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Associazione Europea

di Psicoanalisi

 
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 ARCHIVIO FORUM

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ARCHIVIO INTERVENTI

Fini come Bellarmino?

Pochi giorni fa un’altra triste, tragica notizia: la legge sulla droga voluta da Fini e compagni è finalmente stata approvata e diviene quindi operante. I giovani dovranno imparare e alla svelta che con Fini e con questo governo non si scherza! È però fin troppo facile presagire che questa operazione produrrà un vero disastro. Questo, principalmente per due motivi. 

Primo, perché abolendo volutamente la distinzione tra droghe leggere e pesanti, si mente ai cittadini negando di fatto i risultati di una considerevole mole di studi tossicologici compiuti al riguardo che indicano fuori da ogni dubbio l’assoluta irrilevanza degli effetti negativi sul fisico di marijuana e derivati. La tossicità complessiva della cannabis è una delle più basse fra sostanze medicinali e non[1]. “se non c’è differenza, o se tale differenza è derisoria, come mi si dice, allora tanto vale provarle tutte, prendere quelle che mi capitano…” Ecco uno dei possibili e probabili ragionamenti implicati da questa legge e da questo tipo di comunicazione malata che molti giovani, tipicamente abbastanza noncuranti dei pericoli dell’illegalità, si sentiranno legittimati a fare. 

Secondo, perché quei consumatori, giovani e meno giovani, trovati in possesso di una modica quantità di stupefacenti leggeri ad uso personale verranno obbligati a seguire, se vogliono evitare la pena detentiva, un trattamento di tipo sanitario, anche se usano droga leggera innocua per la salute e priva di assuefazione (contrariamente all’alcol, per esempio) e anche se loro stessi non si ritengono affatto malati o bisognosi di cura. Come non notare la raggelante rassomiglianza tra codesto tipo di intervento e il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) che ha storicamente stigmatizzato e deteriorato prima a suon di elettrochoc e camicie di forza, poi di psicofarmaci, la condizione morale e psicologica di innumerevoli vittime?! Proviamo ora a considerare la questione da un altro punto di vista, quello degli addetti ai lavori. Che cosa dovrebbero ben dire psichiatri e psicologi ad un paziente, magari trenta o quarantenne, mandato loro dallo Stato contro la propria volontà e perché trovato in possesso di cannabis per uso personale? C’è purtroppo da scommettere che essi non si limiteranno a fargli la morale! Come le streghe ai tempi dell’inquisizione venivano prima forzate a confessare il loro stato di possessione ad opera del demonio e poi a pentirsi “sinceramente” nella speranza (spesso vana, purtroppo) di evitare il peggio (vale a dire il rogo), così il nuovo tossicomane di Fini verrà prima forzato a confessare il proprio stato di malattia e poi a pentirsi portando a termine “con sincerità” il “programma di recupero” (chimico, psicoterapeutico o di entrambi i tipi) nell’intento di evitare il peggio (cioè il carcere). 

La libertà di cura dovrebbe rappresentare, come asserisce giustamente Thomas Szasz, prof. di psichiatria all’Università di New York e membro dell’Associazione Europea di Psicoanalisi, uno dei principi cardine del liberalismo e di uno stato sociale avanzato: 

«I due principi cardini del credo liberale consistono nell’affermazione del diritto di padronanza sul proprio corpo e sulla propria mente e la proibizione delle misure violenti. La persona che compera e assume droga – come la persona che rifiuta di assumere una droga che uno psichiatra vuole farle assumere – sta esercitando quel diritto elementare sulla padronanza del proprio corpo e della propria mente.  La persona che compera droga non sta commettendo nessun atto di violenza. Ogni medico e ogni psichiatra che non ripudia esplicitamente queste nostre leggi sulla droga e partecipa al “trattamento” forzato dei “tossicomani” e dei “consumatori di droga” si rende colpevole di violazione dei diritti umani basilari riguardanti la libertà di uomini e donne»[2]

Invece, noi stiamo progressivamente assistendo a quello che non esiterei a chiamare una manipolazione degli individui da parte dello strapotere di un governo padrone dell’informazione. Lo psicanalista francese Jacques Alain Miller, uno dei più eminenti intellettuali a livello mondiale, ha coniato a tale proposito l’indovinata ma forte, allarmante  espressione “igienismo autoritario”[3].

