Fidenza PsicoFestival
Psicoanalisi e dintorni
 


II Edizione / Maggio 2006

Conferenze

Una magnifica umanità miserabile

 Parte Prima: VEDERE 

Concetti e Autori di Riferimento

Trattando della televisione si rischia di dire cose già dette, e in forma autorevole, da altri. Per questo prendo atto delle analisi di esperti, critici e giornalisti che si trovano nel sito internet della AEP, in gran parte chiaramente riassunte da Angelo Conforti in “Reale e virtuale. Piccolo contributo ad una psicoanalisi della televisione”. Spero che tutti le abbiate lette.

Ma l’intento della mia analisi è di comprendere e di far comprendere ciò che sta accadendo sotto il profilo antropologico e psichico.

 "La realtà sorge nello spettacolo, lo spettacolo è reale. Questa alienazione reciproca è l’essenza della società" (Guy Débord, La società dello spettacolo, 1967).

"La diretta, live, sostituisce la vita, life" (Paul Virilio,  2005)

"Se si volesse esporre questa problematica nei termini dello psicoanalista francese Jacques Lacan, si potrebbe dire che il rigetto del simbolico implicito nella reality tv non avrebbe portato al reale, ma al dilagare dell’immaginario, cioè di quella dimensione caratterizzata dall’inganno e dal narcisismo" (Mario Perniola, 2005)

Da: Angelo Conforti, "Reale e Virtuale" (Luglio 2005)

Débord descrive con lucidità… l’inarrestabile tendenza che spinge anche le più elementari e primarie esigenze della vita umana a conformarsi all’ambiente, alla moda, al costume, a divenire pura apparenza, priva di sostanza intima e spirituale.

linguaggio cinematografico… forma di comunicazione capace di ottenere sul pubblico un notevole impatto emotivo, un potente effetto psicologico di immedesimazione nella realtà rappresentata.

Jean-Louis Baudry (1970), rifacendosi a Lacan, istituisce un’analogia tra Schermo e Specchio e ritiene che nel corso della proiezione cinematografica si possa realizzare un processo di identificazione tramite il quale lo spettatore vive “in prima persona” la vicenda del film, con tutte le emozioni che essa suscita. Posto di fronte allo “Schermo-Specchio”, egli riflette se stesso nelle vicende rappresentate e vi si identifica o immedesima, riconoscendo come proprie le emozioni suscitate dalla vicenda e ponendosi nell’inconscia predisposizione atta a scambiare per reale ciò che è fittizio, a “vivere” le emozioni e le situazioni di una vita virtuale.  

Film come finzione. T.V. qualcosa che sta accadendo in quel momento… la TV crea o simula una situazione di comunicazione reale con lo spettatore. Come ha rilevato Gualtiero Pironi (1981: 81) in televisione il soggetto delegato all’enunciazione “ci porta dentro alla scena”, …

“catturare il maggior numero possibile di spettatori per il tempo più lungo possibile” (Jensen, 1995) … notevole … potere di controllo del mezzo sullo spettatore: rovesciamento del rapporto tra reale e virtuale.

Ai telefilm, sceneggiati, telenovelas, soap operas, Eco aveva conferito la nobile definizione di “saga”: un’interminabile successione di puntate, che consentono agli spettatori di seguire “in diretta” gli sviluppi di una serie di vicende, intorno alle quali ruotano un discreto numero di personaggi tra loro legati da rapporti familiari, affettivi, d’affari, ecc… accadimenti di persone di propria conoscenza, quasi dei vicini di casa. Con questo tipo di prodotti siamo ad un passo dalla nascita del reality show vero e proprio. La finzione si presenta come realtà e chiede di essere scambiata per tale… la vita che deve assomigliare alla televisione e non viceversa.

Reality Tv … La mutazione della Tv da mezzo di presentazione della realtà a realtà essa stessa, più concreta, vera e desiderabile di ogni altra si è sviluppata con la mediazione di alcuni sottogeneri di cui ricordiamo i principali: attraverso l’Emotainment (programmi che mettono in scena le emozioni e i sentimenti più intimi della gente comune) e il Celebrity Show… per Galimberti (2005) ha come risultato l’omologazione totale al conformismo imperante, l’annullamento di ogni interiorità e autenticità individuali in nome del mito dell’adattamento sociale (che altro non può significare se non rinuncia ad essere se stessi). 

…lo spazio sempre più ampio riservato ai codici analogici è contemperato e dialetticamente controbilanciato dal tradizionale ricorso ai codici sequenziali, … solo un sistema scolastico altamente qualificato può garantire che si forniscano agli attuali e futuri telespettatori gli strumenti idonei per coltivare quella capacità critica, quella competence, che sola può metterli in grado di sfuggire ai modelli comportamentali di massa e sviluppare quel bisogno di autenticità,

Gli studi di Lull sottolineano che lo spettatore non può essere considerato solo un ricevente passivo, ma deve essere visto come una persona che si prefigge fini,…

…il senso della vita non consiste nell’apparire in Tv.

