Fidenza PsicoFestival
Psicoanalisi e dintorni
 


II Edizione / Maggio 2006

Documentazione preparatoria


Reale e virtuale
Piccolo contributo ad una psicoanalisi della televisione

Forse il più antico contributo ad una psicoanalisi della televisione, decisamente ante litteram, lo possiamo trovare nel platonico “mito della caverna”. I prigionieri, costretti a guardare le ombre proiettate sul fondo della caverna, in cui sono incatenati, sono certi che quelle stesse ombre siano l’unica realtà che esiste e che gli echi provenienti dall’esterno siano i suoni reali. Essi assomigliano molto ai telespettatori, immobilizzati sui comodi divani dei loro salotti, incantati dalle immagini che scorrono sullo schermo del piccolo elettrodomestico che, ai nostri tempi, trasmette ininterrottamente le immagini del mondo esterno.

Circa venticinque secoli dopo, il filosofo francese Guy Débord individua i tratti caratteristici della “società dello spettacolo” e, con tratti davvero profetici, anticipa quel che ora molti percepiscono come quasi definitivamente accaduto: l’immagine della realtà ha preso il posto della realtà concreta. Débord descrive con lucidità il processo per cui tutto diviene merce e la merce spettacolo di se stessa, nonché l’inarrestabile tendenza che spinge anche le più elementari e primarie esigenze della vita umana a conformarsi all’ambiente, alla moda, al costume, a divenire pura apparenza, priva di sostanza intima e spirituale.

Proveremo ora a delineare alcune delle tappe del processo che, mediante la televisione, sostituisce il virtuale al reale, la copia all’originale. 

I. Gli studi semiotici sui linguaggi audiovisivi 

Negli stessi decenni in cui Débord pubblicava il suo penetrante saggio, gli sviluppi della semiotica stavano mettendo a punto degli strumenti concettuali molto adatti a studiare in modo estremamente proficuo i meccanismi di funzionamento dei linguaggi audiovisivi. L’attenzione si concentrò soprattutto, almeno inizialmente, sul linguaggio cinematografico e molti studiosi si impegnarono notevolmente nella comprensione del fenomeno, concentrando in particolare la loro attenzione sullo studio dei codici specifici che facevano del cinema una forma di comunicazione capace di ottenere sul pubblico un notevole impatto emotivo, un potente effetto psicologico di immedesimazione nella realtà rappresentata.

André Bazin (1962) ritenne che l’essenza ontologica dell’arte cinematografica consistesse propriamente nel riflesso fotografico dello spazio ed elaborò una vera e propria estetica del realismo, secondo la quale “l’immagine conta non per quello che aggiunge alla realtà ma per quello che della realtà rivela” (Michel Marie, 1978: 97-98).

Benché in seguito numerosi altri studiosi e teorici[1] abbiano messo in discussione tale apparente realismo della narrazione filmica (in quanto sarebbe il frutto “artificiale" di molti e complessi codici, in cui si articola la complessità della comunicazione audiovisiva, non di una presunta “somiglianza naturale” tra il mondo fisico e la sua rappresentazione iconica), bisogna comunque osservare che il fine di tali codici è precisamente quello di ottenere l’effetto di realismo di cui parlava Bazin. Pertanto, se è vero che, dal punto di vista semiotico, tali linguaggi sono fortemente costruiti e codificati, sotto il profilo pragmatico[2] l’immagine e il suono filmico funzionano presso la gran parte del pubblico che li consuma come “doppi” della realtà.

Sul finire degli anni ’60 e nei primi anni ’70, soprattutto grazie ad un gruppo di semiologi che facevano capo alla rivista specializzata Cinéthique, si sviluppò un approfondito dibattito sull’argomento, al quale parteciparono numerosi altri teorici francesi e italiani.
L’analisi accurata della cosiddetta “impressione di realtà" prodotta dal cinema condusse ad interessanti esiti.
Innanzitutto fu messa in rilievo la centralità del codice prospettico nella costruzione dell’immagine filmica che in tal modo riesce a riprodurre con una certa fedeltà la normale percezione visiva dell’occhio umano. A differenza di altri codici culturali di rappresentazione dello spazio (come quello adottato dai Greci, ad esempio, fondato sulla pluralità ed eterogeneità, anziché sull’unicità, dei punti di vista), quello prospettico rinascimentale, invece, struttura uno spazio centralizzato, omogeneo, armonico e organizzato a partire da un unico punto di vista fisso, che coincide con l’occhio di un soggetto ideale: l’occhio dello spettatore virtuale, colui per il quale tutta la scena è predisposta come un “doppio” del mondo reale, in cui riconoscersi.
In secondo luogo, fu sviluppata una sorta di psicoanalisi dello spettatore che, posto davanti allo schermo su cui scorrono le immagini, all’interno di una sala buia in cui riecheggiano i suoni, è indotto a scambiare per reale ciò che è soltanto illusorio, come accadeva ai prigionieri della caverna platonica.
L’immobilità cui è “costretto” lo spettatore, il fatto che il suo campo visivo sia pressoché completamente impegnato dallo schermo, e da quanto accade su di esso, sono condizioni che tendono a riprodurre un’esperienza profonda, archetipica e quasi inconscia. Si tratta della condizione psicologica che caratterizza un bambino il quale, nell’età tra i sei e i diciotto mesi circa, abbia raggiunto un elevato sviluppo delle capacità visive e non sia altrettanto dotato di capacità motorie. Jacques Lacan (1949) aveva parlato di fase psicologica dello “Specchio” come momento in cui il bambino, nel periodo suddetto, impara a riconoscere se stesso come un soggetto autonomo e, vedendo la propria immagine riflessa su superfici speculari, “identifica” se stesso e, distinguendosi rispetto al resto del mondo, inizia a costruire il proprio Io.
Jean-Louis Baudry (1970), rifacendosi a Lacan, istituisce un’analogia tra Schermo e Specchio e ritiene che nel corso della proiezione cinematografica si possa realizzare un processo di identificazione tramite il quale lo spettatore vive “in prima persona” la vicenda del film, con tutte le emozioni che essa suscita. Posto di fronte allo “Schermo-Specchio”, egli riflette se stesso nelle vicende rappresentate e vi si identifica o immedesima, riconoscendo come proprie le emozioni suscitate dalla vicenda e ponendosi nell’inconscia predisposizione atta a scambiare per reale ciò che è fittizio, a “vivere” le emozioni e le situazioni di una vita virtuale.  

