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La coercizione come cura: una disamina critica della storia psichiatrica

L’intera storia moderna, così come viene studiata e pensata, è puramente convenzionale. Per sufficienti ragioni, tutte le persone accettano di sottostare ad una autorità, ad un'unione felice basata sulla frode e la dissimulazione,  promuovendo la menzogna.
Lord Acton

Per oltre un secolo, gli psichiatri hanno sostenuto che la psichiatria è difficile da definire perché il suo scopo è molto ampio. Nel 1886, Emil Kraepelin, considerato il più grande psichiatra di quel tempo, dichiarava: “La nostra scienza non è giunta ad un consenso sui suoi più fondamentali principi, né sui propri fini o sui significati di questi fini”.

Per oltre un secolo, gli psichiatri hanno sostenuto che la psichiatria è difficile da definire perché il suo scopo è molto ampio. Nel 1886, Emil Kraepelin, considerato il più grande psichiatra di quel tempo, dichiarava: “La nostra scienza non è giunta ad un consenso sui suoi principi più fondamentali, né sui propri fini, né sui significati di questi fini”.

Contrariamente a simili asserzioni, io sostengo che è facile definire la psichiatria. Il problema è che nel definirla con onestà – riconoscendo i suoi fini evidenti e i mezzi impiegati per raggiungerli – risulta socialmente inaccettabile e professionalmente distruttiva. La tradizione psichiatrica, l’aspettativa sociale e la legge identificano la coercizione come particolare caratteristica di una professione. Pertanto, considero la psichiatria come la teoria e la pratica della coercizione, razionalizzata in diagnosi delle malattie mentali e giustificata come trattamento medico coatto teso a proteggere il paziente da sé stesso e la società dal paziente. La storia della psichiatria che presento assomiglia alla storia critica della missione cristiana.

I selvaggi pagani non soffrivano della mancanza di Gesù o di aiuto teologico, e non cercavano i servizi dei missionari. Allo stesso modo gli psicotici non soffrivano dell’assenza di etichetta di malato mentale né dei trattamenti psichiatrici, e non cercavano i servizi degli psichiatri. Questo è il motivo per cui i missionari tendono a disprezzare i pagani e gli psichiatri tendono a disprezzare gli psicotici mascherando i loro veri sentimenti dietro la maschera della cura e della compassione. Ogni fanatico crede di essere in possesso della “verità”, di dovere migliorare gli altri, di avere il diritto di intervenire nella vita degli altri.

Il non riconoscimento del fatto che la coercizione è una caratteristica e un elemento potenzialmente presente nei cosiddetti trattamenti psichiatrici è intrinseco alle definizioni che i dizionari danno della psichiatria. L’Unabridged webster  definisce la psichiatria “una branca della medicina che tratta i disturbi mentali, emotivi e comportamentali”. Semplicemente, le relazioni psichiatriche volontarie differiscono dagli interventi psichiatrici imposti allo stesso modo in cui le relazioni sessuali tra adulti consenzienti differiscono dalle aggressioni sessuali chiamate “stupri”. A volte, gli psichiatri trattano anche con i pazienti mentali. Come spiego e illustro in questo volume, è tuttavia necessario non accontentarsi di distinguere le relazioni psichiatriche coatte da quelle consensuali, ma  occorre anche contrastarle. Il termine “psichiatria” deve essere applicato a una o all’altra, ma non ad entrambe. Fintanto che gli psichiatri e la società rifiuteranno di riconoscere questo, non potrà esserci una reale storiografia psichiatrica.

Gli scritti di storici, medici, giornalisti e di coloro che si occupano della storia della psichiatria si basano su tre erronee premesse: che le malattie mentali esistono, che sono malattie del cervello e che l’incarcerazione di “pericolosi” pazienti mentali è una medicina razionale e moralmente giusta. I problemi così creati sono allora composti dall’insuccesso – volontario o non – nel distinguere tra due tipi radicalmente differenti di pratica psichiatrica, consensuale o coatta.