 Il Racconto come Via dell’Eroe

Per migliaia di anni non c’era la televisione. Però c’erano i racconti, leggende, novelle e fiabe.

Vladimir Propp in “Morfologia della Fiaba” ha comparato numerose novelle russe arrivando a riconoscere una struttura di fondo, cioè personaggi e avvenimenti tipici che ricorrono e sono analoghi per tutte, dietro ai nomi e alle situazioni formalmente diversi. I personaggi rilevanti, cioè tolti quelli accessori che sono solo comparse, sono otto e con funzioni tipiche: il protagonista e candidato Eroe; i suoi sostenitori quali il Mandante che gli affida l’incarico, il Donatore perché gli fa un dono prezioso (arma, anello o altro), l’Aiutante che lo segue e coadiuva; i suoi antagonisti come il Cattivo, spargitore di male, e il Falso eroe, che illegittimamente si prende i meriti; la Principessa che è ultimo risultato della ricerca e il Re che la legittima.

Badate bene: personaggi e struttura del racconto sono universali e li ritrovate in saghe e leggende dei popoli come pure in tantissimi film e sceneggiati televisivi, siano essi a carattere storico, militare, poliziesco, familiare o altro. Per aiutarvi pensate a qualcuno famoso come Robin Hood o Indiana Jones, “Mezzogiorno di fuoco” o “Per un pugno di dollari”, una commedia o un giallo. Senza dilungarmi inutilmente nei dettagli traccio la struttura tipica.

Quasi subito il protagonista compare sulla scena, presentato in forma simpatica e attraente in modo che lo spettatore si immedesima e volentieri lo segue. È giovane o comunque da maturare, in una situazione iniziale quieta, spesso familiare e confidenziale in una comunità accogliente, il tutto è tratteggiato come una tranquilla usualità. Quindi gli viene addosso la nuova situazione per la quale non è riconosciuto, non trova aiuto ne è valorizzato dal contesto sociale: spinto a abbandonare la situazione protettiva inizia la sua ricerca in una serie di vicende. La problematicità dei nuovi fatti, intuita fin dai primi segni, si approfondisce finché compare il cattivo come eroe negativo, e trova il culmine coi danni e le devastazioni portate dalle sue malefatte alla comunità. La quale chiede o ha bisogno dell’aiuto del soggetto, candidato eroe, che si trova ad affrontare l’anti-eroe con qualche successo seguito però da vicende sfavorevoli e anche drammatiche finché l’antagonismo culmina nella sfida, nel classico duello tra il buono e il cattivo. Le vicende preparatorie maturano la contrapposizione tra Bene e Male: per le azioni, l’aspetto fisico e il modo di porsi, esse tinteggiano e preparano il malvagio al ruolo di anti-eroe e insieme conducono il protagonista a coincidere col bene e lo dispongono all’eroismo. L’intera vicenda matura e culmina la sfida che definirà come vincitore il bene, la benignità del mondo.

L’intero racconto si caratterizza per la benevolenza nei confronti del protagonista, preso per mano e condotto nella vita. Lo toglie dal “grembo” sociale originario dov’era inesperto e ignavo, lo conduce al manifestarsi del male rivolto a lui e agli altri, quindi alla coscienza cosmica del Bene e del Male come somme proiezioni del piacere e del dolore. Cresciuto dal piccolo all’universale, da inetto a controllore, da ignavo alla somma coscienza della vita che è Bene e Male, passa all’azione e gestione perché il tutto, condensato nella sfida decisiva, volga al Bene. Per sua opera il Male è scacciato, torna la serenità, la comunità ne riconosce il valore, lo plaude, lo premia, gli è concessa la virtuosa bella principessa ovvero il diritto di riprodursi.

Ed è pure spettacolo perché il racconto si sviluppa sotto l’occhio della comunità. La quale a ogni fase muta atteggiamento nei confronti del protagonista: all’inizio protettiva, diventa presto indifferente se non ostile, quindi ne chiede l’aiuto e osserva il duello, infine accoglie e festeggia il vincitore. Solo rinato in eroe il soggetto riceve la stima di tutti: la storia ha perso il male, si è purificata, il popolo accoglie e glorifica l’eroe che così merita la bella e si sposa.

 

Supporto Psichico dello Spettacolo

Non possiamo spiegare certi aspetti dello spettacolo se non in chiave di psicologia culturale.

