dell’ineluttabilità del male di vivere e da quella virtù (la greca phronesis) che chiede all’uomo di essere attento al suo limite e di “appropriarsi del tempo che gli è stato assegnato”.
Per la sofferenza psichica dunque nessuna salvezza o guarigione, ma solo “contenimento del tragico” nel coraggio di vivere. Egli sfida la psicoanalisi, pratica che pone oggi a nudo i suoi limiti in quanto “le nostre sofferenze psichiche non sempre dipendono dai conflitti interni, ma il più delle volte dalla nostra troppo angusta visione del mondo”. Seguiamo ancora sintetizzando la sua riflessione. Per Jung “l’individuazione rappresenta un ampliamento della sfera della coscienza, uno sporgere oltre e al di là, quindi una funzione trascendente”. Il vero rimosso di questa società non è dunque la pulsione, ma la trascendenza, ciò che la civiltà della tecnica impedisce è un’eccedenza di senso. Jung stesso ci dice: “il processo di individuazione è strettamente connesso con la cosiddetta funzione trascendente, in quanto mediante questa funzione vengono date quelle linee di sviluppo individuali che non potrebbero mai essere raggiunte per la via tracciata da norme collettive”. Jung indica la via che potrebbe essere percorsa per sottrarsi al controllo e al dominio sotteso alla razionalità della tecnica, promuovendo con la visione simbolica del mondo, quell’ulteriorità di senso, che permette di oltrepassare la rimozione di ogni senso ulteriore ed eccedente il regime della razionalità funzionale ed efficientista. Il rimedio di Jung (secondo Galimberti), risponde a un immagine della psiche costruita sulla preistoria dell’umanità, (manca il passaggio dal linguaggio simbolico a valenza mitica, al linguaggio concettuale a valenza razionale). In tutto questo egli dice, neppure il sospetto che il linguaggio simbolico sia semplicemente un linguaggio che non si è ancora sollevato alla pura universalità del concetto razionale, e che quindi non sia idoneo a quella comunicazione per tutti che è propria del concetto. Questa in estrema sintesi la tesi di Galimberti.
A ben vedere anche il progetto umano di liberarsi dalla noia o dalla sofferenza, di realizzare la pace o di ottenere la saggezza è solo fabbricazione umana. Qual è il senso di una vita in cui tutte le nostre opere sono precarie e in cui troviamo tanta sofferenza? Esiste una via di liberazione e di realizzazione di sé che non ci rinchiuda ulteriormente in un sistema di pensiero o di credenze? Quando la riflessione ordinaria raggiunge i suoi limiti e quando rifiutiamo il fascino del non pensiero, e ancora possibile meditare. La situazione è per certi versi drammatica ed evidenzia il nichilismo e il relativismo oggi imperanti. Nietzsche indicava l’avvento del nichilismo (“manca il fine, manca la risposta ai perché”), e prevedeva un’epoca di vuoto. Oggi si sente dire che non si afferra il senso delle cose, che i valori sono stati massacrati dalla cupidigia e dai fallimenti della società, che la politica è solo corruzione, che non si riesce a trovare medicine efficaci a contenere l’ansia che deriva dalla società tecnologica e competitiva.
La destrutturazione totale dei valori e delle funzioni stesse dell’io, produce una situazione catastrofica. La stessa che durante l’opera di demolizione dei fondamenti e delle strutture dell’io portò lo stesso Nietzsche nella catastrofe.
Il nichilismo è l’esito inquietante ma necessario della civiltà occidentale, che porta alla svalutazione dei valori, e all’accettazione rassegnata della tecnica. “Nella dimenticanza dell’essere promuove solo l’ente: questo è il nichilismo” (Heidegger).
Con nichilismo s’intende non solo un’impostazione filosofica ma soprattutto un sintomo diffuso che attraversa tutto L’Occidente, in forma diretta o mascherata. È la netta sensazione dello svuotamento di tutti i fondamenti, siano essi divini o materiali, umani o sociali, prende la forma di ansia, di noia o di una generica indifferenza verso tutto. In realtà questa condizione è poco percepita perché difficile da sopportare, anche per un preciso orientamento culturale: si tende a ridurre la nostra coscienza a un oggetto biologico, e quindi a ridurre anche il significato della nostra esperienza cosciente a meccanismi nervosi. Oggi la netta sensazione di svuotamento non è considerata il riflesso della percezione del caos e della domanda sul senso della vita, ma solo una delle tante psicopatologie da curare.
