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Associazione Europea di Psicoanalisi |
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Notti bulgare (canta Olga Jancevestskaja)
«…dove sei mia amata terra. […]non abbiamo dimenticato la nostra amata Patria. […]La Bulgheria è bella, ma il paese più bello di tutti è la Russia. […]Dove sei mia amata terra?».
Le canzoni popolari russe cantate dalla compianta Olga Jacevestakaja, [i] ci indicano almeno “uno” degli accessi possibili al significato, non facile, di cultura e identità.
È questa figura di donna, che attraverso la sua travagliata storia, di patria lontana, d’amore perduto e di esodo, che ci propone il tema de “la persona” intesa non solo come valore a sé stante, ma anche come “persona” che si esprime attraverso la propria identità culturale.
In questo caso si valorizza, esplicitamente, anche la funzione che l’arte può avere sulla cultura e l’identità delle persone.
L’arte[ii] esprime senz’altro l’immagine di un’etnia specifica; si rivela uno strumento ideale e anche concreto, si personalizza nella sensibilità e capacità dell’artista che l’incarna. L’artista la manifesta attraverso “lo spirito” della “culturalità” delle proprie origini. [iii]
L’artista,[iv] qui menzionata, attraverso il canto della sua terra natia è riuscita a destreggiarsi e ottenere una stabile armonia con sé stessa, grazie alla propria indole. Donna di una capacità di tolleranza invidiabile, è riuscita a difendersi da un mondo esterno molto spiacevole.
Senz’altro ha giocato, in questo caso, in suo favore, la componente inconscia oltre agli abili risvolti dell’animo della sua pregiata e palese personalità. E’ stata, quindi l’equilibrata dinamica delle sue componenti interiori di sopravvivenza ad avere la meglio, così da farle superare tutte le gravi avversità del reale, [v] sottese alla disgregazione dell’Io[vi].
Le condizioni del disagio e della sofferenza mirano ad aggredire e quindi a destabilizzare proprio l’identità individuale.
Per l’Olga Jancevestskaja è stato determinante il suo mantenersi salda al proprio concetto di cultura e identità.[vii] Questo tipo di autocoscienza (molto difficile da semplificare) l’ ha fatta “sopravvivere” alle gravi ostilità. Ostilità non dovute tanto alla terra straniera in sé stessa, terra “estranea” che lei ha dovuto metabolizzare. Piuttosto a quella “intersoggettiva angoscia di ostilità” causata dalla solitudine e dall’abbandono traumatico. Malgrado tutto è riuscita a compensare, nonostante il suo forzato esilio, il recupero fallito dei suoi essenziali e consolidati affetti giovanili. La sua arte l’ha ripagata di tutti i suoi legami familiari andati distrutti.
Non deve, tuttavia, farci problema se stiamo discorrendo, in questo momento, di una persona che per molti di noi è forse sconosciuta.
D’altronde qualsiasi persona, sia essa la più umile e consueta, nasce ben che iscritta -anche geneticamente- nel proprio “registro” culturale.[viii]
Si tratta di una traccia primaria che è anche manifestazione della sua impronta esistenziale.
Da ciò possiamo ricavare delle considerazioni, almeno teoricamente importanti, per l’equilibrio dell’individuo che odiernamente, tra le tante cose, è costretto ad affrontare anche il malessere della globalizzazione.[ix]
Ciò che si è acquisito dall’ambiente delle proprie origini è determinante perché esso influirà per tutta la vita ed è concomitante nell’influire sull’evoluzione psicofisica del soggetto.[x]
A sua volta, però, questo soggetto, proprio grazie al processo culturale riesce ad acquisire, tutte quelle capacità insite ed atte a condurlo ad un’autonomia di apprendimento e di coscienza, quanto di autocoscienza a determinarsi, [xi] nel confronto (o scontro, a volte) tra le diverse culture, quali realtà coesistenti, che si debbono affrontare.
Se il passaggio da un territorio ad un altro, e da una cultura ad un'altra, crea inevitabili disagi di identità (se non dei veri e propri conflitti) queste conseguenze spiacevoli sono superabili se alla base della propria costituzione psicofisica vi è affiancata l’educazione primaria dell’infanzia, ricevuta prima di tutto dalla famiglia e poi da tutte quelle istituzioni preposte alle necessità educative. Così si raggiunge una maturazione stabile e l’autorealizzazione di un sé intellettuale[xii] che garantisce l’autogestione personale.