Lull “lo spettatore non può essere considerato solo un ricevente passivo, ma deve essere visto come una persona che si prefigge fini,…”. Dall’altra parte però, riferendosi a Jensen, lo spettacolo deve “catturare il maggior numero possibile di spettatori per il tempo più lungo possibile”. Dall’uno si cerca e dall’altro si propone comunque un prodotto che sia attraente e coinvolga emotivamente, almeno quanto più è possibile. Ma anche lo spettatore è portato dentro la scena (Pironi) e, da Baudry che si rifà a Lacan, vive “in prima persona” la vicenda del film, con tutte le emozioni che essa suscita. Posto di fronte allo “Schermo-Specchio”, egli riflette se stesso nelle vicende rappresentate e vi si identifica o immedesima, riconoscendo come proprie le emozioni suscitate dalla vicenda e ponendosi nell’inconscia predisposizione atta a scambiare per reale ciò che è fittizio, a “vivere” le emozioni e le situazioni di una vita virtuale.  

Dal punto di vista culturale, la comunità ha bisogno di proporre certi personaggi e racconti al soggetto, cercando quanto più di coinvolgerlo e motivarlo, fino a farlo identificare coi personaggi e storie: lo vuole suo. E per avere successo lo spettacolo deve adeguarsi alle esigenze dello spettatore. Che a sua volta prova il bisogno di un accrescimento psicologico mediante emozioni, sentimenti e valori, e personaggi come ideale identità dell’Io.

Questo bisogno del gruppo di proporre racconti a individui che provano il bisogno di riceverli per mentalmente parteciparvi è evidentemente funzionale alla comunità e al soggetto: l’una cerca un sostenitore, l’altro identità e ruolo sociale. L’una porge i racconti come proposte di identificazione, e il giovane ne ha bisogno per virtualmente viverle: sogna di essere l’eroe per realizzarsi al meglio e così gratificare se e gli altri. Dopo affronterà la vita fatta di vicende vere. E ormai adulto e partecipante attivo potrà a sua volta dare dei contributi tanto elevati e eccezionali da restare nella memoria comune come nuovo grande personaggio, col tempo anche semidio.  

Il ciclo virtuale del racconto comunica ma anche stimola, invoglia, affascina, incanta, attrae il giovane che volitivamente idealizza, si identifica, vive il mito. Così il ciclo culturale non solo viene memorizzato ma anche altamente valorizzato in ciclo psico-mentale, e potrà guidare l’uomo oltre le azioni usuali del mangiare e lavorare, verso gesta elevate e benevole, portatrici di bene e felicità per tutti. L’utilità sarà tale che il valore delle gesta e del suo produttore sarà riconosciuto da tutti per cui con tutti potrà utilmente integrarsi. L’essere pienamente uomo e donna e la loro unione riproduttiva non sono solo aspetti del piano biologico ma anche del sovrastante piano culturale che la comunità riconosce, approva e stimola; da ciò gli ammaestramenti, i riti di iniziazione e il matrimonio.

È evidente che l’apprendimento, fino alla identificazione, precede e produce le azioni, e il loro sommarsi come vita; che è osservata e memorizzata in nuovo apprendimento. Il racconto e la vita, il virtuale e il vissuto, sono paralleli e tendono a ottimizzarsi: sono propedeutici l’uno all’altro.

 Lo Spettatore Vuoto

Tutto ciò era.

Ora le dimensioni e la complessità della comunità sono enormi: la megasocietà ci inghiotte.

Tanto numerosi e intrecciati sono i rapporti stabiliti da ognuno e tanto si perdono nella globale organizzazione economica e istituzionale, al punto che ogni persona è ormai ingranaggio anonimo, senza altra speranza. Sappiamo di contare ben poco: quasi delle nullità. Nella piccola comunità tutti osservavano e ascoltavano ma anche, adulti, tutti decidevano e gestivano. Ogni racconto, con figure e ciclo di eventi, con immedesimazione eroica e sconfitta del male, era educazione del giovane che maturando doveva restare utile a sé e a tutti: perciò virtuale e reale, comunità e individuo, erano tra loro coadiuvanti e si integravano. Mentre oggi, in abbondanza di comunicazione, tutti osservano ma ognuno miseramente poco gestisce.

Se la democrazia rappresentativa ci da l’illusione di contare qualcosa nella gestione della cosa pubblica, per un potere diluito con milioni di altri. La comunicazione di massa usa il nostro bisogno di essere, il supporto psichico, ma lo soddisfa a suo modo: così ci viene veicolata e venduta la straripante produzione di film e telefilm, sceneggiati, telenovelas, appunto con struttura di “saga” come Umberto Eco ha riconosciuto. A noi, che della comunità mai saremo gestori mentre resteremo minime disperate rotelline. Per le quali virtuale e reale non si alternano o cooperano in costruttiva osmosi ma anzi, ed è alienazione del racconto, il virtuale nasconde il nostro reale, ci fa apparire diverse le cose, ci da il sogno, la droga, il piacere solo virtuale in cui affoga la vita. Lo straripante virtuale televisivo porta a dimenticare il nulla reale personale. A tal fine le telenovelas come vite sognate sono completate dal Celebrity Show di cantanti, attori, presentatori e bellezze che si sono realizzati e sono li a mito di ciò che il comune mortale non sarà mai.