II. Dall’era cinematografica a quella televisiva 

Gli sviluppi ulteriori di tali ricerche hanno fornito gli strumenti per allargare l’orizzonte di analisi anche al linguaggio televisivo che con quello cinematografico condivide numerosi elementi ma nei confronti del quale presenta anche alcune significative differenze.

Le analisi sull’argomento e sulle differenze specifiche della comunicazione televisiva rispetto a quella cinematografica hanno portato a conclusioni molto indicative per comprendere lo slittamento che si verifica col passaggio dall’era del cinema a quella della TV[3].

Per disporre di un modello interpretativo che ci aiuti a tracciare approssimativamente le trasformazioni avvenute nel differenziarsi progressivo tra i due linguaggi, possiamo fare riferimento allo schema seguente:

  1. Tecnologia:
  1. Semiotica:
  1. Psicologia / Sociologia / Economia:

 Nel costruire lo schema abbiamo tenuto conto del fatto che la tipologia di comunicazione predominante nel cinema è quella del film di finzione, benché nelle sale vengano proiettati anche documentari, spot pubblicitari o trailers e, soprattutto in passato, cinegiornali. Perciò, nel modello, le caratteristiche del linguaggio cinematografico sono soprattutto quelle prevalenti nei diversi generi della fiction.
Al contrario, la televisione sembra piuttosto caratterizzarsi per la molteplicità e l’eterogeneità delle tipologie di comunicazione che propone e allinea le une dopo le altre nel palinsesto e la prevalenza di certe tipologie su altre, quelle connesse alla realtà (varietà, intrattenimento, informazione, pubblicità, ecc.) essendo in maggioranza rispetto alla fiction (film, sceneggiati, telefilm), permette di individuare caratteristiche del linguaggio TV più naturalistiche o comunque più immediatamente realistiche.
Sotto questo profilo, ci sembra piuttosto indiscutibile che, se il cinema preferisce rappresentare, in Tv si trovino soprattutto presentazioni, di notizie, eventi, spettacoli, personaggi, libri, prodotti, merci.
Inoltre un film stabilisce sempre una distanza temporale con la realtà cui si riferisce, mentre nei programmi televisivi si ha sempre l’impressione di assistere a qualcosa che sta accadendo in quel momento sotto i nostri occhi, anche quando ciò non accade propriamente. È noto che le trasmissioni in diretta televisiva sono aumentate nel tempo e sono in numero sempre crescente, ma vi sono programmi che simulano la diretta anche se sono registrati. Il punto non sta nell’effettivo utilizzo della ripresa in tempo reale, quanto piuttosto nei codici utilizzati che, nella maggior parte dei casi, conservano la struttura “presentificante” di eventi reali (anche quando, paradossalmente, reali non sono; anzi, ne è persino nota la natura artefatta).
Se si prende in esame l’intero palinsesto giornaliero di un’emittente qualsiasi, annunciatrici, presentatori, conduttori, anchorman, inviati e corrispondenti di telegiornali, telecronisti, telepromotori, televenditori, “vallette” tutti s’indirizzano direttamente ad un ipotetico destinatario reale, guardando l’obiettivo della telecamera e comportandosi come se lo spettatore fosse presente
[4].
A differenza del cinema, che, attraverso l’identificazione e l’impressione di realtà strutturate a livello fantasmatico e onirico, coinvolge lo spettatore in una rappresentazione dichiaratamente fittizia, la TV crea o simula una situazione di comunicazione reale con lo spettatore. Come ha rilevato Gualtiero Pironi (1981: 81) in televisione il soggetto delegato all’enunciazione “ci porta dentro alla scena”, almeno tendenzialmente.

Per riassumere, possiamo dire che il passaggio dall’era cinematografica a quella televisiva è stato soprattutto un passaggio dallo spettacolo della realtà alla realtà come spettacolo.