La felicità in pastiglia portata avanti secondo una logica assoggettata alla tecnica chimica e terapeutica, che proibisce certe sostanze e ne prescrive altre in nome dell’efficienza e a vantaggio, si spera, del sistema… Tanto per fare un esempio, il Ritalin conta ben 2900 effetti collaterali ma è consigliato e somministrato ai bambini un po’ troppo agitati nelle scuole[4], per non parlare dell’effetto placebo dello Seroxat sui bambini depressi[5]. L’innocua marijuana invece è ora severamente proibita e il suo consumo viene punito con una pena che va da uno a sei anni di carcere (o il “recupero forzato” in comunità). 

Pian piano, assistiamo ad una preoccupante ingerenza dello Stato Terapeutico (come lo chiama Szasz) nelle vicende intime dei cittadini. Veramente non siamo distanti dai tetri scenari illustrati dai film di fantascienza alla Blade Runner dove i protagonisti si ritrovano a dovere combattere contro sistemi politici che tentano di governare, mediante il possesso dell’informazione e le tecnologie avanzate (chimiche e non), il loro destino. 

I migliori risultati nella lotta e nella prevenzione della tossicomania si hanno in paesi come l'Olanda che da molti anni ha capito che la non distinzione è nemica dell’intelligenza e ha effetti controproducenti. La legalizzazione in Olanda della cannabis ha fatto registrare infatti un calo dei consumi dal 1976 al 1989 dal 3% al 2% per i ragazzi di 15/16 anni, e dal 10% al 6% per i ragazzi di 17/18 anni[6].

Occorre avere il coraggio di dire a voce alta e chiara che questa legge è una vergogna e fa compiere un grande passo indietro al paese. Tale vergogna si accompagna purtroppo ad un’altra rammaricante constatazione: soltanto timide manifestazioni di protesta e per lo più compiuti da organismi minori  senza il sostegno dei grandi partiti politici del paese. Basta digitare “legge Fini” sui motori di ricerca in internet per rendersene conto. Oggi, sembra che nessun organo politico o di informazione importante si sogni di discutere animatamente su punti che non comportano o che vanno contro il vantaggio economico, anche solo immaginario, della gente. La maggioranza parla di soldi, l’opposizione si accontenta di rispondere con la stessa moneta! è la débacle dei valori già denunciati molti anni or sono persino da film leggeri soltanto all’apparenza come Il maestro di Vigevano di Elio Petri con un Alberto Sordi curiosamente drammatico. 

Questa legge Fini è vergognosa non perché l’uso di stupefacenti vada incitato o protetto, ma per le ragioni esposte più sopra e che sono di ordine etico e politico. 

Antoine Fratini


[1] Giancarlo Arnao, Cannabis, uso e abuso, Stampa alternativa, 1993

[2] Thomas Szasz, Prendere le leggi sulle droghe seriamente.

[3] Massimo Recalcati, “Strategie di controllo sulle vie della felicità”, in Il Manifesto 21/02/2004

[4] Claudio Ajmone, “Libertà e salute mentali”, in Babele N°23 2003

[5] Lo seroxat inefficace sui bambini, BBC news 02/03/2004

[6] Giancarlo Arnao, op.cit.