Le acquisizioni dell’ambiente originario veicolano l’esperienza dell’individuo in evoluzione, e attutiscono le differenti dissonanze ambientali in un mondo tra l’altro precipitosamente mutevole, come questo del post modernismo, che tende a sradicarci e a confonderci nelle identità consolidate, e conseguentemente minaccia senz’altro, a dismisura, un equilibrio di stabilità emotiva.[xiii]
Ecco allora che profondamente utile si rende l’esistenza di una struttura comunitaria garante di un costante riferimento alle proprie origini, al proprio costume e al proprio linguaggio.
Vivendo nel territorio della cultura del diverso è indispensabile trovare appoggio e forza in questa struttura di riferimento stabile e precisa. La sua funzione è quella di proporre o riproporre e rielaborare il bagaglio culturale della propria identità.
La presenza della propria “Scuola”, con le riunioni, congiuntamente all’insegnamento della propria lingua, con le manifestazioni dei propri caratteristici costumi, e altro, realizza questo centro culturale che è di inestimabile sostegno. Non solo in funzione esclusiva dell’appoggio affettivo, indispensabile soprattutto ai bambini più piccoli. E’ anche utile per portare avanti lo spirito della propria collocazione culturale, garantire le esigenze delle crescenti disponibilità creative, approvare e consolidare l’espressione emotiva e razionale dei compartecipanti adulti.
Una simile struttura si rende insostituibile per far fronte al disagio interiore, a dar sostegno nei momenti della criticità di adattamento e della diversificazione.
Vivere in un Paese straniero, per democratico che sia, presenta pur sempre la sua naturale diversificazione di identità e cultura e malgrado tutte le migliori buone intenzioni “può non poter riuscire” a salvaguardare totalmente l’identità e le esigenze creative del soggetto straniero.[xiv]
Per spiegare come l’individuo si struttura e si personalizza nel proprio ambiente e come a sua volta riesca a adattarsi agli altri ambienti, esistono diverse affermazioni. Le dinamiche dell’adattamento non sono direttamente né facilmente percepibili. Tale complessità si può esprimere solo attraverso concetti e teorie le quali, in definitiva, solo l’ipotesi è ancora la strada più corretta a determinarle. Spesso bisogna anche accontentarsi di semplici supposizioni.
Si può stabilire che malgrado tutta la migliore volontà a ottenere una definizione di cultura e identità, ricavandola dall’abbondante e disparata letteratura scientifica disponibile, non è davvero possibile ottenerne una visione univoca. Troppe articolazioni di significato si individuano nella stessa discussa delimitazione di cultura[xv] e identità.
I termini di cultura e identità, inoltre, sono concetti astratti che si evolvono ulteriormente con il tempo e con le nuove esperienze. [xvi]
Passiamo ora a considerare brevemente L’identità.
L’identità è quel sentirsi tali nel proprio modo di essere che accompagna l’individuo e lo conduce nel tempo e lo caratterizza sempre ben distinto dagli altri individui.
J. Locke e D. Hume, infatti, considerano l’identità un meccanismo psicologico che trova fondamento non tanto in un’entità sostanziale che si potrebbe supporre come l’Io, ma piuttosto si basa nella “relazione” che la memoria instaura tra le impressioni continuamente mutevoli, e tra il presente attuale e il suo passato. Cosicché l’identità non è tanto un dato quanto una “costruzione della memoria”.[xvii] La psicologia attuale, infatti, ha accettato questa “riflessione” filosofica considerando l’identità e la crisi di identità conseguenza della solidità o della fragilità di tale costruzione della memoria.
Ciò implica il valore dell’apprendimento e la funzione dell’intelligenza quali fattori strategici della capacità umana, indispensabili al superamento di tutti i determinismi biologici ed ambientali cui l’essere umano tende inevitabilmente ad essere rigorosamente sottoposto.[xviii] Questo aspetto funzionale dell’apprendimento e dell’intelligenza riconferma la correlazione tra cultura e identità. La cultura, intesa sociologicamente,[xix] è quella realtà idonea a adattare gli “umani” ai più svariati ambienti territoriali, a differenza di tutto il resto dell’universo animale.