III. L’analisi sociosemiotica della comunicazione televisiva 

L’analisi pragmatica delle modalità della comunicazione assume pertanto una rilevanza maggiore rispetto a quella strettamente semiotica: nella TV più che mai il medium diventa anche messaggio[5] e, come tale, si pone in una rete di relazioni sociosemiotiche, in cui quello che va indagato è il rapporto tra l’emittente reale dei messaggi, cioè la politica editoriale dell’emittente televisiva, e il destinatario reale, cioè il target di spettatori cui sono indirizzati i programmi[6].
L’importanza di questa impostazione era stata già intuita da Raymond Williams, che fin dal 1974 aveva messo a punto, riferendosi alla radiodiffusione, il concetto di flusso, così definendolo: “In tutti i sistemi sviluppati di radiodiffusione l’organizzazione caratteristica, e quindi l’esperienza caratteristica, è quella della sequenza o flusso. Questo fenomeno, di un flusso programmato, è quindi forse la caratteristica che definisce la radiodiffusione, allo stesso tempo, come tecnologia e come forma culturale. In tutti i sistemi di comunicazione prima della radiodiffusione gli elementi essenziali erano separati. Un libro o un saggio erano presi e letti come elementi particolari. Una riunione si teneva a una determinata ora e in un certo luogo. Una commedia era messa in scena in un dato teatro a una certa ora. La differenza nel caso della radiodiffusione è che non solo questi eventi, o eventi analoghi, sono accessibili stando a casa, semplicemente schiacciando un pulsante: è che il vero programma che viene offerto è una sequenza o un insieme di sequenze concorrenti di questi o di altri eventi simili, che sono resi disponibili in un’unica dimensione e in un unico atto” (Williams, 1974: 86-87).

È stato poi soprattutto Klaus Bruhn Jensen ad applicare all’emissione Tv il concetto di flusso, mostrando come le singole emittenti predispongano il cosiddetto flusso di canale, cioè una sequenza di programmi di vario tipo, comunicati pubblicitari, news e annunci strutturati in modo da poter “catturare il maggior numero possibile di spettatori per il tempo più lungo possibile” (Jensen, 1995, pag. 179). Si presuppone che una combinazione appropriata di segmenti possa trattenere gli spettatori che si trovano già all’interno del flusso, attirandone anche altri tra coloro che vagano tra le diverse frequenze. La strategia più utilizzata per ottenere questo risultato consiste nell’accrescere l’intensità narrativa (climax) del segmento prima di ogni intervallo pubblicitario.
Le verifiche empiriche pluridecennali condotte da Jensen sulla ricezione hanno in particolar modo messo in luce l’esistenza del cosiddetto super-flusso, cioè di uno stile caratteristico di ogni emittente che include anche i canali concorrenti, per effetto di un sistema di interazioni tipiche proprio del super-flusso.
Le sue conclusioni portano a constatare un notevole, per quanto non assoluto, potere di controllo del mezzo sullo spettatore: il super-flusso impone particolari condizioni di ricezione che non sono eliminate da un utilizzo anche elevato del telecomando. Bisogna considerare tra l’altro che, cambiando emittente, uno spettatore compie una scelta esclusivamente di tipo “negativo”, in quanto sa quello che lascia, senza sapere esattamente quello che trova: pertanto lo spettatore non controlla la particolare varietà del proprio flusso.
Jensen cita anche la tesi di un altro studioso, Nick Browne (1987) secondo il quale la strategia storica dei grandi network televisivi è quella di realizzare una sorta di comune denominatore, gradito alla maggior parte dei potenziali telespettatori nelle diverse fasce orarie, provocando l’auto-perpetuazione del super-flusso, in quanto gli spettatori stessi sono stati condizionati nel tempo ad aspettarsi determinati programmi caratterizzati da una certa omogeneità.  

IV. Gli sviluppi della comunicazione televisiva 

Questi studi ci offrono degli strumenti d’analisi molto accurati che ci permettono di comprendere la parabola di sviluppo della comunicazione audiovisiva che ha progressivamente sfumato i contorni della finzione per imboccare la strada di un vero e proprio rovesciamento del rapporto tra reale e virtuale. Esso, per quanto paradossale possa sembrare, è il vero progetto dell’attuale tendenza delle comunicazioni di massa a cui cooperano anche altri ipermedia, come la telefonia mobile e la rete internazionale telematica i cui sviluppi sempre più rapidi sono ancora in larga misura imprevedibili.