Ma c’è anche il gradino più basso. La persona comune sente il vuoto di sé, intuisce la propria nullità, vede quella dei vicini di casa, sul lavoro, nei supermercati. E questa vuotezza, questa nullità personale ha piacere di rivederla in tivù. Ecco allora il “grande fratello” e sue imitazioni dove persone che non sanno di nulla in eventi di nulla sono davanti allo spettatore che così rimira la sua nullità; e davanti allo specchio televisivo potrà dire e pensare: “anche la mia nullità è davanti alle telecamere, alla gran platea di milioni simili a me”. Al Celebrity Show subentra l’Emotainment cioè i programmi che mettono in scena le emozioni e i sentimenti più intimi della gente: la parata delle star è surrogata dalla parata dell’uomo qualunque. Lo spettacolo delle nullità è messo in onda dalle tivù proprio per gratificare e così farsi vedere dalla vasta platea televisiva delle nullità: lo spettatore vuoto ha il suo specchio e si compiace della sua identità. Il narcisismo del nulla impera.

Volendo fare la psicoanalisi dello spettatore che segue le telenovelas e si commuove a vedere i sentimenti altrui messi in piazza, o è preso nelle vicende quotidiane di uno che può ben essere chiunque, come è ben descritto in Truman Show. Direi che dietro a sé non ha nulla, che non si sente affatto realizzato e da umano ingranaggio intuisce la sua nullità; non ha speranza di uscire dalla vita insipida e non potendo fare altrimenti si relega a guardare e identificarsi in persone mediocri, con ciò sperando che anche la sua mediocrità abbia valore. È vuoto e si contenta, conferma e rassicura se stesso vedendosi specchiato negli altri, nella tivù al centro dell’attenzione nazionale.

Se nel racconto strutturato e nel personaggio celebre, anche se banale, ognuno cerca qualcosa di più per se stesso, avendo ancora qualche desiderio o ambizione di essere qualcosa di più di ciò che è. Nel racconto non strutturato e casuale, alla “grande fratello”, e nella persona anonima con cui provvisoriamente condividere le lacrime, non c’è desiderio se non di essere casuale e anonimo; il suo piacere e sicurezza sono nel minimo conformismo: commescola il suo vuoto al vuoto di tutti.

 Oltre lo Specchio

Traggo alcune conclusioni sul tema Video Ergo Sum.

1. Mi sembra che l’interesse degli studiosi sia sorto in conseguenza dell’ampia diffusione e massificazione dei mezzi di comunicazione, prima il cinema, poi la televisione fino ai telefonini e internet, soprattutto osservandone il carattere travolgente fino alla alienazione. È accaduto come quando ci interessiamo al corpo per la comparsa di una malattia e non finché è sano; e come un buon medico abbiamo bisogno di conoscere il normale stato di salute e altrettanto bene i sintomi e cause della malattia per intervenire in modo adeguato e con buone probabilità di successo.

Perciò distinguiamo la componente normale da quella alienante.

2. Comunicare fa parte della società e c’è sempre stato: ne fa parte il normale aggiornamento su quanto accade, cioè giornalismo e documentari, ma di questo aspetto non mi interesso; ne fanno parte le storie, novelle, leggende e saghe di cui tutte le etnie hanno colorato le loro culture. Per cui, riferendomi a Débord, trovo non alienante ma normale e anzi utile alla comunità questo trasportare e mitizzare i fatti nello spettacolo e l’educativo scambievole ruolo tra reale e virtuale. È passaggio di nozioni e di identità da una mente all’altra come normale funzione della vita sociale.

3. Ma la trasmissione culturale era ben più sicura con un supporto psichico: non solo curiosità e imitazione ma, assai più coinvolgente, il bisogno di identità che motiva a cercare figure e racconti da vivere virtualmente, per cui con loro l’Io si misura fino a definire se stesso. A fronte il piacere degli adulti nel convincere e coinvolgere i giovani ai loro valori e certezze; perché i giovani sono la loro continuità fisica ma anche culturale, di valori e identità. L’osmosi mentale tra generazioni necessita di una osmosi psichica che la lunga socialità dei nostri antenati ha evidentemente trovato nella reciproca ricerca d’identità.