Il termine “diversificazione” non significa inferiorità né competizione. La diversificazione culturale è un pregio che ci facilita nel dialogo interculturale.[xx]
Oggi si sente parlare tanto di Europa Unita, ma noi non vogliamo condividere un tipo di unità esclusivamente riservata al processo di unificazione economica fatta di leggi di mercato e di consumo. Desideriamo invece vivere sopratutto in un’Europa Unita che promuove il riconoscimento delle identità etniche e il valore inestimabile delle sue diverse culture. Non si possono ridurre queste a un mero fenomeno di massificazione di prodotti commerciali. Le svariate convivenze culturali sono l’espressione ingegnosa di ciò che definiamo Civiltà, e questa rappresenta la nostra appartenenza all’Umanità.
La Cultura va curata con slancio interiore; lo scopo della cultura e dell’identità sono in funzione della convivenza e della pace.
Privi di questo senso sano di cultura si cade nell’orgia acritica delle più sfrenate leggi del consumismo (se non anche del razzismo) che fa di noi prodotti di consumo, di sfruttamento e di schiavitù.
La cultura innanzitutto non è un’espressione nazionalistica, né il privilegio di una classe sociale che intende predominare sulle altre, o altre deformazioni del genere. Essa non può imporsi sopra e contro l’uomo. Prendo a sostegno di ciò alcuni concetti sulla cultura scritti da Giani Stuparich[xxi]:
“…Non la lotta è data a noi, ma la gioia dell’intelligenza e delle opere. Questo soltanto intendiamo: che gli intendimenti siano onesti e che l’intelligenza sia messa al servizio della verità. […] La cultura non è né autoritaria né democratica, è un livello. […] Come non facciamo della politica, così tanto meno faremo della propaganda. Sappiamo per convinzione profonda che se c’è un nemico della cultura questa è proprio la propaganda, la quale svia deforma corrode la cultura […] offusca la sua luce. […] Noi ci mostriamo aperti alle correnti spirituali di tutti i popoli […] noi rispetteremo non solo, ma accoglieremo con fraterno intendimento l’arte e il pensiero, da qualunque nazione essi ci vengano; consci che l’Europa nuova, prima che nell’unione politica, dovrà trovare la sua consistenza nella comunione elevata degli spiriti.”[xxii]
Concludendo, l’essere umano è egli stesso autore e parte del “mistero dell’origine della Cultura”, ed è anche trasceso dai margini stessi della natura, dalla sua struttura rigorosamente biologica. Ricordo a proposito alcune espressioni emblematiche dello scrittore e poeta Boris Pasternak:
“L’uomo non vive più nella natura ma nella storia; non vive più il minuto, l’ora il giorno, ma vive il secolo…”[xxiii]
Giovanni Allotta
Dissertazione su Cultura e Identità
tenuta presso la Comunità russa di Trieste, “Russkj Dom”
dal Dr. Giovanni Allotta
Filosofo e Psicoanalista
membro dell’Associazione Europea di Psicoanalisi.
Nota: La dissertazione presenta un contenuto umanistico e sfiora appena temi psicoanalitici poiché è indirizzata ad una comunità con necessità specifiche e non pratica di cultura psicoanalitica.
[i] Olga Jancevetskaja, nasce a Brest-Litovsk nel 1890, Russia, di famiglia benestante e amante della musica. Si dedicò allo studio del canto e studiò alla Scuola di arte drammatica di Pietroburgo, diplomandosi, infine, alla Scuola dell’Opera. Nel 1917, allo scoppio della Rivoluzione di Ottobre, aveva 27 anni, in mancanza di notizie del suo sposo, diplomatico in Romania, affidò il proprio figlio alla nutrice e lasciò la Russia per ricercarlo. La sua impresa di ricerca fu disperata e non riuscì più a rientrare in Russia. Nelle innumerevoli difficoltà fu persino soccorsa da zingari; visse della propria arte. Cantante, inoltre, di pregiate canzoni popolari russe e tzigane si stabilì in Jugoslavia. Fu conosciuta soprattutto a Zagabria e Belgrado, ed in quest’ultima città morì all’età di ottanta anni.
[ii] L’arte che fiorisce in un determinato luogo prende e dà […]: cfr. Identità e cultura, uno sguardo antropologico in www.trentinocultura.net
[iii] Interessante è qui riportare un pezzo delle frasi che stanno iscritte sul frontone del magnifico Teatro Massimo di Palermo: “L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita […]”.