Cerchiamo ora di comprendere tale processo mettendo in luce le modalità attraverso le quali si è delineato nelle sue coordinate fondamentali.
Lo sviluppo più significativo è avvenuto nell’ambito di un settore importante della fiction televisiva. Il telefilm e il vecchio sceneggiato, che costituiscono insieme ai film notevoli elementi di eterogeneità dell’offerta televisiva, hanno infatti subito un progressivo slittamento dalla finzione alla realtà.
L’avvento delle telenovelas (che negli USA si chiamano soap operas, in riferimento alla loro natura commerciale) ha dato un impulso notevole alla mutazione genetica di quel tipo di fiction TV che dai codici tipicamente cinematografici, da cui aveva tratto le sue origini, si è gradualmente convertita a quelli più propriamente televisivi. La struttura seriale che caratterizzava i classici telefilm e la struttura a puntate dei tradizionali sceneggiati si sono in qualche modo fuse, generando un ibrido, cui Eco aveva conferito la nobile definizione di “saga”: un’interminabile successione di puntate, che consentono agli spettatori di seguire “in diretta” gli sviluppi di una serie di vicende, intorno alle quali ruotano un discreto numero di personaggi tra loro legati da rapporti familiari, affettivi, d’affari, ecc.
In questi prodotti i codici televisivi si sono inesorabilmente imposti a tutti i livelli: tecnologia (immagine elettronica, bassa definizione, piccolo schermo), semiotica (predominio degli effetti ottici), psico/sociologia (durata prolungata e ciclica della fruizione, visione familiare o privata).
La quotidianità e la familiarità che si instaurano tra personaggi e spettatori accentuano ulteriormente il processo che conduce a sfumare sempre più i contorni della finzione rispetto a quelli della realtà. Alcune ricerche empiriche dimostrano che le vicende dei personaggi di questo tipo di prodotto vengono vissute dagli spettatori come se fossero accadimenti di persone di propria conoscenza, quasi dei vicini di casa.
[7]
Con questo tipo di prodotti siamo ad un passo dalla nascita del reality show vero e proprio. La finzione si presenta come realtà e chiede di essere scambiata per tale. Lo spettatore non è più coinvolto in un’esperienza onirica, che può contribuire ad arricchire la percezione del mondo concreto e fornire ulteriori chiavi di lettura dell’esperienza quotidiana. Si trova, piuttosto, chiamato a vivere un’esperienza sostitutiva del quotidiano e a scambiare per realtà concreta ciò che è totalmente fittizio. “Portato dentro alla scena”, il telespettatore è indotto a credere di farne parte e progressivamente si convince che la  televisione sia la vera realtà. Ovviamente, questo tipo di “uomo nuovo”, che scambia per reale ciò che è soltanto virtuale, può arrivare a percepire la propria esperienza quotidiana come una sorta di “incubo” angoscioso e frustrante, cui occorre sottrarsi al più presto: è la vita che deve assomigliare alla televisione e non viceversa. Se la televisione che imita la realtà diviene più reale della vita stessa, allora gli esseri viventi, per sentirsi davvero tali, dovranno divenire protagonisti della TV: entrare a far parte del mondo dello spettacolo televisivo è il sogno di tutti i giovani che, per ritrovare un’identità autentica, per sentirsi vivi, per sfuggire allo stress della quotidianità inadeguata e mediocre
[8], ambiscono al ruolo di cantanti, ballerini, veline, modelle, ecc.
Il meccanismo psicologico già descritto da Ludwig A. Feuerbach per quanto riguarda l’alienazione religiosa, cioè la proiezione delle caratteristiche umane nell’immagine ideale e infinitizzata di un Dio creato dall’uomo stesso, la ritroviamo nelle dinamiche psichiche che generano la televisione come realtà più vera del vero, realtà divinizzata, da imitare, da venerare, da trasformare in oggetto di culto. La televisione è la nuova religione dei nostri tempi e nel suo Olimpo abitano i nuovi dèi ai quali tutto si sacrifica
[9].

V. Televisione oggi, ovvero Reality TV 

Al termine attuale di tale processo di sviluppo, quando ormai tutti i programmi virano verso il reality[10], televisione e Reality Tv sono ormai quasi la medesima cosa.  La mutazione della Tv da mezzo di presentazione della realtà a realtà essa stessa, più concreta, vera e desiderabile di ogni altra si è sviluppata con la mediazione di alcuni sottogeneri di cui ricordiamo i principali: attraverso l’Emotainment (programmi che mettono in scena le emozioni e i sentimenti più intimi della gente comune) e il Celebrity Show (in cui personaggi famosi vengono coinvolti in competizioni, quiz, o situazioni di vita quotidiana, e accettano di mettere in scena la loro privata, scoprendo i loro aspetti più comuni) si arriva a quel supergenere in cui tutto si mescola e la realtà si trasferisce definitivamente nello studio televisivo, dietro alle telecamere.
In televisione si discutono i propri problemi personali e familiari, si risolvono controversie giuridiche, si definiscono i parametri della bellezza maschile e femminile, si stabiliscono i canoni della salute e della dietetica, in televisione ci si innamora, ci si sposa e ci si separa, ci si ritrova e ci si rappacifica, la televisione è la nuova piazza della politica (vi si svolgono i comizi che una volta riempivano le piazze dei paesi, i dibattiti tra maggioranza e opposizione, si affrontano e si continuano a non risolvere i problemi del Paese).
Questa Tv della trasparenza assoluta, come con acutezza ha osservato anche recentemente Umberto Galimberti (2005), ha come risultato l’omologazione totale al conformismo imperante, l’annullamento di ogni interiorità e autenticità individuali in nome del mito dell’adattamento sociale (che altro non può significare se non rinuncia ad essere se stessi). 

VI. Per una "psicoanalisi" dello spettatore televisivo 

In questo panorama tutt’altro che tranquillizzante, in quanto lascia intravedere, osserva ancora Galimberti, pericolose derive autoritarie, l’unica possibile via d’uscita è ancora l’antico oracolo delfico che indicava il “Conosci te stesso” come la via della salute dell’anima, quel motto che ha fatto proprio la psicoanalisi, come indagine nel proprio profondo, come ricerca dell’autenticità, del riconoscimento di sé.
L’analisi che abbiamo fatto riguarda, ovviamente, un potenziale e teorico telespettatore medio, ma per fortuna, come abbiamo già osservato, sulla scorta di studi come quelli di Bettetini (1984) e di James Lull (1990)
[11], su questo terreno si manifestano sensibili differenze di ruolo interlocutivo dello spettatore, sulla base della più o meno ampia “enciclopedia” di riferimento, rispetto ai messaggi trasmessi[12].