 


Gentile Dottor Fratini,
ho letto il suo intervento su La Stampa di venerdì 23 gennaio e per la prima volta, dopo tanto tempo, ho avuto la sensazione  di ascoltare finalmente una voce fuori dal coro: una voce che mette in evidenza le difficoltà in cui si dibatte la psicanalisi italiana da troppi decenni, complici, purtroppo, anche molti "psicanalisti" che per pusillanimità, per vigliaccheria, per poco rispetto dello statuto di psicanalisti e, quindi,  della propria formazione hanno ceduto alle lusinghe delle sirene istituzionali e operano con la copertura dell'Ordine degli psicologi nel più ossequioso rispetto  delle regole imposte dalla legge Ossicini...
Sono una psicanalista torinese, formata alla scuola di Lacan, transfuga da una operazione "stravagante" condotta dalla mia formatrice (Rosa Elena Manzetti), nel lontano 1980, sulla associazione da lei presieduta (Il Campo Freudiano, che venne sciolta dall'oggi al domani per seguire le orme di J. Lacan che, a Parigi, aveva sciolto l'Ecole). Come lei saprà dallo scioglimento da parte di Lacan dell'Ecole sono nate molte altre associazioni non solo a Parigi. Nel 1985 ho fondato a Torino l'Associazione Questione Psicanalitica che, da allora, contribuisce alla diffusione della psicanalisi e alla formazione di psicanalisti nella più tradizionale delle modalità proposte da Freud.
Ancora una volta, dopo il maggio '68, i francesi ci stanno dimostrando la loro capacità di reagire e di rivendicare una specificità fondamentale. Il decreto Accoyer sta muovendo le acque di uno stagno in cui la psicanalisi sembrava "tirare a campare", c'è voluto un decreto che rischiava di cancellare l'inconscio per rimettere gli psicanalisti al lavoro di elaborazione della propria professione e della propria collocazione nella società. Mi domando quanti psicanalisti italiani, in questi giorni "caldi" si sono collegati al Forum degli psy francesi, quanti hanno firmato la solidarietà....Per il momento letto solo il suo intervento e, ovviamente, ho avuto la curiosità di collegarmi al vostro sito, scoprendo che anche la vostra associazione sta rivendicando la libertà della psicanalisi e degli psicanalisti.
Sarei molto felice se potessimo trovare un momento di confronto e di dibattito. Con i membri di Questione Psicanalitica stiamo cercando delle modalità per allargare il confronto, per rendere nota la situazione della psicanalisi e domani sera, mercoledì 28 gennaio, nell'ambito della nostra riunione settimanale di formazione, discuteremo i documenti che man mano ci arrivano dalla Francia.
sto anche tentando di convincere un'amica giornalista, redattrice di una televisione privata torinese, a organizzare un incontro tra psy...  speriamo che l'argomento interessi...
Le segnalo il nostro sito: www.psicanalisi.net
Sperando di poter dialogare con lei e, perchè no?, di incontrarci, le porgo i miei più cordiali saluti.


Margherita Muratore Balaclava


Il Parlamento Europeo è chiamato a legiferare in maniera uniforme per i vari paesi dell'Unione sui requisiti accademici relativi all'esercizio della professione di psicologo e di psicoterapeuta. Nonostante la psicoanalisi venga abbondantemente insegnata nelle università europee, la formazione in quell'ambito è finora sempre passata attraverso un iter specifico di ricerca interiore e di gestione della propria emotività, l'analisi personale e/o didattica, estraneo alla formazione accademica.
L'intento dell'AEP è di pronunciarsi perché quella situazione possa mantenersi, onde evitare uno snaturamento della disciplina psicoanalitica e una sua assimilazione alla psicoterapia.
Pertanto, l'AEP ha ritenuto opportuno scrivere una Lettera al P.E. in difesa dello statuto scientifico della psicoanalisi e della sua libertà di esercizio in Europa.
Ogni eventuale sviluppo ulteriore della questione verrà pubblicato nell'apposito spazio del nostro sito.  

