Associazione Europea di Psicoanalisi

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Fidenza PsicoFestival Maggio 2006

di Elena Luciani
e di Mara Corgnoli

 Il tema dibattuto all’interno della seconda edizione del Fidenza PsicoFestival è particolarmente attuale: i mezzi di comunicazione di massa e il loro potere di condizionamento delle coscienze.

“VIDEO ERGO SUM” recita infatti il volantino che pubblicizza il festival della psicoanalisi di Fidenza e le iniziative ad esso correlate.

Come nella prima edizione, l’intento del Festival è quello di far riflettere; e di sicuro portare la profondità della psiche “in piazza” richiede un certo impegno.

Teatro dello PsicoFestival, infatti, è stata la piazza della città con lo scopo di coinvolgere il maggior numero di persone diverse per età, interessi, estrazione sociale...

È più facile immergersi nella quotidianità e nelle attività di ogni giorno che fermarsi a riflettere sulla propria interiorità. Ma “chi non pensa è pensato” ed è proprio questo il rischio che si corre se non ci si sa servire criticamente dei mezzi di comunicazione, in particolare della televisione.

Il tema dello PsicoFestival ha offerto la possibilità di indagare l’influenza dell’immaginario sulle nostre psicologie, visto che i media ci hanno “catturato” a tal punto da consentire che l’immagine della realtà prendesse il posto della realtà concreta.

Si è quindi cercato di fare una “psicoanalisi della televisione”, di analizzare il potere possessivo dell’immagine. Il meccanismo dell’immagine è semplice: far entrare lo spettatore dentro di essa, “risucchiandolo” quasi. Le immagini hanno la capacità di toccare lo spettatore nell’inconscio e la televisione fa leva su questo potere dell’immagine, sfruttando l’identificazione.

Il concetto di “identificazione” è stato sviluppato in vari interventi durante il festival, ricorrendo in particolare allo “stadio dello specchio” di Jacques Lacan. Si tratta della fase psicologica in cui il bambino impara a riconoscere se stesso nello specchio, distinguendosi rispetto al resto del mondo e iniziando la strutturazione del proprio io.

A questo punto l’analogia tra lo schermo della televisione e lo specchio è chiara; si crea un processo di identificazione attraverso il quale chi è davanti allo schermo vive in prima persona, per esempio, le vicende di un film con tutte le emozioni che esse suscitano.

Lo spettatore si identifica, si immedesima vivendo come proprie le emozioni suscitate dalle vicende e inconsciamente scambia per reale ciò che è pura invenzione, in poche parole vive il virtuale come se fosse reale.

Lo specchio, infatti, è metafora ed è concepito anche come possibilità e mezzo per vedersi attraverso l’altro. “C’è sempre bisogno degli altri per conoscersi” ripeteva lo stesso Jung.

Quando però l’immaginario ha un potere così forte sulla nostra psiche da sostituirsi al reale, la televisione diventa un mezzo per “disconoscersi”. Ciò dipende dal rapporto che ognuno di noi, come spettatore, instaura con il mezzo mediatico. Nel caso della televisione c’è de dire che spesso la si subisce. A questo proposito credo di non essermi mai resa conto del grande potere di manipolazione della televisione, ed è la prima volta che realmente riesco ad interrogarmi sul modo in cui l’immaginario televisivo incide sulle nostre coscienze. Io stessa credo di subirla senza esserne cosciente. Ero convinta che fosse sufficiente mettersi davanti allo schermo televisivo con un po’ di spirito critico, ma mi accorgo che lo spettatore viene immobilizzato, quasi “anestetizzato”; la tv riesce a deprivarlo della propria coscienza. Ovviamente bisogna distinguere condizioni normali da condizioni patologiche. Esistono infatti categorie più a rischio. Penso per esempio ai ragazzini, agli adolescenti alle prese con quel processo complesso che è la conquista dell’identità, la quale non è determinata solo da componenti biologiche ma anche e soprattutto da fattori culturali e morali tra i quali la televisione, nell’attuale società, occupa purtroppo un posto predominante.