4. Però la comunicazione è oggi alienante. La sua egemonia, che era una volta dei genitori, nonni e altri adulti esperti, saggi e protettivi, è ora della tivù che accoglie e intrattiene raccontandoti del mondo e della vita. Però, per avere quanti più spettatori e share, deve cogliere ciò che vuoi e soddisfarti al meglio: deve capirti. Per questo dal racconto educativo è scesa al racconto banale, com’è la tua vita, e alle star o famosi sostituisce copie di te in persone qualunque, come qualunque è la tua vita. Dall’educazione alla vita mediante racconti e personaggi di valore che il soggetto poteva a sua volta diventare si è socialmente passati ai desideri come sogni irrealizzabili in una vita mediocre, usuale e certo senza eroi, fino ai personaggi banali, usuali come la gente. I programmi televisivi sono specchio della società attuale. Sostituite Truman con uno qualsiasi dei suoi spettatori e la vicenda non cambia; inserite nella tivù scadente un qualsiasi spettatore e lei non cambia.

L’egemonia della televisione scadente conferma l’alienazione delle persone. Ma anche pone la questione oltre il video, specchio di una umanità reale nella cui vita risiede la vera alienazione.

5. Per non restare a livello frammentario e empirico, per capirci di più occorre indagare la natura umana nella sua parte psichica di emozioni, sentimenti e personalità: necessita una più vera e profonda conoscenza dell’uomo. A tal fine indagare nell’origine della specie il formarsi della psiche genetica, poi le trasformazioni socioculturali perché proprio dalla civiltà sorgono i grandi vantaggi e i grandi problemi attuali. Ho percorso questa via trattando del rapporto tra psiche e società nella preistoria e nella storia: trovate tali analisi nel sito della AEP e spero che le leggiate. Brevemente li espongo per chiarire la condizione umana.

 Parte Seconda:   ESSERE

 Psiche e Società nella Preistoria

Cosa è l’uomo, naturalmente sotto il profilo della psiche e personalità?

E’ frutto di un lungo processo evolutivo che attraversa stadi di solitudine territoriale e poi di socialità gerarchica ma ha il suo culmine genetico in un gruppo comunitario, di tipo “faccia a faccia”, nel quale i singoli convivono a lungo, si conoscono e possono ben stabilire durevoli relazioni di stima e fiducia, quindi amicizia, affetto e solidarietà. Questa la condizione delle tribù di cacciatori-raccoglitori e poi di agricoltori e allevatori.

È falsa l’idea che gli umani, originariamente asociali, abbiano abbandonato lo stato selvaggio per mettersi insieme. La socializzazione non fu ne semplice, ne rapida, ne razionale ma un lento processo forgiò l’uomo come animale sociale.

Solitari sono quasi tutti i vertebrati ma i mammiferi mostrano il legame tra madre e prole: dopo la nascita la madre nutre, protegge, gioca con la prole; dopo tale fase molte specie restano solitarie ma altre hanno dato stabili gruppi con sempre più individui. Si passa da specie solitarie a specie con legame tra maschio e femmina, cioè famiglie con prole come nello sciacallo, coyote, gibbone e altri; quindi il maschio adulto lega a sé più femmine a dare i gruppi poligami come il gorilla, cavallo e altri. Infine il legame tra i maschi adulti porta a grippi eterosessuali o sociali di più maschi adulti e subadulti, femmine e cuccioli, come nel lupo, iena, macaco e scimpanzé.

La competizione rimane sempre. Nelle specie solitarie è repulsione reciproca per cui ognuno occupa un territorio cioè una parte dell’ambiente con le risorse per vivere e dal quale scaccia gli altri. Più individui insieme traggono vantaggi di difesa o caccia, ma ognuno lotta contro l’altro finché si stabilisce la gerarchia, serie di rapporti di dominio/sottomissione, dove il primo o animale alfa è capo del branco, decide i movimenti e manifesta i suoi privilegi nell’accesso al cibo e alle femmine. Ovvero vive e si riproduce meglio degli altri.

E poiché anche la nostra psiche, come ogni organo del corpo, è frutto del nostro passato, sostando in stadi solitari, gerarchici e comunitari comparvero motivazioni durevoli adeguate e coerenti a quei tipi di vita sociale. I sentimenti di ognuno e tutta l’umanità: tendenze individualiste e solitarie o al dominio/sottomissione, cioè sado/mascochiste, ma pure i sentimenti comunitari, sono apparsi e consolidati per variabilità e selezione durante la genesi della specie.

Stanno scritti nel nostro DNA. Ma come e quando si esprimono?