Nelle società libere, le ordinarie relazioni sociali tra adulti sono consensuali. Queste relazioni – nel lavoro, la medicina. la religione e la psichiatria – non pongono problemi legali o politici speciali. Per contrasto, le relazioni coercitive – una persona autorizzata dalla Stato ad imporre ad un altra persona di compiere o non compiere un’azione di sua scelta – sono inerenti alla politica e moralmente problematiche.

La malattia mentale è una malattia fittizia. La diagnosi psichiatrica è una forma mascherata di disdegno. Il trattamento psichiatrico è coercizione presentata come cura,  operata tipicamente in prigioni chiamate “ospedali”. Formalmente, la funzione sociale della psichiatria era maggiormente apparente in passato di come risulta attualmente. Il ricoverato psichiatrico era incarcerato contro la sua volontà. Il demente era considerato inadatto alla libertà. Attorno alla fine del XIX secolo, un nuovo tipo di relazione psichiatrica fece la sua comparsa: le persone che soffrivano di cosiddetti “sintomi nervosi” diventarono pazienti per medici specialisti in “disturbi nervosi”. Gli psichiatri distinsero poi due tipi di malattia mentale, le nevrosi e le psicosi: le persone che si lamentavano dei loro propri comportamenti vennero classificate nevrotiche, mentre le persone dei quali comportamenti si lamentavano altri vennero classificate psicotiche. La negazione legale, medica, psichiatrica e sociale di questa semplice distinzione, con le sue implicazioni di grande portata, rappresenta la moderna psichiatria.

L’Associazione Americana di Psichiatria, fondata nel 1844, fu inizialmente chiamata Associazione della Superintendenza Medica dell’Istituto Americano per l’Insanità. Nel 1892, è stata rinomata Associazione Medico psicologica Americana, e nel 1921 cambiò di nuovo nome in Associazione Americana di Psichiatria (APA). Nella sua prima risoluzione ufficiale, l’Associazione dichiarò: “Il senso unanime di questa convenzione è che il tentativo di abbandonare l'uso di tutti i mezzi di costrizione personale dei pazienti non sia allineata ai loro interessi”. L’APA non hai mai rinnegato il proprio impegno nel richiedere che la pazzia fosse ritenuta una malattia medica e la coercizione una cura. Nel 2005, Steven S. Sharfstein, Presidente dell’APA, reiterò il suo impegno professionale in favore dei trattamenti coatti. Lamentando la riluttanza degli psichiatri nell’usare approcci coercitivi, egli dichiarò: “Una persona che soffre di paranoia con alle spalle diverse ospedalizzazioni dovuta alla propria pericolosità e alla sua riluttanza a seguire trattamenti medici dall’esterno è un perfetto esempio per chiunque volesse beneficiare di tali (coercitivi) approcci. Dobbiamo bilanciare la libertà e i diritti individuali con le politiche coercitive di cura”. Sette mesi più tardi, Sharfstein  dimenticò convenientemente di avere di recente racchiuso la cura e la coercizione in un singolo atto, “la cura coercitiva”. Difendendo il “trattamento assistito” (un eufemismo della coercizione psichiatrica) egli dichiarò: “Nel trattamento assistito, quale legge Kendra di New York, il ruolo primario degli psichiatri è quello di ristabilire la salute del paziente”.

Psichiatria e società formano un paradosso. Il maggiore progresso scientifico che la psichiatria è chiamata a fare è di accettare l’idea per ora intollerabile che la malattia mentale è un mito e che i trattamenti verso di essa sono una chimera. Il maggiore innegabile progresso scientifico della medicina oggi è riconoscere che gli “squilibri chimici”  e le “sclerotizzazioni neuronali” sono dei cliché affascinanti, ma non dimostrano con evidenza che i problemi esistenziali sono delle malattie che legittimano delle cure senza il consenso dei pazienti. Il più delle volte gli psichiatri giocano il ruolo di giurie, giudici e guardie carcerarie e il sentimento più scomodo è quello di essere di fatto dei costrittori medici – degli opportunisti ben pagati dalla società. Ma è troppo orribile affrontare tutto ciò. Meglio continuare a chiamare i comportamenti indesiderati “malattie” e le persone disturbate “malate” costringendole alle “cure” psichiatriche. E’ dunque facile capire perché le persone ben pensanti sono restie nel rimettere in questione l’idea di malattia mentale. Dove li porterebbe l’abbandono della psichiatria dipinta come il dramma di eroici medici che combattono l’orribile malattia?