Proprio in questo periodo, nell’adolescenza, che si struttura la capacità di riflessione e lo sviluppo del senso critico, e l’influenza della tv può ostacolare questo processo.

Analizzando la situazione da un altro punto di vista, osservando le immagini che scorrono in televisione, si presenta la difficoltà di attribuirle un senso, di riportarle ai propri quotidiani vissuti, alle proprie esperienze personali e, in questo senso, la tv può diventare “alienante”. Alienarsi da se stessi significa volersi simili agli altri o come gli altri ci vorrebbero, subendo quel processo di omologazione dei comportamenti lamentati da molti.

Non si fa che parlare di libertà, di individualità e non ci si accorge che davanti alla tv siamo noi stessi a “metterci le catene”, a rinunciare inconsapevolmente alla nostra libertà cioè alla nostra coscienza. Il dominio culturale televisivo è il sintomo più appariscente del fatto che l’attuale realtà culturale è caratterizzata dall’omologazione e dalla massificazione dei comportamenti, disorientanti nei valori. E le conseguenze più immediate sembrano essere l’alienazione e le nuove forme di individualismo.

In questo mondo in cui domina l’immagine e la percezione immediata altro notevole rischio, infatti, è la riduzione della comunicazione interpersonale. La televisione isola e rende più passivi. Ovviamente tutte queste considerazioni valgono innanzitutto per chi abusa della tv, per chi ne è dipendente.  Ma credo che la tv abbia il potere di catturare anche gli spiriti più critici.  Non so spiegarmi perché sia così facile sottomettersi ai condizionamenti della cosiddetta società dello spettacolo, ma credo che derivi dall’esigenza propria dell’uomo di dare significato alle cose. Si ricercano conferme nell’apparenza dello spettacolo televisivo, illudendoci di trovare le risposte alle nostre insicurezze proprio in ciò che propinano quotidianamente la televisione e tutti i media. Davanti alla tv l’uomo non è più individuo, cioè non è più integro, equilibrato, ma risulta scisso, incapace di relazionarsi consapevolmente con i valori trasmessi dalla tv.

Davanti alla tv è escluso qualsiasi reale confronto, qualsiasi libera espressione di sé e, considerando che una delle principali esigenze di ognuno di noi è esprimersi ed esternare i propri vissuti, la tv diventa davvero limitante.

C’è da aggiungere che, spesso, per alcune categorie di persone, per esempio gli anziani, la tv diventa un riempitivo, un’alternativa al senso di solitudine.

A volte, invece, semplicemente ci si ritrova davanti alla tv alla ricerca di stimoli nuovi ottenendo da certi programmi di intrattenimento solo banalità, opinioni preconfezionate e, non di rado, volgarità. Mi riferisco a quei programmi in cui la gente comune, (non conosciuta nel mondo dello spettacolo) mette in piazza la propria vita, le proprie vicende sentimentali e quindi le più intime emozioni.

Non condivido affatto l’impostazione di questi programmi. Mi stupisce la facilità e la superficialità con cui queste persone espongono i loro problemi mettendosi alla mercé di un pubblico che si arroga il diritto di esprimere giudizi con la presunzione di poter condannare o assolvere certi comportamenti. E poi compiacersi di essere riconosciuti per strada e acclamati solo per essere apparsi in uno di questi programmi il giorno prima, non è certo un modo per acquistare sicurezza, accrescere la propria autostima e promuovere quell’autenticità alla quale tutti dovremmo aspirare.

Credo tuttavia che sarebbe riduttivo ed ingiusto condannare a priori i media e ciò che la tv ci trasmette, d’altronde tutti i relatori durante lo PsicoFestival hanno insistito sulla necessità di sviluppare e di accrescere le proprie capacità critiche.