Ma solo un adeguato investimento sulle strategie di formazione, che garantisca il potenziamento dell’enciclopedia di riferimento del maggior numero possibile di spettatori, può consentire di risalire la china di un sistema delle comunicazioni di massa che si sta sviluppando, anche oltre la televisione, attraverso i nuovi media e ipermedia (telefonia cellulare, reti telematiche, canali digitali), verso un’omologazione sempre maggiore dello spettatore-consumatore.
Potenzialmente il sistema scolastico possiede tutte le caratteristiche per combattere l’attuale tendenza delle comunicazioni di massa, educando ad uno sviluppo integrale della personalità e al pensiero critico-creativo: infatti, il curriculum scolastico continua ad essere una costruzione gerarchica, in cui ogni elemento poggia sul precedente, che ne costituisce il prerequisito, ma ha saputo trasformarsi in progettazione dinamica, aprirsi a percorsi diversificati ed autonomi, a processi di ricerca e di interazione con altri sistemi; le strutture testuali sono prevalentemente interrelate, ma si tende ora anche a favorire l’autonomia e la sperimentazione, l’eccentricità e il policentrismo; lo spazio sempre più ampio riservato ai codici analogici è contemperato e dialetticamente controbilanciato dal tradizionale ricorso ai codici sequenziali, capaci di mobilitare le capacità razionali e di compensare gli eccessi di immedesimazione acritica; si tende ad istituire un’interazione dialettica tra pensiero divergente e pensiero convergente, tra immaginazione e razionalità, tra creatività e competenze logico-riflessive; oltre all’emisfero cerebrale destro, che riceve gli stimoli non verbali, elabora i processi immaginativi, di globalizzazione, di orientamento nello spazio, si forniscono adeguati stimoli anche al sinistro, che presiede al pensiero logico-analitico, alle funzioni verbali e matematiche, alla scrittura e alla lettura.
Ma occorre investire risorse per elevarne gli standard qualitativi, garantirne i livelli di sviluppo e arricchimento, favorirne il pluralismo. Occorrono soprattutto interventi legislativi idonei a conferire, da un lato, un adeguato statuto giuridico al sistema formativo e, d'altro canto, a regolamentare il sistema delle comunicazioni che rischia di costituire, come abbiamo visto, una potente forma di condizionamento delle coscienze.
In effetti, solo un sistema scolastico altamente qualificato può garantire che si forniscano agli attuali e futuri telespettatori gli strumenti idonei per coltivare quella capacità critica, quella competence, che sola può metterli in grado di sfuggire ai modelli comportamentali di massa e sviluppare quel bisogno di autenticità, di conoscenza di sé, di interiorità cosciente e profonda, che consente di uscire dalla “caverna” platonica, smettendo di scambiare le ombre per oggetti reali.

Luglio 2005

Angelo Conforti

Referenze bibliografiche 


[1] Ricordiamo soprattutto, tra i tanti, Roland Barthes (1966, 1985), che pure in un primo tempo (1961) condivise la tesi di Bazin, e inoltre Christian Metz (1966, 1971, 1973) e Umberto Eco (1968).

[2] Studiare gli effetti pragmatici di un testo significa entrare nell’ambito della semiotica sociale, nella cui prospettiva i discorsi sono considerati come delle azioni in grado di modellare e modificare i rapporti intersoggettivi. Questa disciplina, i cui recenti sviluppi sono molto promettenti, studia i processi di comunicazione reale nel contesto sociale, considerando tale contesto come se fosse un testo. Essa dunque applica metodi e strumenti della semiotica (che studia i processi di significazione nell’ambito dei testi, mettendo in luce i meccanismi della comunicazione virtuale tra “figure” interne al testo stesso) al rapporto tra emittenti e riceventi empirici nella circolazione di messaggi messa in atto dai mass media: in tal modo vengono portati alla luce i modelli interpretativi adottati nella fruizione dei messaggi stessi dai gruppi sociali coinvolti. Gianfranco Bettetini, che ha dedicato un prezioso saggio (1984) agli approcci di tipo sociosemiotico ai mass media, ritiene che su questo terreno si manifestino sensibili differenze di ruolo interlocutivo dello spettatore, sulla base della sua più o meno ampia “enciclopedia” di riferimento. Egli distingue tra i gradi estremi di competence tecnico-espressiva, che pone lo spettatore in grado di ricostruire le strutture enunciazionali del messaggio ricevuto e di applicarvi le proprie capacità critiche, e di illiteracy che contrassegna uno spettatore ingenuo, quasi completamente passivo rispetto alle strategie testuali adotatte nei messaggi. Ovviamente, tra i due estremi si verifica una gamma potenzialmente indefinita di possibili comportamenti e si può ritenere che lo spettatore medio si situi attualmente al di sotto dell’incrocio tra competence e illiteracy, con tendenziale propensione a scendere di livello  Nel caso in questione possiamo prevedere che, se uno spettatore competente sarà in grado di decodificare le complesse articolazioni del testo, smascherandone l’intento realistico, lo spettatore non alfabetizzato di questo stesso intento sarà invece vittima passiva.

[3] Il termine “era” è qui utilizzato in modo empirico per indicare due fasi di sviluppo facilmente distinguibili in sede di analisi nella storia dei mass media.

[4] Interessanti a questo proposito gli studi sull’enunciazione TV di Massimo Buscema (1980).

[5] Secondo la brillante intuizione di Marshall Mc Luhan.

[6] L’analisi strettamente semiotica, come accennato precedentememte, studia invece le relazioni interne al testo e le complesse dinamiche di comunicazione simbolica che si stabiliscono tra Autore implicito e Destinatario implicito riguardo ai significati, ai modelli comportamentali, ai sistemi di valori sviluppati nel testo.

[7] È significativo in quest’ottica il caso della telenovela italiana “Un posto al sole” in cui il tempo dell’intreccio è speculare al tempo della realtà in cui avviene la fruizione: se è il 25 aprile, o la vigilia di Natale, sullo schermo, è così anche nella realtà empirica degli spettatori.

[8] Naturalmente la realtà quotidiana è tanto più vissuta come mediocre, inadeguata e frustrante quanto più si è indotti a credere che la “vera” realtà sia quella mostrata in televisione.

