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Fidenza
PsicoFestival |
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Protagonisti
Roberto Bani

Roberto Bani
Conferenza:
“Animale e uomo: dal sogno alla creatività”
Sabato 26 Maggio 2007
ore 16.30 - Piazza Garibaldi
Premessa - Il Sonno
Pensiero - Lode della Fantasia - Attenzione - Neurogenesi della Creatività
L’Uomo Chiamato Cavallo - Virtù e Riti Sioux - La Ricerca della Visione - La Società Primeva
Premessa
Sono biologo e non sono qui perché mi interesso a una favola. Non considero la psicoanalisi un insieme di idee astruse di cui parla gente che non ha altro da fare: non una favola ne una filosofia o religione o comunque un credo discutibile. L’esperienza mi ha convinto che la teoria e l’uso della psicoanalisi è la strada maestra per conoscere a fondo ogni persona quindi per arrivare al nucleo essenziale della natura umana.
Perché di là dal colore della pelle, dei lineamenti del viso, la forma del corpo o dello scheletro o del cuore, la cosa più significativa di ognuno di noi in quanto guida e determinante di gran parte delle azioni e dell’esistenza è la soggettività, il carattere, l’Io. E come esistono l’osteologia e la cardiologia può ben esistere la psicoanalisi come scienza maestra per conoscere e comprendere l’Io, ovvero come avanzata scienza biologica. Volendo con questa scelta superare la limitatezza della ricerca attuale frammentata tra tante scienze che studiano l’uno o l’altro segmento della vita di relazione come tanti compartimenti stagni tra loro non comunicanti.
Se la biologia studia la vita, l’antropologia la specie umana, la neurologia il sistema nervoso. Nella biosfera c’è l’uomo e in lui il cervello come hardware di quei raffinati software che sono la mente e la psiche: nella prima c’è l’idea di noi stessi, l’identità dell’Io, nella seconda le pulsioni e sentimenti che fanno parte di noi, che formano il carattere, la personalità. Per coerenza dei passaggi non si può non accettare la psicoanalisi come la più avanzata scienza biologica.
Anche l’empirista più rigoroso, integralista e scettico, nelle sue giornate dirà o penserà: “è una buona idea, troverò l’idea giusta, eccetera”. E pure sentirà qualche emozione, proverà un sentimento: “Ho fame, ho voglia di sesso, credo, spero, ci vuole coraggio, prudenza, pazienza, eccetera”. ma perché questa gente deve usare idee e provare sentimenti di cui poi rinnega l’esistenza?”
Quindi psicoanalisi come scienza, non per fantasia ma per esperienza.
Così trattare il sogno, tema di questa terza edizione dello Psicofestival di Fidenza, sotto la lente di singole scienze sarebbe troppo limitante, assolutamente incompleto e inesauriente; perciò ne parlerò sotto i profili neurologico, evolutivo, antropologico, mentale e psicoanalitico. Articolando in due parti: l’una mentale spiega come la creatività sia affine e derivi dal funzionamento tipico del sogno, l’altra psichica dove il sogno aiuta a comprendere la soggettività. Il tutto dentro una visione biologica ampia e esauriente.
Il Sonno
La creatività è fondamento dell’uomo. Viene dalla fantasia che è affine al sogno, tipicamente svolto nel sonno di cui parleremo per primo. È ben noto come molti organi non hanno una fisiologia costante nel tempo ma anzi alternano fasi intense e massime a fasi di minima attività quindi di riposo. Come fanno il cuore e lo stomaco così il cervello funziona per un certo tempo a livello elevato e collegato agli organi di senso e di moto: definiamo questo stato sveglio o di veglia e si alterna a stati di minor attività in cui riposa e dorme.
Neurologia, qualche minimo cenno. Il sistema nervoso centrale è formato da midollo spinale e encefalo suddiviso in tronco encefalico, cervelletto (coordinatore tra organi di senso e di moto) e cervello, la cui corteccia assai sviluppata e ricca di pieghe contiene le aree sensorie e quella motoria e tra loro ampie aree di memoria. Nel sapiens c’è un ampio lobo frontale che è sede delle facoltà superiori di razionalità e creatività ma anche, nella sua parte bassa, della personalità. Il tronco encefalico è antico e di basilare importanza: la parte anteriore o talamo ha nuclei di neuroni che manifestano istinti quali la fame, la rabbia e la libido; però anche certe formazioni di materia grigia sub-corticali li contengono come l’amigdala sede della paura; la parte media o mesencefalo contiene i riflessi visivi e uditivi, la posteriore o midollo allungato i riflessi cardiaci e respiratori. Tutto il tronco presenta vari nuclei di neuroni e la sostanza reticolare che è una diffusa rete di neuroni che passa dal midollo spinale alla corteccia cerebrale.
Sonno è appunto l’attività che alla veglia si alterna e risulta distinto in lento e REM.
Stato di veglia: è caratterizzato da evidente e diversificata attività sensoria e motoria, presenta movimenti oculari casuali e elettroencefalogramma con ritmo rapido e a basso voltaggio.