 

Sviluppo dell’Individuo

La storia genetica che ha forgiato pulsioni e sentimenti viene ripercorsa dallo sviluppo del bambino. Che, dopo la fase neonatale, al secondo anno di età, ha tendenze solitarie come autonomia motoria e esplorazione dell’ambiente, mentre dopo il terzo anno scopre gli altri come soggetti: la profonda interazione della fase edipica che segue si caratterizza come conflitto, gerarchia e ricerca di identità. Gerarchia perché il genitore, in quanto adulto, è indipendente nel gestire la realtà e pure il mondo del bambino: poco o molto decide per lui, lo controlla e comanda. Se il genitore non si mostra come figura adulta, piena e forte, in grado di gestire la vita, e se un poco non impone se stesso, le sue idee e scelte, pure non propone quella immagine adulta che il figlio vuole. Esso non è un animale solitario che tutto sa da solo ma ha anzi bisogno dell’adulto, del modello cui stare vicino, che osserva e imita per essere come lui. La ricerca e raggiungimento della identità è doppio processo interno e esterno: se il soggetto non vive interiormente i genitori e i rapporti con loro non riflette e non capisce l’altro e se stesso, non ispessisce la proprio immagine sociale, e non porterà a maturazione quei sentimenti di adulto da osservare nel padre e madre. Perciò resterà solitario, individualista, egoista e incapace di capire il prossimo. Viceversa l’eccessivo intervento del genitore lo soffoca, gli impone un universo gerarchico, sadico, fatto di rapporti da superiore a inferiore, per cui fisserà un’identità gerarchica e la personalità autoritaria. Da adulto amerà dominare, controllare gli altri e farli soffrire, oppure sottoporsi a chi ha autorità, al potere e dominio di altri.

Solo la famiglia matura e unita: donna e uomo dai sentimenti di amore, sincerità, lealtà, cooperazione e solidarietà. Solo la coppia d’amore dove ognuno è se stesso e lo è con l’altro, uomo con donna, mascolinità con femminilità, vivendo bene l’amore insieme fino, con naturalità, a traboccarlo su un figlio: frutto della passione, della speranza, del divenire. Sulla biologia del corpo differenziato in maschile e femminile come due fisiologie complementari, che nelle età della vita cambiano con continuità caratteristiche però sempre nel fine di passare il DNA. Cresce la psicologia del soggetto che si differenzia nelle due figure della donna e uomo, che nelle età della vita mutano con coerenza: la donna è bambina, ragazza, femminile e madre, l’uomo è bambino, ragazzo, maschile e padre. Perché è il saper essere uomo e donna, e all’età adeguata padre e madre, ciò che chiede un figlio e ciò gli occorre per bene crescere nei sentimenti e identità. Per concepire un figlio basta copulare, un atto sessuale anche freddo, distratto, senza amore, basta perché lo spermatozoo raggiunga l’ovulo e poi la donna partorisca. Per crescerlo non basta dargli il cognome, gli alimenti, casa, giochi e soldi anche in eccesso; questi compensano solo la cattiva coscienza.

Per trarre dal neonato una persona piena occorre amore.

Sulla biologia corporea si erge l’enorme e mai trascurabile edificio della psicologia.

Se volete dei buoni figli amateli. Oltre al corpo ben nutrito e vestito, pensate alla loro psiche. Considerate la loro neonata umanità come cosa che richiede a lungo dei genitori non formali ma che amano, accudiscono, abbracciano, proteggono, parlano e comprendono. I figli bisognano di adulti maturi e pieni e non di bambocci, di apparenze. Anche quando nell’Edipo e nella giovinezza il figlio si pone in antagonismo ai genitori perché sta cercando la sua individualità, la sua identità, egli sa che ha una famiglia come rifugio protettivo, sicuro e confortevole.

Osservando gli umani si ricava che la vita familiare è interazione strutturata per via genetica e richiede, aldilà del sostentamento materiale, la basilare componente psicologica non uguale ma differenziata: ognuno ha il suo ruolo, di padre, madre, figlio, figlia. Rompete, trascurate, deviate dalla sua naturalità e avrete figli solitari fino all’autismo, individualisti e egoisti, oppure sado-mascochisti cioè votati al dominio o alla sottomissione fino al più svuotante servilismo.

 Psiche e Società nella Storia

L’individuo è nella famiglia, la famiglia nella società, la società è nella storia.

Ma cosa è la storia?

E’ grandioso stravolgimento dei rapporti umani reso possibile dalla plasmabilità della cultura. Ha inizio con la rivoluzione urbana che causa una inarrestabile massificazione in quanto le nuove attività del commercio e artigianato, più tardi dell’industria, trovano utile concentrarsi, costipando grandi masse umane, là dove, per geografia o risorse, possono essere meglio svolte. Nascono e crescono le città il cui affollamento impedisce l’esistenza della comunità del tipo “faccia a faccia”; sono anzi anonime e impongono due condizionamenti.

1) La necessità delle masse di venire organizzate. Da cui il formarsi di istituzioni superiori quali lo stato, esercito, chiesa, partiti, sindacati e altre, dai cui vertici emana il potere che nella gerarchia piramidale scende e si esercita sulla base, rispettivamente i cittadini, soldati, credenti, militanti, aderenti. Ma il funzionamento è affine e può ben usare quei sentimenti e gesti di dominio e sottomissione presenti nella psiche e che riportano la personalità alle gerarchie note negli animali. Per cui le azioni e i sentimenti, valori, ideologia e giustificazioni del rango, in legittima autorità o in esasperato autoritarismo, sono favoriti e premiati perché confacenti e utili alle gerarchie istituzionali.