[9] Come il Dio delle religioni racchiude in sé, nella sua massima perfezione, l’essenza di tutta la realtà che gli esseri umani stessi gli hanno attribuito, spogliandosene a loro volta quasi completamente (alienazione religiosa, così come è stata descritta da Feuerbach), allo stesso modo quella rappresentata dalla Tv si propone come la realtà in quanto tale, il modello esemplare da imitare o, meglio, di cui entrare a far parte se possibile, e comunque il valore da realizzare, essendo la realtà concreta ormai privata di tutti i valori e i significati (è questa l’alienazione televisiva, cioè l’espropriazione di ciò che è reale ad opera di ciò che è solo virtuale).

[10] Gerry Scotti, ad esempio, ama definire i suoi quiz (genere che è da sempre esistito in Tv) dei reality quiz!

[11] Gli studi di Lull sottolineano che lo spettatore non può essere considerato solo un ricevente passivo, ma deve essere visto come una persona che si prefigge fini, agendo con la volontà e l’intelligenza nell’ambiente simbolico della comunicazione di massa. Lull sottolinea in particolare l’esigenza che una teoria della comunicazione tenga conto della possibilità dei singoli di “ignorare, modificare, o disobbedire alle norme comunicative”, al fine di integrare la “naturale variabilità” e il “dinamismo del comportamento umano”. Lo studioso statunitense conclude, trattando gli stessi temi della conversazione audiovisiva tematizzata da Bettetini, che il conflitto tra effetti persuasivi volutamente inscritti nel testo e i rispettivi usi personali o interpersonali che ne fa il pubblico non può essere risolto in modo univoco: “Il membro dell’audience può contemporaneamente sfruttare e subire gli effetti dei mass media” (Lull, 1990, pagg. 134-135).

[12] Lo spettatore critico sa che la realtà presentata in Tv è prodotta da codici della rappresentazione (sia pure pensati per apparire spontanei e naturali), è costruita, artefatta. Sa anche che il senso della vita non consiste nell’apparire in Tv, nell’ambire a diventare anchorman, presentatore, velina, ballerina, ecc. Lo spettatore acritico invece non sa tutto questo ed è alienato (cioè, letteralmente, espropriato della propria autentica identità) proprio perché attribuisce realtà a ciò che è solo virtuale, perdendo completamente il contatto con la propria concreta esperienza quotidiana, l’unica che può davvero vivere pienamente.


Al di là dei riferimenti specifici alla situazione politica del periodo in cui è stato scritto, l'articolo conserva una notevole attualità, in riferimento alla dimensione strutturale del fenomeno analizzato. Perciò lo ripubblichiamo oggi.

"Scuola e televisione"
(Il nuovo presente, Ottobre 1995)
 

Può darsi abbia ragione Bossi quando sostiene che in Italia non vi è solo la contrapposizione tra centro-destra e centro-sinistra, ma soprattutto quella tra centralismo e federalismo. Per parte nostra, siamo propensi a credere che ve ne siano altre ancora, trasversali e variamente intrecciate rispetto a quella che, in un sistema maggioritario compiuto, dovrebbe veder competere una grande forza conservatrice ed una progressista (o, se si preferisce, laburista).
Vorremmo tentare di illustrare, attraverso alcuni cenni, una di queste contrapposizioni, a nostro parere estremamente decisiva ed urgente, tanto più quanto più essa tende a rimanere occulta ed invisibile, in parte soffocata dal consueto dibattito politico. Essa concerne i modelli formativi che si stanno delineando nel nostro paese, attraverso scelte, di cui è bene essere consapevoli, che tendono a privilegiare un sistema formativo "chiuso" come quello televisivo, rispetto ad un sistema "aperto" come quello scolastico. Prerogativa di un sistema "chiuso", come cercheremo di mostrare più avanti, è quella di invadere lo spazio di altri sistemi, omologando le strutture di cui si avvale e rifiutando l’interazione dialettica con altri sistemi, modelli e strutture. Al contrario, un sistema "aperto" è tale in quanto fa dell’interazione dinamica il proprio paradigma fondante.
Cominciamo a vedere come il sistema della comunicazione televisiva sia capace di attivare processi di apprendimento alternativi, e talvolta oppositivi, rispetto a quelli dei tradizionali curricoli formativi, in particolare quelli scolastici, soprattutto per certe sue potenzialità intrinseche. Elenchiamo di seguito alcune caratteristiche del sistema televisivo, su cui ci soffermeremo poi per una breve riflessione.

a) Il palinsesto è strutturato sulla base della contiguità di materiali e processi, spesso eterogenei e tendenzialmente autonomi l’uno rispetto all’altro.

b) Il singolo programma è una struttura chiusa, senza rinvii alla realtà esterna, cui tende piuttosto a sostituirsi.

c) I codici dominanti sono quelli analogici, che richiedono risposte prevalentemente emozionali più che riflessive.

d) La funzione psico-cognitiva attivata è quella del pensiero divergente, legato all’immaginazione, alla fantasia, al sogno.

e) L’emisfero cerebrale prevalentemente impegnato ed attivo è quello destro, che presiede agli stimoli non verbali, ai processi immaginativi, di globalizzazione, di orientamento nello spazio.

Come si vede, la formatività del sistema televisivo si esercita su un’umanità dimezzata, unidimensionale, cui fornisce una rappresentazione frammentaria della realtà, in cambio di un passivo ed acritico meccanismo, talora subliminale, di identificazione-proiezione con figure-guida di tipo carismatico. Esso veicola in prevalenza valori di autoaffermazione, competitività, individualismo.