Stato di sonno lento: attività sensoria e motoria assenti, il soggetto se ne sta accucciato o rannicchiato, i movimenti oculari assenti, elettroencefalogramma a onde lente e a ampio voltaggio.
Stato di sonno REM: attività sensoria e motoria assenti ma si osservano rapidi movimenti oculari, l’elettroencefalogramma presenta ritmi rapidi e a basso voltaggio come nella veglia. Intensa è pure l’attività nella regione reticolare del mesencefalo (Jouvet). Si accompagna all’attività onirica. “Sappiamo che nel sonno REM dei meccanismi tronco-midollare bloccano le afferenze sensorie e le efferenze motorie per cui il cervello, rimasto sordo, cieco e paralizzato, riceve solo stimoli endogeni che dal ponte (PGO) dilagano in tutta la corteccia” (Oliverio). In particolare una rete di neuroni o reticolo di Moruzzi-Magoun sale dal tronco encefalico alla corteccia cerebrale facendola passare dalla veglia al sonno e viceversa. È formato da due parti: una usa neurotrasmettitori eccitatori come la acetilcolina per cui tiene sveglia e lucida l’attività mentale mentre l’altra ne usa di rilassanti e ristoratori come la serotonina facendo passare al sonno. Sostanze come la caffeina, pensate alla tazzina di caffè, e gli stimolanti agiscono sul primo, una camomilla o un sonnifero sul secondo.
Evoluzione: è ben noto che pesci e anfibi alla vita attiva alternano fasi di riposo che però si caratterizzano essenzialmente come torpore e sonnolenza, anche se tonni e squali mentre dormono nuotano controcorrente. Nei rettili si riscontra analoga sonnolenza; qualche studioso ritiene esista il sonno REM in alcune lucertole e camaleonti. È certo invece che tutti i mammiferi hanno sia il sonno lento che REM. Negli uccelli esistono ambedue ma il sonno REM è molto breve.
Sempre considerato in proporzione al corpo (come quoziente encefalico o Q.E.) l’encefalo dai pesci ai rettili resta piccolo e diviso in lobi dalla stretta attività senso-motoria e istintiva, per cui per riposare gli è sufficiente lo stato di sonnolenza o sonno lento. Invece coi mammiferi la corteccia cerebrale si ingigantisce, concentra in sé le diverse aree di senso e origina sempre più ampie aree di memoria; le quali hanno una talmente intensa attività da avere richiesto la comparsa di un sonno profondo, appunto quello REM. Infine essendo in noi il sonno REM accompagnato dal sogno, anzi esso è indispensabile perché questo avvenga, sembrerebbe anche che tutti i mammiferi sognino.
Limite della neurologia è che ci dice solo lo stato di attività cerebrale ma non i suoi contenuti: descrive le alterazioni che accompagnano lo stato di veglia ma non natura e significato di un pensiero o ragionamento, come descrive il sonno REM ma non i contenuti e significato di un sogno. Il neurofisiologo è come un elettronico che ci dice cosa accade dentro un televisore quando è acceso, cioè le alterazioni di elettroni, condensatori e circuiti, ma non sa dirci a quale precisa struttura di cariche elettriche corrisponde ogni immagine che stiamo vedendo, tanto meno è competente per parlare della trasmissione in corso. Pur riconoscendo che nel televisore, come nel computer, cariche elettriche e circuiti dell’hardware sono la base o supporto fisico, a noi interessa ciò che tali macchine comunicano quindi il software che vi circola.
Fin dal loro formarsi i neuroni mandano impulsi, tra loro e ad altre cellule; miliardi di neuroni producono e fanno circolare miliardi di impulsi elettrici e di molecole di neurotrasmettitori. Ma noi non pensiamo e non parliamo di questi. Tutto questa fisiologia è da noi percepita come simboli, come idee e loro associazioni o dissociazioni cioè come pensiero, che traduciamo in parole e linguaggio rivolgendosi agli altri. Tutti gli studiosi devono prendere atto di più livelli di fenomeni però tra loro strettamente interrelati: il livello base è l’anatomia nervosa in cui si svolge il livello fisiologico elettro-chimico, campi propri della neurologia, che è a sua volta supporto del livello simbolico, campo della psicologia. Perciò ben possiamo definire pensiero la globale attività simbolica che è traduzione, per noi percepibile e di cui possiamo parlare, del vasto scambio elettro-chimico tra i miliardi di neuroni che ogni momento si svolge. Ovvero: se vogliamo spiegarci in pieno quanto accade nel cervello, arrivando ai sogni e pensieri, idee e parole come livello a ognuno ben noto e abituale, descritto e dato il giusto valore al sapere neurologico dovremo per coerenza superarlo per passare alla psicologia.