Il nichilismo va compiuto fino in fondo, affrontando cioè il problema del nulla (nel nulla e nel silenzio si spegne la volontà di potenza e dominio dell’io fallico). La conoscenza deve essere ridotta all’assurdo per sgombrare il terreno verso ciò che sta dietro. Il nulla assoluto è la dimensione in cui tutti gli enti si incontrano e si riflettono in una continua identità autocontraddittoria. (solo dal nulla si comincia ad essere). Portata alle sue estreme conseguenze, la domanda di senso diventa una lucida disciplina che si può applicare anche al dolore, e che svuota ogni giudizio: né assoluti né relativi, né felicità né disperazione, né così né in altro modo. Occorre ritornare al sintomo esperito, a quella netta sensazione di svuotamento che ci riguarda in prima persona. Quella netta sensazione di svuotamento si può sviluppare in modo liberatorio e trasformante attraverso un’esperienza in cui ogni dimora, compreso il nichilismo, ci appare estranea (l’addestramento a permanere sospesi nella netta sensazione di infondatezza senza rappresentarla). Resta così in assoluta evidenza il prodigio dell’esserci di ogni istante. Se mancasse questa possibilità, saremmo condannati a credere per sempre alle rappresentazioni della nostra mente (come l’eterno, il nulla, l’infondatezza assoluta) e alla nostra immancabile collocazione in esse.
Il sistema, la società aspira a fondare: la “lucidità” scopre la mancanza di fondamento. La lucidità progredisce per successive spoliazioni, e non per accumulazione, nella sua categoria di sapere senza contenuto si avvicina a quel “non sapere” che costituiva il nucleo dell’ “esperienza interiore”.
La vera persona priva di qualsiasi rango, priva di qualsiasi condizione, è il sé nudo che non ha niente a che fare con i ruoli sociali (l’Occidente è incapace di pensare senza oggettivare, - pensare senza pensare). Anche il nichilismo, la fine di tutte le metafisiche, è una metafisica, un “fondamentalismo dell’infondatezza”, in cui l’infondatezza entificata diventa fondamento per la pena, o la noia del vivere (il nichilismo che nasce dall’appoggiarsi all’ente “nulla-mancanza”). Esistere è essere lì semplicemente: gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare ma non li si può mai dedurre.
Per passare attraverso la catastrofe è necessaria una grande fede. Oltre il nichilismo, oltre il vuoto degli orientali che bisogna sapere attraversare, senza indefinitamente sostare in esso, vi è la terra promessa della persona, la “radura luminosa” dell’essere, situata oltre il nulla di cui ci ha parlato Heidegger. Si ricorda quanto egli abbia richiamato l’urgenza e insieme la difficoltà di un confronto con il “pensiero orientale”. Durante un viaggio in Grecia (1963), Heidegger scrive nei suoi appunti: “il confronto con l’Asiatico fu per l’esigenza greca una feconda necessità; per noi oggi in tutt’altro modo e in dimensioni molto più grandi, esso è la decisione sul destino dell’Europa e di quel che si chiama “mondo occidentale”.
Si possono riscontrare analogie tra la filosofia contemporanea e la psicoanalisi. Ludwig Binswanger ha tentato una sintesi della teoria husserliana con la filosofia di Heidegger e con le teorie freudiane. A Lacan va il merito di aver messo in relazione la filosofia del Novecento con le teorie di Freud, grazie proprio alla psichiatria esistenziale di Biswanger e alla guida di illustri filosofi come Alexandre Kojève e Alexandre Koyrè.
Filosofi e psicoanalisti, se pensano profondamente, pensano la “medesima” cosa. La conoscenza accoglie chiunque vi si rivolga con amore e umiltà, è questo è il significato più vero e antico di “filosophia”.
Del resto solo pochi accennano all’influenza notevole di Freud sulla filosofia e sulla cultura italiana. Paci (1960) ad esempio, aveva in mente di trovare le basi filosofiche della psicoanalisi, e qualche analista reagiva cercando di scoprire le basi psicologiche della filosofia. Nessuno si è posto il problema di trascendere la loro riduttiva identificazione professionistica e corporativa, (manifestazione fallico-megalomanica tipica dell’io logico-razionale e intellettuale, dotato di straripante volontà di potenza).
Dal canto suo Nietzsche ha compiuto una profonda trasformazione della filosofia, aprendole il varco verso la psicologia: negli ultimi anni della sua vita si è autoproclamato psicologo. Ricordiamo le parole dello stesso Nietzsche in relazione ad alcuni filosofi: “per aver mangiato troppo, e tutto troppo presto, e tutto troppo in fretta, e non le cose migliori, essi si guastarono lo stomaco”.
Una parte dei filosofi italiani i più consapevoli, indicano la via di una più lenta, lieve, delicata, pensosa integrazione.
Fabrizio Ioppolo
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