Alexander Solzhenitsyn scrive giustamente che “la violenza può essere nascosta solo dalla menzogna, e la menzogna può solo essere mantenuta attraverso la violenza. Ogni uomo che si è posto come metodo la violenza è inevitabilmente obbligato a prendere la menzogna come proprio principio”.

Il discorso scientifico si basa sull’onestà intellettuale. Il discorso psichiatrico rimane intellettualmente disonesto. Il mandato sociale della psichiatria è basato sulla protezione paternalistica del paziente mentale da se stesso e del pubblico dal paziente mentale. Tuttavia, nella letteratura professionale come in quella popolare, tale caratteristica della specialità psichiatrica è la meno notata. Sottolineare questo aspetto è considerato di cattivo gusto. Sarebbe difficile esagerare nel mostrare fino a che punto gli storici della psichiatria così come i professionali della salute mentale e i giornalisti ignorano, negano e razionalizzano i trattamenti psichiatrici involontari. Tale negazione si è persino radicata nel linguaggio. Psichiatri, uomini di Legge, giornalisti, bioetici chiamano abitualmente l’incarcerazione in un ospedale psichiatrico ”ricovero”, e “trattamento” la tortura imposta con la forza ai pazienti. Proseguendo lo stesso tipo di ragionamento incrinato alla base, gli storici della psichiatria associano l’avanzamento della diagnostica e del trattamento psichiatrico al “progresso nelle neuroscienze”. Al contrario, io attiro l’attenzione su che cosa gli psichiatri hanno fatto alle persone che hanno rifiutato il loro "aiuto" e su come hanno razionalizzato le loro violazioni "terapeutiche" della dignità e della libertà dei loro beneficiari apparenti.

Considero le relazioni umane consensuali, anche quando sono sviate da una o da entrambi le parti, radicalmente differenti, tanto moralmente quanto politicamente, dalle relazioni umane in cui una parte, autorizzata dallo Stato, depriva l’altro della propria libertà. La storia della medicina non meno della storia della psichiatria, abbonda in interventi di medici che hanno danneggiato piuttosto che aiutato i loro pazienti. Il salasso ne è l’esempio più famoso. Non di meno i medici, almeno sinora, si sono astenuti di usare la forza delle sanzioni statali nell’imporre sistematicamente trattamenti offensivi ai pazienti. Al contrario, la storia della psichiatria è, in fondo, la storia della imposizione di trattamenti danneggianti su persone chiamate “pazienti mentali”.

In sintesi, dove gli storici della psichiatria vedono storie di malattie terribili e di cure eroiche, io vedo storie di persone contro le quali sono state commesse terribili ingiustizie fatte passare per “terapeutiche”. Di fronte a problemi personali irritanti, la gente in luogo di “verità” preferisce una menzogna semplice e alla moda. Questa è una delle importanti, amare lezioni da trarre dalla storia della psichiatria.

Una delle malinconiche verità che ho voluto precisare è che, spogliata del relativo ornamento pseudomedico, la storia della psichiatria non risulta particolarmente interessante. Per trovarvi interesse, ho cercato di fare quel che, in accordo con Walt Whitmann (1819-1892), fa il “più grande poeta”: “trascina fuori i cadaveri dalle loro bare e li rimette in piedi... Dice al passato di camminare davanti a lui per poterlo realizzare”. A questo scopo ho, quando era possibile, citato esattamente i termini psichiatrici usati per giustificare l’ostinata insistenza, che dura all’incirca da tre secoli, nell’affermare che la coercizione psichiatrica è una cura medica.

Thomas Szasz

Traduzione di Antoine Fratini

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