D’altro canto, la scuola italiana si è, in questi due ultimi decenni, profondamente rinnovata, privilegiando sempre più la professionalità degli operatori e la qualità del servizio fornito. Il miglioramento è avvenuto a tutti i livelli, prefigurando e anticipando strutture che faticano a trovare un adeguato recepimento a livello normativo e istituzionale, per motivi politico-culturali, che tenteremo di individuare almeno nel loro significato di fondo. Gli apporti rilevanti di una didattica per obiettivi e di modelli metodologici innovativi, l’introduzione nella programmazione dei nuovi media, in particolare della televisione, dell’informatica e della telematica, hanno fatto sì che ormai il sistema educativo scolastico si sia avviato ad assumere caratteristiche di grande completezza, varietà ed efficacia. Le elenchiamo, anche per consentire un più agevole confronto con quelle del sistema televisivo.

a) Il curricolo continua ad essere una costruzione gerarchica, in cui ogni elemento poggia sul precedente, che ne costituisce il prerequisito, ma ha saputo trasformarsi in progettazione dinamica, aprirsi a percorsi diversificati ed autonomi, a processi di ricerca e di interazione con altri sistemi.

b) Le strutture testuali sono prevalentemente interrelate, ma si tende ora anche a favorire l’autonomia e la sperimentazione, l’eccentricità e il policentrismo.

c) Lo spazio sempre più ampio riservato ai codici analogici è contemperato e dialetticamente controbilanciato dal tradizionale ricorso ai codici sequenziali, capaci di mobilitare le capacità razionali.

d) Si tende ad istituire un’interazione dialettica tra pensiero divergente e pensiero convergente, tra immaginazione e razionalità, tra creatività e competenze logico-riflessive.

e) Oltre all’emisfero cerebrale destro, si forniscono adeguati stimoli anche al sinistro, che presiede al pensiero logico-analitico, alle funzioni verbali e matematiche, alla scrittura e alla lettura.

Pertanto, il modello formativo che il sistema scolastico italiano tende a mettere in atto, pur con tutte le difficoltà e gli ostacoli, anche preordinati, che ne impediscono la piena e generalizzata attuazione, vanta una ricchezza di articolazioni ed una varietà di percorsi che consentono di perseguire un’autentica formazione integrale dei cittadini e degli uomini cui sì rivolge. Essa fornisce una rappresentazione globale della realtà, consentendo il costituirsi di un atteggiamento attivo e critico, nella dialettica di una formazione socio-affettiva e cognitivo-razionale tendenzialmente compiuta. Nella scuola trovano attuazione non solo i valori dell’autentica meritocrazia (che non è sopraffazione egoistica ma spesso si traduce in fattore di crescita collettiva), ma anche quelli dell’attenzione ai bisogni, del sostegno, del recupero, dell’orientamento, del diritto allo studio, della solidarietà, della giustizia sociale.