[iv] “Gli artisti sono forze che si muovono tra la natura- la loro naturale creatività- e la cultura” […]: cfr. Identità e cultura, uno sguardo antropologico in www.trentinocultura.net
[v] In questo contesto la frase di “reale” desidera acquisire, anche se un po’ forzatamente, quel concetto di realtà propriamente freudiana che invece si indica esattamente come il principio di realtà. Tuttavia questo termine vuole anche riferirsi al concetto di reale del terzo registro, enunciato dalla psicoanalisi lacaniana (reale, simbolico, immaginario). Il reale, nella teoria di J. Lacan non va confuso con la “realtà materiale” “che noi addomestichiamo nella vita di relazione” quanto, invece, si tratta di ciò che si sottrae alla simbolizzazione e non si riflette sull’immaginario. Quindi ci si riferisce ad una complessa dinamica di matrice inconscia che tende privare l’individuo, della capacità simbolica, quindi della capacità di interagire con l’ambiente propriamente esterno, materiale. Questa incapacità porta a forme psicotiche rilevanti. Con questa precisazione di reale in Freud e Lacan, qui richiamate, si vuole sostanzialmente affermare come una personalità del tipo della Jacenvestskaja è vincente. L’Io, come istanza intrapsichica, svolge sanamente la sua funzione adattando le istanze dell’Es, al principio di realtà. Infine tale felice esito si deve, a sua volta, alla forte capacità di simbolizzazione (l’essere artista, in questo specifico caso) di questa donna che ha superato benissimo il registro del reale.
[vi] Qui è da considerarsi l’estrema fragilità dell’Io come inteso nella psicoanalisi classica, nel modello pulsionale e strutturale di S. Freud.
[vii] Caso per caso, persona per persona, va esaminato il suo personale concetto di cultura: come da persona a persona la propria cultura è percepita ed esplicata.
[viii] Va inteso, in questo specifico contesto l’idea di “cultura” nel senso antropologico strutturalista come lo esplica C. Lévi-Strauss. La cultura come il linguaggio sono elementi strutturali precostituiti all’individuo, entro i quali, internamente, assume il suo significato. Lo strutturalismo, sistema organizzato di relazioni, è un movimento e metodo di ricerca contemporaneo antistoricista e antiesistenzialista.
[ix] La globalizzazione significa anche che lo Stato non è più in grado di mantenere legami con la società. Cede ai mercati globali il più dei propri compiti “ad alto impegno di lavoro e di capitale” e ne consegue inoltre anche un alto decremento del “fervore” patriottico. Infatti, perfino i beni patriottici affievoliscono fino a scomparire per dar il massimo rilievo” alle forze del mercato”. Cfr, Zygmunt Bauman, Intervista sull’identità, Editori Laterza, 2003, pp. 29-30.
[x] Ad ogni modo questa mia affermazione è superata dagli avvenimenti totalmente precipitosi dell’oggi. Qui mi rivolgo ad una “Ruschy Dom” (Centro culturale, “Casa Russa” di Trieste, presso la scuola Brunner di Roiano; è frequentata da una generazione di russi giovani, diciamo per la maggior parte nata dopo il crollo del Muro di Berlino. Comunità che ancora può ancorarsi ad un’identità specifica di tradizione. Recupera, diciamo, un certo riferimento storico non ancora andato perduto. Con il progredire del tempo, con le imminenti nuove generazioni sussiste invece il rischio di perdere dei riferimenti storici precisi, perdere addirittura un’identità di origine al punto di dover ridiscutere cosa sia l’identità oggi nella dimensione, appunto, di una “società liquida” come la esprime Z. Bauman.
[xi] La cultura va intesa come quel complesso espressivo caratteristico dell’essere umano. Acconsente all’adattamento degli esseri umani anche negli ambienti più diversificati, modificando e anche superando e trascendendo l’istintività del suo comportamento abituale. Nell’animale il comportamento è rigidamente condizionato dall’ambiente fisico, fatto che non avviene invece per l’uomo nato in un determinato ambiente. L’uomo in definitiva è autore, portatore di cultura. In questa accezione di cultura come adattamento dell’uomo è chiaro, stando anche al concetto piagetiano, che l’intelligenza è la capacità di adattamento; di conseguenza la cultura si desume come effetto della dinamicità dell’intelligenza idonea a una grande molteplicità di adattamenti con i quali l’uomo può superare molti aspetti di un determinismo esclusivamente genetico.( n d a).