2) La necessità imposta ai singoli di provvedere da soli ai propri bisogni. Nella massa anonima, senza conoscere e potersi fidare dell’altro, il singolo può solo basarsi su se stesso e su ciò che possiede, derivandone la valorizzazione e l’incremento della proprietà privata. L’economie di tipo commerciale, artigianale e poi industriale, ben più del pastore o agricoltore, si prestano per l’incremento della proprietà per cui sono state abbondantemente premiate a loro volta valorizzando tutte quelle azioni e sentimenti che le favorivano. La struttura economica commerciale, compresa quella odierna, viene dall’interazione integrativa di tante imprese che, sostenute dall’interesse dei loro partecipanti, cioè impiegati, direttori, azionisti, eccetera, agiscono ognuna nel proprio lavoro però scambiando prodotti fino allo smercio sul mercato. Per cui sono nati tratti culturali come l’imperativo di vendere, la legge di mercato, libertà e tolleranza, gli affari sono affari, i soldi non hanno odore, e altre regole adeguate per incentivarla. Ma sotto le belle idee e ragionamenti utilizza azioni e sentimenti non diversi da quelli dell’animale solitario territoriale.

Dalle prime città-stato all’attuale organizzazione mondiale, che coinvolge l’intera specie, la storia è costellata di società di massa o civiltà che oscillato tra i due estremi delle società a base commerciale, da Creta alla Grecia a Cartagine e Roma alle città e stati europei dell’evo moderno, e delle società a base istituzionale, statali e/o teocratiche, dall’Egitto e Persia antiche al feudalesimo alle recenti dittature e stati integralisti. Dopo il salutare naufragio dei nefasti regimi del nazismo, fascismo e comunismo, nelle inutilmente variegate tinteggiature di stalinismo, troskismo, maoismo, castrismo, la storia ci ha consegnati alla società capitalistica affiancata dalla democrazia parlamentare.

 La Società delle Nullità e dell’Immagine

È una egemonia a suo modo dura. Il potere dei partiti ha fatto proliferare istituzioni e enti che aumentano i servizi ma anche leggi e norme, tasse, canoni e gabelle cui il singolo deve sottostare: il cittadino ha sempre meno potere e sempre più è asservito a regole e tasse dei vari enti; sempre più ridotto a numero, a rotellina incastonata nella struttura formalmente democratica. Il commercio impone di produrre a basso costo e di vendere, ed è per far comprare che siamo bombardati dalla pubblicità e certi prodotti della tecnologia, di per se utili, come la televisione, il telefonino, i giochi e internet arrivano a dominarci. Una caterva di prodotti e di pubblicità che promuove l’acquisto da parte della massa ormai assuefatta e indolente, che sonnambula insegue bisogni primari o indotti nei corridoi dei supermercati, luccicanti e anonimi come l’intera esistenza. E la comunicazione, soprattutto televisiva, ha il ruolo primario di promuovere il mercato, di vendere comunque qualcosa, compreso il surrogato di socialità del farci illudere di stare in mezzo ai personaggi televisivi. Tale egemonia commerciale si riassume nel continuo bombardamento di segnali finalizzato a un solo scopo: vendere; per cui anche qui ci ritroviamo ridotti a rotellina sospinta dalla struttura economica.

In poche migliaia di anni siamo passati dalla tribù come comunità di cui ognuno era artefice, alla megasocietà dove la stragrande maggioranza di noi è nullità  Proprio il tangibile annullamento dell’individuo, del suo valore, azione e pensiero nel gestire la comunità, ridotto a numero, elemento soggettivamente trascurabile, cercato dal sistema solo perché si confaccia alle leggi e paghi le tasse, o si appiattisca alla televisione e compri i prodotti. Condizione alienante per ciò che naturalmente è. È vero che il singolo è motivato a essere autonomo e a ossequiare le regole del gruppo, ma non sarà sospinto alla solitudine o al dominio/sottomissione se una marcata comunità evita tali tendenze: essa dovrebbe evitare che il soggetto esasperi i relativi sentimenti. Ma l’odierna comunità è immensa e anonima per cui ognuno è solo sia come unità istituzionale che commerciale.