E ancora una volta devo constatare che, investire tempo ed energie mentali nella propria evoluzione personale, nell’indagine della propria interiorità, sia l’unico modo di sfuggire ai modelli comportamentali collettivi dettati dai media e di realizzare quella conoscenza profonda di sè che sola può renderci individui responsabili, liberi e consapevoli.

Elena Luciani

 

Si è svolto anche quest’anno a Fidenza, nell’ultima settimana di Maggio, il Festival della Psicoanalisi. Il tema di questa seconda edizione, sintetizzato dal titolo VIDEO ERGO SUM, riguardava l’immagine ed era quindi di grande attualità. Alle conferenze sono intervenuti relatori provenienti da vari ambiti culturali. Ognuno ha espresso il proprio modo di vedere circa l’influenza dei mass media all’interno della nostra Società. 

A questo proposito è importante ricordare come all’inizio del XXI secolo, in piena decadenza di valori morali e religiosi che il sistema sociale non riesce a sostituire, l’impatto dei modelli proposti della televisione risulta determinante.

Il sistema economico (il cosiddetto “Dio Denaro”) ha sostituito in parte il credo religioso e poche persone in realtà sembrano consapevoli delle loro scelte. 

La nostra è una società manipolata dai grandi mas media, in particolare dalla TV. Basta guardare un qualsiasi telegiornale per trovarsi davanti ad uno spettacolo orrendo che all’inizio parla di tragedie familiari per poi mostrare la felicità dei nuovi divi televisivi all’interno delle loro feste mondane, passando quindi dalla crudeltà umana della quotidianità alla crudeltà dell’idiozia di massa.

Il basso livello in cui la nostra cultura popolare è decaduta, dai reality show ai cosiddetti programmi-spazzatura, dove qualsiasi forma di pensiero profondo è negata, sembra indicare che l’intelligenza non serve. Nonostante ciò, l’indice di gradimento di queste trasmissioni è molto alto e addirittura in crescita. Milioni di persone sono collegate per vedere quello che dei ragazzi rinchiusi in una casa fanno durante il giorno. Dopo 100 giorni di noia questi ragazzi escono dal programma e diventano dei divi senza avere compiuto nulla di apprezzabile.

Il Direttore scientifico Antoine Fratini ha spiegato che proprio il potenziamento del pensiero critico può ripararci da tali influenze mediatiche.

Natacha Carbonne, antropologa della Università di Montpellier, ha illustrato come l’immagine sia onnipresente nella società moderna e come il meccanismo principale di ogni mass media sia introdurre lo spettatore nell’immagine stessa. Lo spettatore è attirato da immagini che hanno un forte impatto psicologico a livello inconscio.

Attraverso gli interventi di:

si è potuto capire tutta l’importanza dei mass media sul modo di essere degli individui che rischiano di diventare come automi rispondenti a comandi, sballottati tra due estremi: la felicità artificiale del modello consumistico e il piacere passivo del sedersi davanti alla tv per vivere il successo di altri ai quali identificarsi. Viene da chiedersi dove sia finita quell’Anima che guida gli uomini verso nuovi orizzonti, che non si accontenta dell’apparenza, che ricerca la vera essenza dell’essere. 

Potrebbe forse consolare il fatto che da una statistica risulta che la maggior parte degli spettatori che seguono questi programmi sono poco colti e superano i cinquant’anni. Probabilmente però, queste statistiche non reggono al confronto con i nostri reali riscontri e ogni strato della nostra società sembra proprio permeato da questa anticultura. 

Il Maestro Zen Fausto Guareschi ha inteso sottolineare che la tecnologia serve qualora all’interno della nostra mente sappiamo ritrovare degli spazi di meditazione. Gianpaolo Crovato ha denunciato come oggigiorno i giovani Italiani sembrano avere sempre più barattato i riconoscimenti dovuti a meriti personali con i piaceri legati all’immaginario, quindi alla moda, l’abbigliamento, l’automobile di grossa cilindrata (magari di mamma o papà). 