Salsomaggiore, 3 Aprile 2002

 
Antoine Fratini


Lettera al Parlamento Europeo
Al Presidente
Ai Parlamentari

Loro sedi

Oggetto: intervento in difesa della psicoanalisi europea libera

La psicoanalisi nasce un po’ più di cent’anni fa come metodo per indagare la psiche inconscia dei nevrotici e liberarla dai suoi conflitti. Ben presto essa si è emancipata dal suo iniziale campo specialistico, la psichiatria, per assumere sempre più le caratteristiche di una "scienza dell’inconscio" in grado di offrire nuovi strumenti concettuali per approfondire la conoscenza della natura umana e delle sue espressioni sia a livello individuale che sociale e culturale.
Artefice principale di tale emancipazione fu il padre fondatore stesso della psicoanalisi, Sigmund Freud. Secondo l’esplicita volontà di quest’ultimo, la psicoanalisi deve rimanere fedele al suo statuto di scienza e alla sua vocazione principale di migliorare la comprensione delle dinamiche inconsce che determinano i pensieri e i comportamenti umani incomprensibili razionalmente.
Un tale lavoro d’indagine è paragonabile a quello dell’investigatore che segue tracce sospette e scopre la trama di un giallo. E’ logico che una tale operazione possa suscitare forti resistenze negli analizzandi quando vengono avvicinati affetti e conflitti che essi vorrebbero continuare ad ignorare, anche pagando per questo il prezzo della nevrosi.
Queste resistenze possono rivestire varie forme come lo spostamento dell’attenzione dal significato dei sintomi alla loro cura. Queste spiegazioni potranno forse apparire un po’ tecniche, ma sono necessarie per capire la distinzione fondamentale esistente tra psicoterapia e psicoanalisi. Mentre la prima, in tutte le sue forme, è finalizzata all’intervento curativo sui sintomi, la seconda si focalizza invece sulla presa di coscienza dei loro significati; spetta poi agli analizzandi decidere se accettarne o meno le implicazioni morali.
L’analista ha l’unico compito professionale di offrire "analisi" ai suoi clienti, facendo loro da specchio veritiero e da interlocutore reso capace di ascoltare in virtù della sua formazione specifica. Questa consiste in una analisi personale che permette di accertarsi dell’esistenza dell’inconscio e di sperimentarne gli effetti sulla propria pelle. Si tratta di un tipo di formazione non accademico ma esperienziale che mira a rendere gli analisti in grado di conoscere e gestire al meglio le proprie reazioni emotive di fronte alle dinamiche inconsce sollevate dai loro analizzandi. Vediamo dunque che la psicoanalisi consiste semplicemente in una forma particolare di conversazione e di esperienza emotiva finalizzata alla conoscenza di sé.
Proprio in considerazione di questo motivo fondamentale, i membri dell’Associazione Europea di Psicoanalisi, anche in vista di un eventuale piano europeo di regolamentazione delle professioni di psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista, chiedono al Parlamento Europeo di considerare il loro intervento e di provvedere affinché la psicoanalisi continui ad essere distinta da altre discipline e rimanga libera di essere praticata da chiunque indipendentemente da titoli di studi e da regolamentazioni esterne agli accordi che intervengono tra analista e analizzando. 

Salsomaggiore, 3 Aprile 2002

Il Presidente,
Antoine Fratini


PARLEMENT EUROPEEN
Division du Courrier du Citoyen

3429
AS/rf

Monsieur le Président,

J'ai bien reçu votre courriel du 3 avril 2002, ayant pour objet  une  intervention en défense de la psychanalyse européenne libre.
Si, depuis plus de quarante ans, le Conseil a adopté un nombre considérable de directives destinées à faciliter l'exercice effectif de la liberté de prestations de services, ceci s'est accompagné d'une exigence en matière de qualifications et de diplômes pour pouvoir accéder à certains emplois.

Le Parlement européen, étant appelé à se prononcer dans le cadre du processus législatif, je transmets votre requête à la commission juridique et des droits des citoyens.
Je vous prie d'agréer, Monsieur le Président, l'assurance de mes sentiments distingués.