In particolare i valori della borghesia, che sono di per se positivi, si sono tanto esasperati da diventare negativi: la libertà è diventata libertinismo cioè fare come cacchio si vuole, l’autonomia è solitudine, l’individualità è individualismo, la proprietà è avarizia, la democrazia demagogia, alla produzione si privilegia il furto. Ciò si ripercuote su tutti i livelli della società: i vari enti e “servizi” sono terra di conquista e si creano uffici per i propri raccomandati, voto di scambio, corruzione. Ma anche a livello minimo: non esiste l’affidabilità, l’amicizia, l’onestà, le famiglie sono provvisorie, l’unione e i figli sono vissuti con grande superficialità. Tutto ciò che può rendere ognuno di noi coscienzioso e responsabile verso una comunità, dalla famiglia al comune allo stato, viene colpito e denigrato mentre l’opposto è premiato quindi favorito. L’irresponsabilità regna.

Che cosa può fare un individuo, soprattutto un giovane, un figlio, senza una famiglia che è per natura biologica fatta di padre e madre, che sono fonte di sicurezza, modelli di riferimento, portatori di valori, di sentimenti personali e sociali maturi e propri della natura umana. Cosa ne è di quello stato di maturità psichica verso cui siamo geneticamente predisposti, che il giovane in crescita dovrebbe trovare mentre nella solitudine moderna è abbandonato. Solitario nel bombardamento televisivo, drogato ai video-games, con rapporti solo formali con genitori cartoneschi, che lo riempiono di regali e soldi ma non danno a lui un modello, l’amicizia, l’amore. La libertà senza coscienza morale è libertinaggio, l’autonomia dell’abbandono è solitudine fino all’autismo.

Non vorrei apparisse un discorso reazionario. Nella nostra civiltà occidentale profondamente improntata alla libertà come massimo diritto della persona di decidere dei tanti passi della propria esistenza, il divorzio e l’aborto sono conquiste fondamentali. Sono possibilità ma nessuno vi costringe. Così come la televisione, l’auto, il telefonino, internet e le tante possibilità tecnologiche. Sono conquiste alla portata delle persone. Ma il grave problema è proprio questo: cosa è oggi la persona?

È soggetto autonomo, interiormente libero, cosciente e responsabile? Ha una morale, un sistema di valori per se e il prossimo, e quando sceglie davvero sceglie il bene? O è solo una marionetta, un falabracco, una nullità condizionata dai media o dalla propria volubilità nel passare da un matrimonio all’altro, o a copulare senza sapere ciò che fa, che indifferentemente può beccarsi l’AIDS o fare un figlio. Un figlio da fare e palleggiarsi come un oggetto. La libertà delle leggi e del mercato ci da tante possibilità ma troppe volte manca l’uomo, una persona piena e matura che bene le gestisce.

La Condizione Umana

Ogni ricerca nell’uomo è ricerca dei fattori della sua infelicità

E la morale non deve aver bisogno di profeti e di attaccarsi alle funi del cielo perché essa è nell’uomo, nella sua naturalità, biologia e umanità. I fattori della felicità sono nella sua naturalità, coincidono con lo sviluppo armonioso verso la genetica maturità, coincidono con la sua autenticità. I fattori d’infelicità sono le più o meno marcate alterazioni della naturale maturazione, che sorgono e vengono reiterate dalla complicata organizzazione della civiltà: fattori d’infelicità sono quindi la istituzionalizzazione e commercializzazione della persona, di ogni persona. Però la sconfitta del formalmente gaudente uomo moderno, la sua alienazione, è pure alimentata dalla non conoscenza della psiche e dei sentimenti che, oggi sepolti e dimenticati, per lo meno ci darebbero la coscienza di poter vivere meglio, ci indicherebbe come essere autentici cioè umani. Quasi nulla la moderna cultura e le tante università aiutano il tartassato uomo moderno.

Di noi dovremmo sapere. E il sapere diffondere in cultura che impregni i media e la scuola e ogni istituzione per arrivare alle famiglie e ai singoli. Dai fatti preistorici e storici venire la coscienza della nostra naturalità e delle sue alienazioni consentendo di, almeno in parte, bilanciare l’egemonia di istituzioni e commercio con l’egemonia dell’uomo, della sua umanità che è primariamente psichica.

Se ci sentiamo grandi stando al telefonino o in internet, potendo comunicare a migliaia di chilometri, e ogni distanza annulliamo nel guardare alla tivù quanto adesso accade dall’altra parte del globo. Compiaciuti apprezzando la magnificenza dell’ingegno, la bravura nel carpire le cose e assoggettarle alla nostra volontà: noi, segmenti della potenza della specie, orgogliosi della varia tecnologia usabile pigiando qualche pulsante. Dietro siamo miseri, scarni di umanità, poveri di veri rapporti; assuefatti alle apparenze, ai formalismi sociali, all’umanità piatta come lo schermo tivù.

Noi, bloccati a essere e a amare, frustrati nei sentimenti, annullati a vivere l’autenticità: a noi stessi alienati. Imbalsamati dentro una magnifica umanità miserabile.

Firenze, 18 Aprile 2006

Fidenza, Fidenza PsicoFestival, 27 maggio 2006

Roberto Bani



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