Da un lato, dunque, il sistema formativo televisivo tende ad egemonizzare l’intero circuito dello scambio culturale, subordinando e neutralizzando qualsiasi altro modello. D’altra parte, il sistema formativo scolastico rappresenta un modello aperto, un laboratorio di ricerca, che non esclude da sé nulla, tanto meno il modello televisivo, o più in generale audiovisivo. Al contrario è in grado di integrarlo dialetticamente, in un processo educativo complesso e diversificato, e di restituirgli il suo vero senso strumentale, accanto ad altri.
Nell’Italia di oggi, questi due sistemi formativi stanno scontrandosi con particolare radicalità e riteniamo che il presente ed il futuro del nostro paese dipendano in gran parte dall’esito di questo scontro, tra un modello culturale-formativo chiuso, egemonico, ed un modello aperto dialettico, polimorfo.
La nostra non è soltanto una metafora: non a caso, le forze politiche che si incaricano direttamente di veicolare un modello di sviluppo sociale dominato dalle telecomunicazioni, ipotizzano un sistema scolastico depauperato delle sue finalità formative, privatizzato e rimodellato sulle esigenze degli oligopoli finanziari, con particolare riguardo ai leaders della telecomunicazione.
È bene ci si renda conto del fatto che, in questa fase, lo scontro segna un dominio quasi incontrastato del sistema televisivo. La dispersione scolastica in Italia (vergogna dei paesi civilizzati) è ai livelli più bassi d’Europa: 50 diplomati su 100 iscritti alle superiori, 28 su 100 abitanti; i nostri ultimi governi hanno destinato risorse finanziarie sempre minori all’istruzione: 6% del PIL nel 1993, 5,6% nel ‘94, ancor meno probabilmente nel ’95, con gli ulteriori risparmi attuati e progettati, spacciati per riforme da ministri fantasiosi e forse ipocriti; gli stipendi degli insegnanti italiani sono i più bassi del mondo, nonostante i continui incrementi dei carichi di lavoro: 42 ore medie settimanali in cambio di una paga da manovale (absit iniuria verbis), a compenso di una professionalità incommensurabilmente cresciuta, di un ruolo sociale importantissimo, di una responsabilità formativa insostituibile.
Intanto "professori" come Castagna, Ambra e Fiorello guadagnano miliardi per veicolare capillarmente e senza dispersioni i loro "valori", mancando peraltro l’opportunità alle altre agenzie formative di controbilanciarne gli effetti. Se vogliamo, è anche questo un problema di "par condicio".
Il che non significa che si debba sopprimere il divertimento, il gioco, la fantasia; al contrario occorre trasformarli in possibilità di sviluppo dell’immaginazíone e della creatività. Ma ciò è possibile soltanto attraverso un’offerta diversificata di occasioni di crescita e maturazione. Non si tratta, dunque, di demonizzare alcunché, quanto piuttosto di offrire a tutti la possibilità di acquisire strumenti critici, di allargare gli orizzonti, di liberarsi dall’esclusività e dall’uniformità dì certe proposte "formative" (in questo senso la libertà è una conquista, non un presunto dato di fatto).
Non si tratta nemmeno di ridimensionare l’importanza della televisione, quanto piuttosto di assegnarle il giusto ruolo, nell’interazione tra sistemi educativi aperti e plurimi. Per questo motivo i referendum abrogativi di giugno, che già indicavamo su queste pagine come limitati e tardivi rispetto ad alcune questioni, non potevano essere interpretati correttamente e sono stati bocciati: non si deve abolire o abrogare (e questo è il messaggio arrivato agli elettori); occorre invece potenziare e arricchire, benché in una giusta prospettiva, all’interno di un adeguato contesto formativo pluralistico.
Il fatto che i "Comitati per l’Italia che vogliamo" abbiano molto chiaramente indicato nella scuola il luogo in cui si costruisce il futuro italiano fa pensare che vi sia tra i suoi leader la consapevolezza di questa emergenza immediata, tanto più decisiva quanto più sfugge alla maggioranza di una pubblica opinione talvolta frastornata: la televisione, lasciata a sé, idolatrata, trasformata in "dio", assunta come unica fonte dei modelli comportamentali e sociali, esclude e neutralizza la scuola e gli altri canali della comunicazione, uniforma ed omologa la società civile.
Ciò, purtroppo, è già accaduto nel nostro paese. Un doppio vuoto legislativo, ma di segno opposto, ha consentito, nell’arco di un ventennio disastroso per la democrazia italiana, l’instaurarsi di un sistema di circolazione delle informazioni e delle idee egemonizzato dalla TV, esautorando progressivamente la scuola delle sue funzioni. Gli stessi governi che, attraverso la deregulation dell’emittenza, hanno consentito il sorgere di oligopoli che controllano la comunicazione televisiva e il mercato pubblicitario, non hanno mai affrontato realmente la questione, urgentissima già trent’anni fa, di una riforma strutturale dell’istruzione superiore, che avrebbe costituito un importantissimo investimento per l’Italia di oggi (ma un profitto privato di gran lunga inferiore per certi capitalisti e per i loro lacchè).
Adesso non è più tempo di chiacchiere. La nuova classe dirigente deve agire in fretta se vuole ricondurre l’Italia nel novero dei paesi civili e democratici: investire nella scuola ingenti risorse finanziarie; valorizzare le risorse umane e professionali che già esistono, riconoscendole con adeguate retribuzioni e opportuni incentivi; potenziare e diversificare le offerte formative, trasformando tutti gli istituti scolastici in luoghi accoglienti e in centri di crescita umana, personale e sociale. Questa è la via dell’educazione permanente e policentrica che l’UNESCO fin dal 1972 ha indicato come compito primario ai paesi civili, l’unica che può garantirci lo sviluppo culturale ed economico, la vera libertà dai condizionamenti e dalle oppressioni di qualsiasi genere.
Non ci sono vie di mezzo: l’alternativa è il sottosviluppo, il degrado, l’umiliante impoverimento culturale che l’omologazione pantelevisiva rappresenta.
Anche a livello politico, pur in un quadro ancora confuso ed in rapida trasformazione, le due strade si stagliano con grande chiarezza. Da una parte c’è Berlusconi, l’uomo delle televisioni, creazione egli stesso televisiva, come modello carismatico di imprenditore che si sarebbe fatto da sé, uomo-immagine della vita come competizione, esemplare paradigmatico del feudal-capitalismo tipicamente italico, leader di uno schieramento che intende la libertà come il privilegio dei pochi e la riduzione delle possibilità per i molti (che si accontentano di quel che gli si dà, dopo avergli fatto credere che è proprio quel che vogliono). Inutile dire che il disegno politico, demagogico e vetero-liberista, che questa destra pseudo-democratica sostiene compatta, non si identifica necessariamente con Berlusconi, che ne è tuttavia il miglior simbolo. Dalla sua parte ci sono personaggi senza scrupoli, che non vogliono rinunciare all’enorme potere accumulato: il loro interesse può essere difeso soltanto con l’organizzazione plebiscitaria dl consenso e con la manipolazione delle masse, di cui la televisione è certamente lo strumento più perfezionato; la scuola, al contrario, soprattutto se stimola il pensiero critico, è un ostacolo potente e fastidioso per l’attuazione dei loro disegni.
Dalla parte opposta sembra si stia delineando, ancora confusamente, uno schieramento unitario, di cui tuttavia fanno parte gruppi politici che sulla questione del sistema formativo continuano a pronunciarsi con formule ambigue, quando non pericolosamente conservatrici o, peggio, francamente reazionarie. È pur vero, comunque, che il candidato leader del centro-sinistra, il professor Prodi, si è più volte espresso con estrema chiarezza sull’argomento, ponendo la valorizzazione della scuola al primo punto del suo programma, indicando nel rapporto inscindibile e dialettico tra educazione e sviluppo la sfida per l’Italia di domani, anzi di oggi.

Angelo Conforti



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Archivio I Edizione Ottobre 2005