Strasburgo, 16 Maggio 2002


Jean-Louis A. COUGNON
Chef de division
Courrier du Citoyen
Head of division
Correspondence with the citizen


Lettre au Parlement Européen
Monsieur le Président
Messieurs les Députés

Leur siège 

 

Objet: intégration de notre précedente intervention en défense de la psychanalyse européenne libre 

Dans le souci d’apporter tous les éclaircissements nécéssaires à votre projet de réglementation relatif à la pratique de la psychanalyse en Europe, nous voudrions adjoindre à notre précédente intervention l’intégration suivante concernant les critères fondamentaux que nous défendons dans notre Statut. 

  1. La psychanalyse jouit d’un statut scientifique dépassant largement le cadre thérapeutique. Curatifs sont les éffets éventuels d’une analyse conduite adéquatement, tandis que son but doit rester la connaissance de la personne, en particulier de ses processus inconscients et de leurs rapports avec la conscience.

  2. La psychanalyse consiste, dans sa définition plus étendue, en une forme particulière de conversation et d’expérience émotive visant la connaissance et la réalisation de soi.

  3. Pour d’evidentes raisons éthiques, n’importe quelle forme de conversation ne saurait être réglementée par des impositions extérieures, mais uniquement par un accord entre les personnes directement impliquées.

  4. Aucune institution ni corporation publique ou privée, donc, ne doit avoir de pouvoir politique sur la psychanalyse et sur les psychanalystes, lesquels, afin de pouvoir offrir une confrontation vraiment ouverte et authentique avec leurs analysants, doivent rester libres dans l’orientation de leurs propres pensées, intérêts et actions.

  5. L’inconscient, object d’étude de la psychanalyse, ne saurait se limiter à une conception donnée, mais doit intégrer toutes les conceptions ayant obtenu une reconnaissance de la part de la comunauté scientifique. Ce principe est particulièrement important afin de garantir à la psychanalyse cette ouverture et cette marge d’évolution sans lesquelles toute science serait destinée à périr.

  6. Le meilleur et le plus sûr moyen d’apprendre la psychanalyse reste, à notre avis, l’analyse personnelle approfondie. Néanmoins, celle-ci ne saurait prétendre d’être le seul moyen d’obtenir une certaine connaissance de la nature humaine et de l’inconscient (l’on comprend pourtant mal pourquoi un aspirant analyste voudrait se former en dehors de l’analyse). Certains grands psychanalystes n’ont pas bénéficié d’une analyse, même si à un certain moment ils auraient pu le faire, mais tous ont souligné l’importance de l’analyse personnelle dans la formation de l’analyste.

Ces critères ont, à notre avis, valeur transculturelle, c’est à dire qu’ils restent valables pour n’importe quelle école de pensée ou orientation voulant se définir psychanalytique. 

Le Président en charge,
Antoine Fratini


PARLEMENT EUROPEEN
Division du Courrier du Citoyen

5378
AS/rf

04/06/2003

Monsieur le Président,

Le parlement europèen a bien reçu votre nouvelle letre du 3 avril 2003 par laquelle vous adjoigniez la partie concernent les critères fondamentaux visant à faire la distinction entre psychanalyse et psychothérapie, mentionnés dans les documents fournis. Vous annexez également deux articles pertinents.

Je puis vous informer que j’ai transmis votre documentation à la commission juridique et des droits des citoyens.

Par ailleurs, je vous suggère de prendre contact avec la Commission européenne et sa direction générale du Marché intérieur en consultant le site suivant:

http://europa.eu.int/comm/dgs/internal_market/index_fr.htm

Je vous prie d’agrèer, Monsieur le président, l’expression de mes sentiments distingués.