[xii] Per ragioni di estrema sintesi deve qui intendersi il Sé come una parte passiva sempre facente parte dell’istanza strutturale dell’Io, attiva. In questo contesto vada inteso il Sé come atto riflessivo positivo: l’autocoscienza, se vogliamo; un sentimento, di autogratificazione nel “sentirsi tali”. Questa mia sintesi trova appoggio nella nozione freudiana di Besetzung di cui fa gran riferimento lo psicoanalista Alberto Rossatti in Io e il Sé nel pensiero di Freud, ed. Guerini, MI 1990 pp. 214.
[xiii] Zygmund Bauman usa un termine più raffinato e adeguato: “Epoca di modernità liquida”, in op. citata p. 31.Ossia, ci si trova in una posizione che si trova ad affrontare un’infinità di possibilità che indubbiamente provoca angoscia.
[xiv] Lo straniero propriamente come oggetto e soggetto del Diritto.
[xv] La cultura possiamo considerarla anzitutto come quel patrimonio sociale che ci è tramandato “di generazione in generazione”. Comprende conoscenze, credenze, fantasie, ideologie, simboli, norme e valori che poi si realizzano sia in schemi che in tecniche di attività che contrassegnano i diversi aspetti tipici di una società. Infine possiamo inserire nel concetto di cultura anche l’espressione di civilizzazione, termine tipicamente germanico, usato anche da S. Freud. Con Civilizzazione, in senso ampio, si vuole descrivere quel sistema di valori e rappresentazioni (miti compresi), simboli e patrimonio condivisi da una da una comunità in un determinato momento storico.
[xvi] Per Lorena Preta, psicoanalista (SPI), ad esempio, le realtà individuali e sociale oggi sono assai complesse, sì da costringerci a far slittare la definizione di identità verso confini “disomogenei” con difficoltà di interazione che non trovano più riferimento con i modelli classici. L’identità non può prescindere dalle categorie della diversità e della trasformazione, poiché la stessa base biologica dell’individuo è in continuo mutamento. Praticamente in ogni istante della nostra vita siamo “altro” rispetto ”l’istante precedente”.
[xvii] Cfr. Umberto Galimberti, Dizionario di psicologia, UTET, 1992, lemma Identità, p. 459.
[xviii] In altri termini si presuppone un’omoestasi che va intesa come uno stato di equilibrio eccellentemente dinamico nella sua funzione di adattamento e riadattamento in sincronismo con le caratteristiche della memoria genetica che con quella inconscia che conscia, e dell’autocoscienza. Trattasi di una memoria in funzione dell’intelligenza tipica della specie umana specifica e funzionale per l’adattamento alle diversità contingenti. La memoria intelligente, tipica dell’uomo (ben distinta dall’intelligenza delle macchine intelligenti e dei computer) è un processo costante indispensabile per tutti gli adattamenti che avvengono nell’evoluzione stessa della specie umana; la memoria intelligente dell’uomo è la sola capace a programmare le condizioni della propria vita.
[xix] Cfr. Sociologia, Opere di base, De Agostini, 1998.
[xx] In questo contesto non ci si addentra, per motivi di tempo, all’ampia problematica altrettanto interessante sul tema dell’inteculturalità.
[xxi] Giani Stuparich, medaglia d’oro al valor militare della Prima Guerra Mondiale, fu anche scrittore triestino. Quale uomo di altrettanto valore civile ha fondato a Trieste nel 1945-46 il Circolo della Cultura e delle Arti; mi onoro di essere il nipote.
[xxii] Giani Stuparich, cfr I quaderni giuliani di storia, pp. 231-448. Anno X N. 2 dicembre 1989. Vada considerato che G. Stuparich sta parlando di Europa nuova subito dopo il Secondo conflitto mondiale, siamo appunto nel 1945-46 del XX secolo.
[xxiii] Lo rimembro da una trasmissione radio, III° programma, del settembre 1968 di cui non posso più recuperare i riferimenti dovuti.
webmaster: Angelo Conforti