Durante le tre giornate del festival, oltre alle varie conferenze si è tenuta anche una rassegna teatrale in collaborazione con il Circolo Culturale C. G. JUNG locale e una retrospettiva  cinematografica. La pièce teatrale e la proiezione del film The Truman show mi hanno colpito in modo particolare.

La messa in scena, presso la sala polifunzionale del Centro Giovanile, di GABARDIN,  un adattamento teatrale di un testo di Antoine Fratini, trattava in modo ironico del concetto di “malattia mentale” e  dell’enorme quanto pericoloso potere che hanno gli psichiatri sui cosiddetti malati mentali. Veniva rappresentata una ragazza un po’ particolare, sicuramente strana, diversa, amante però della lettura e della scrittura. Visto quel suo bizzarro modo poetico di esprimersi che mescolava lingue e dialetti diversi, il suo stato mentale veniva giudicato in termini patologico da un primario di un reparto psichiatrico che spiegava ai propri tirocinanti la follia dei vari comportamenti della ragazza. Questa leggeva delle sue poesie ispirate a diversi suoi stati d’animo. La sua diversità però veniva puntualmente classificata con nomi assurdi, le sue poesie catalogate senza capirne il significato simbolico e profondo, giudicando solo secondo criteri psichiatrici e apparentemente razionali.
Questa rappresentazione fa indubbiamente riflettere sugli abusi che vengono commessi ogni giorno quando persone disagiate vengono classificate malate di mente e costrette, a volte anche con la complicità della famiglia, ad assumere psicofarmaci. Non è semplice ribellarsi a questi abusi di potere, soprattutto quando godono dell’appoggio di qualche familiare. Queste situazioni posso risultare terrorizzanti per i pazienti che, il luogo di essere aiutati moralmente, si ritrovano schedati e imbottiti di sostanze atte a distruggere a lungo andare la loro mente. 

Anche la retrospettiva cinematografica ha permesso di trarre considerazioni interessanti. In particolare mi ha colpito il film The Truman show. Il protagonista è un giovane di nome Truman, nato e cresciuto in un mondo confezionato apposta per lui, un reality show della cui esistenza rimane inconsapevole. Tutti i giorni la sua vita non subisce cambiamento, dal saluto mattutino  del vicino di casa, al lavoro, al rientro a casa la sera... La sua vita monotona è seguita in diretta sin dalla sua nascita da milioni di persone. Ad un certo punto egli cerca di ribellarsi a questo mondo perfetto intuendo, anche con la benefica complicità di una ragazza innamoratasi di lui, che la sua vita non dipende da sue scelte personali, ma da scelte fatte da altri posti al di sopra di lui e decide di andarsene. Gli spettatori si mostrano spaventati perché, qualora riuscisse a fuggire, cosa avrebbero fatto durante il giorno o la sera non potendo più guardare in TV il Truman Show! Alla fine, nonostante molte difficoltà, egli riesce ad uscire ribellandosi al suo produttore televisivo, il quale invece tenta di convincerlo a rimanere argomentando che, comunque sia, anche il mondo vero è una commedia e che quindi è preferibile vivere da protagonista proseguendo in qualche modo lo show.

Film e conferenze sono stati oggetto di animati dibattiti alla terrazza del Bar in Piazza del Duomo. Da queste conversazioni è risultato che la realtà degli show televisivi tende a sostituirsi alla vita reale di tante persone che ogni giorno guardano le monotone vicende di altri per riempire la loro vita. Il telespettatore appare costantemente manipolato e inconsapevole di esserlo. Ognuno di noi ha potuto esprimere le opinioni e le sensazioni suscitate da questi eventi, riflettendo su che cosa la psicoanalisi può fare perché l’uomo ritrovi la propria identità.

L’idea principale forse che ho sviluppato da questa esperienza riguarda l’importanza di essere sé stessi al di là delle apparenze che più o meno sono il lotto di tutti, coltivando costantemente il proprio spirito critico tramite il confronto, la riflessione la disidentificazione.

Mara Corgnoli


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