 Jean-Louis COUGNON
Chef de division


Cari amici. Sono contento che almeno una associazione si impegni a far chiarezza, in Italia, sulle   condizioni per svolgere la professione psicoanalitica. Sebbene io avverta sempre qualche perplessità circa una rappresentazione sociale che identifica psicoanalisi e psicoterapia, tuttavia il modello prevalente sente più il bisogno di associarlo ad una pratica terapeutica che ad una forma di pratica filosofica (intendendo per filosofico l'approccio classico) . Mi piacerebbe conoscere meglio le posizioni circa questo punto essenziale, sul fallimento della psicoanalisi come prassi filosofica. Forse solo in questo modo potremmo recuperare i germi del discorso freudiano, fuori da ogni pretesa scolastica e corporativa - oltre che ortopedica- dell'intervento psicoanalitico come intervento esclusivamente terapeutico.
Un saluto e buon lavoro.

9 settembre 2002

Maurizio Daggiano


Caro Dottor Fratini,

La ringrazio vivamente per la lotta da Lei vigorosamente intrapresa in difesa della libertà della psicanalisi da qualsiasi vincolo statale, nel preciso intento, credo, di riservare in tal modo la formazione del futuro analista esclusivamente alla sua analisi personale.
Vorrei solo aggiungere che, altresì, deve ritenersi fortemente discutibile la pretesa delle varie Società (vedi SPI, AIPA, ecc.) di esser considerate le esclusive detentrici di tali capacità formative, perché le suddette Società verrebbero a configurarsi, in tal caso, come portatrici di un potere uguale a quello dello Stato. Un potere fra l'altro la cui legittimità in questa materia hanno negato con risolutezza quando hanno rifiutato che la formazione in psicanalisi fosse inclusa nella Legge 56/89.
Mi consenta di ricordare a questo proposito le antiche prese di posizione di Silvia Montefoschi contro tali Società negli anni 70, che sicuramente Lei conoscerà. Mi vengono in mente, in particolare, le parole con cui Montefoschi si espresse, parole che credo siano una delle migliori introduzioni a quello che dovrebbe essere il maturo rapporto fra il futuro analista e quell'Altro da sé che mai dovrebbe pretendere di autorizzarlo, ma semplicemente di analizzarlo e basta, senza altri fini, men che meno quello di dargli il suo placet. Altrimenti si fanno delle analisi finte.

Montefoschi non aveva dubbi. Lo psicoanalista dovrebbe essere lo strumento liberatorio del paziente; liberatorio soprattutto dal proprio atteggiamento passivo-dipendente e dunque il processo che lo forma dovrebbe innanzitutto liberarlo. E invece, afferma Montefoschi: "La formazione degli analisti è però istituzionalizzata in seno ad Associazioni che [si] sono abilitate ad ufficializzare analisti, per tacito assenso delle strutture sociali e politiche attuali che assumono il valore di altrettante corporazioni che difendono l'interesse economico e di ruolo degli analisti stessi; inevitabilmente esse si strutturano sulla base di rapporti gerarchici e di potere, i quali si pongono necessariamente come fondamento della scuola di formazione".
Ma in questo caso il ruolo giudicante è ineliminabile dal rapporto analitico. Infatti prosegue Montefoschi: "Ciò ostacola l'allievo nello sforzo di trovare in sé la capacità e la legittimità di giudicare se stesso sulle proprie attitudini e sul grado di maturità raggiunto; gli rende cioè estremamente difficile recuperare a sé il potere decisionale demandato all'analista ... un analista che non abbia recuperato a sé la capacità e il diritto di giudicarsi e orientarsi, secondo le proprie linee operative e creative, non potrà mai essere, per il paziente, il tramite a ritrovare in sé la capacità e il diritto di definirsi nell'esistenza come soggetto responsabile".
Ricordo anche quanto scriveva Sergio Erba nel numero 61 de Il Ruolo Terapeutico: "Bisogna sostituire il potere della capacità alla capacità del potere ... c'è un potere della forza, dell'appartenenza, della maggioranza, della gerarchia, del possesso; e c'è un potere inteso come capacità, come servizio ... il primo si esercita su altri, contro altri; il secondo non si concepisce se non a favore di altri, insieme con altri ... la scelta tra potere e capacità dev'essere preliminare ... la base di partenza è un autoriconoscimento, un'autolegittimazione; nessuno ci può sostituire su questo punto". Ricordo altresì come Erba non abbia mai voluto, coerentemente, che la sua Scuola si trasformasse in una Scuola autorizzante. Rammento in particolare con quale profondo senso di certezza, a me che, in giorni ormai lontani, gli proponevo di sfruttare l'articolo 34 della legge 56/89, lui rispondeva: "Lo sai, noi siamo diversi; abbiamo sempre sostenuto certe idee e creduto in loro: non pensi che dobbiamo restar loro fedeli anche in tempi avversi?". Ovviamente condividevo, anche se per un attimo avevo dimenticato che quella copertura istituzionale ci avrebbe inquinato.
E Sommaruga, nello stesso numero, pronunciandosi contro l'analisi di Stato, arrivava a dire: "Non voglio negare l'utilità, anzi la necessità per il terapeuta di un'analisi personale, ma essa va fatta allorché ne sente il desiderio, fuori da ogni obbligo ed ogni legame coi corsi di formazione, uscendo dalla spirale perversa dell'analisi didattica".
Nella Scuola quadriennale di formazione de Il Ruolo Terapeutico, questa posizione di Sommaruga è così fortemente accettata che non viene richiesta nessuna analisi personale all'allievo, convinti che un'eventuale, e certamente utile, esperienza analitica individuale debba esser lasciata alla discrezionalità e alla responsabilità del singolo. È assolutamente rilevante constatare quali siano gli esiti di tale disposizione: la conseguenze sono che tutti gli allievi de Il Ruolo scelgono, di fatto, volontariamente di intraprendere lunghe analisi personali con chi credono, ma in tal caso senza il patema di esser "bocciati" dal proprio didatta e dunque liberi dalla tentazione di doverlo ingannare per mostrarsi "sani", degni e ortodossi. L'analisi personale è così assolutamente svincolata dal diventare o meno analisti e dall'exeat del maestro. L'analisi resta, così, veramente personale, a differenze di quelle "statali" o istituzionali. Alla fine di questo libero percorso il soggetto può sentirsi analista anche se, per seguire il suo daimon, ha deviato dalle modalità del suo didatta (che in questo caso non è più tale) e anche se non si è mostrato a lui grato e sottomesso. Infine a nessuno, in questa Scuola, è richiesto d'esser laureato, ma solo d'esser impegnato in relazioni d'aiuto.
Condivido naturalmente a pieno anche la posizione dell'Accademia di Ettore Perrella (lacaniana) che viene così espressa: "La Sezione di psicanalisi organizza l'insegnamento della psicanalisi in sintonia con lo spirito generale dell'Accademia platonica delle Arti. La formazione psicanalitica, dunque, non vuole essere altro che una particolare modalità della formazione individuale. Tutti i partecipanti alle attività della Sezione sono tenuti a considerarsi in formazione, dato che nessuno è formatore, se non nella misura in cui è anch'egli in formazione. La Sezione di psicanalisi, pertanto, è animata da un principio d'uguaglianza di gradus: infatti, anche se il Gruppo organizzativo assegna - e perciò riconosce - delle funzioni specifiche, ... come quella d'insegnante dei corsi, tutte le attività sono animate dal principio che la gerarchia non è istituzionalizzabile ... La Sezione non rilascia alcun titolo abilitante all'esercizio professionale, poiché, come stabilito da Jacques Lacan, la trasmissione della psicanalisi non può avvenire secondo le modalità dell'insegnamento universitario".
Caro Dottore, ora La lascio perché ho veramente abusato anche troppo. Non prima tuttavia di aver augurato la miglior fortuna alla Sua lotta. Che poi è anche la nostra.
Vivissime cordialità.

Parma, 3 Luglio 2002

Luciano Rossi


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