Pensiero
Fin dal loro formarsi nell’embrione i miliardi di neuroni scambiano impulsi: cosa sta accadendo? Il cervello del neonato, a parte qualche archetipo, è privo di nozioni e il pensiero che vi si svolge è diffuso, indifferenziato, sincretico; gli impulsi si manifestano in lampi o sonorità ma non possono avere struttura di idee di cui il soggetto è privo; solo dalla metà del primo anno, mi riferisco all’“oggetto permanente” riconosciuto da Piaget, memorizza le prime informazioni che diventano idee. A livello neurofisiologico una specifica idea, quindi ogni singola immagine o parola o odore, e ognuno di noi ha in mente milioni di immagini come figure di persone o animali o piante o montagne o luoghi, e pure milioni di suoni strutturati in parole, discorsi, proverbi, poesie, musiche, canzoni. Ogni specifica idea, dicevo, corrisponde a una specifica struttura di neuroni, sinapsi e neurotrasmettitori, tanto che al sorgere-ricordo di una precisa idea si attiva la precisa coerente struttura di neuroni e sinapsi. Certamente i molti miliardi di neuroni e sinapsi possono ben coprire i milioni di idee che anche la persona più sapiente e enciclopedica ha nel cervello. Nel corso di una vita, in flusso continuo entreranno dagli organi di senso milioni di stimoli strutturati cioè informazioni che diventano idee: strutturati come? Come la realtà: milioni di nozioni accumulate nella memoria formano la conoscenza del mondo.
Quindi il costruire idee ovvero il pensare è innanzi tutto attività spontanea propria della mente, che contiene ma pure crea tali strutture aleatorie. Fin dall’embrione i neuroni si connettono e trasmettono impulsi, con attività sempre presente e spontanea, e i singoli impulsi possono confluire in strutture più ampie; per esempio manifestando nelle aree sensorie dei lampi di luce o tonalità sonore come sensazioni disorganizzate. Ma le strutture create sono fluide e inconsistenti, momentanee e effimere. In tale spontanea attività di base la percezione attua un direzionamento: gli stimoli provenienti dall’esterno direzionano ovvero differenziano le casuali aggregazioni interne; inoltre suscitano emozioni che stabilizzano tali aggregazioni. La casuale attività di base viene così guidata e consolidata nel suo costruirsi dai segnali di oggetti esterni e si stabilizza proprio per il loro ripresentarsi (riconoscimento) e per le emozioni cui si associano. D’altronde abbiamo una enorme capacità di memoria e se in parte, precisamente quella della corteccia laterale, è assoggettata agli organi di senso per cui il pensiero si specializza in conoscenza, altra memoria, nelle aree frontali, resta libera e può agire sulla conoscenza stessa. Può prendere per riferimento talune idee e usarle per ordinarne altre, ed è razionalità, o usare le nozioni per dividerle e unire creando idee nuove che non esistevano, ed è fantasia.
Pensiero è quindi attività propria della mente. Di per sé non è che un campo di impulsi, espressione globale del vasto insieme di neuroni della corteccia cerebrale, dalle enormi potenzialità organizzative che però richiede di essere guidato dando queste modalità del pensare.
1. Sogno come pensiero dovuto a attività spontanea dei neuroni di memoria senza il flusso senso-motorio quindi durante il sonno. Risulta fortemente disorganizzato e casuale, sotto la solo guida di fattori endogeni come le pulsioni. È originariamente inconscio (privo di coscienza), irreale (staccato dal reale), irrazionale (privo di ragione), ovvero ben diverso dal pensiero guidato dalla coscienza, lucido e razionale cui siamo abituati.
2. Conoscenza come pensiero che si va costruendo secondo quanto entra dai canali sensoriali in una organizzazione più o meno aderente alla realtà esterna. Sua guida è l’attenzione: rivolta alla realtà attraverso il sensorio, differenzia i barlumi di pensiero in conoscenza.
3. Ragionamento o pensiero razionale quando una data idea o concetto viene passato dall’una all’altra di un insieme di idee a renderle coerenti e consequenziali. Sua guida o orditore è la ragione, razionalità o logica, facoltà che individua delle regolarità da cui ricava regole e leggi, come pure prende per riferimento talune idee o concetti che usa per ordinarne altre. Costruisce il pensiero in modo coerente a determinate direttive: ragionare non è altro che associare certe idee in modo logico e consequenziale.
4. Fantasia è associazione di idee casuale o blandamente guidata. Facoltà guida è la ideatività o fantasiosità che, spontanea e pura, risulta casuale e caotica così ripristinando il funzionamento originario endogeno del sogno che però adesso, diversamente dal neonato, avviene con idee e pensieri presi dalla realtà cioè usando il sapere. Unita alla razionalità diventa creatività e ingegno: facoltà per cui si inventa qualcosa di nuovo ma anche coerente verso un certo risultato.
Se la mente del neonato è magazzino vuoto, con molto spazio e dove può stare tanto disposto in qualsiasi modo. Da adeguate porte (organi di senso) entrano oggetti come nozioni-idee collocate in ordine di arrivo (in un pensiero di semplice memoria conoscitiva) poi da ordinare secondo criteri (pensiero razionale) e anche da variare liberamente (pensiero creativo). Sarà l’equilibrio tra questi ordinatori a donarci il risultato del miglior modo di pensare: migliore perché reale, razionale e fantasioso insieme; ed è risultato ottimale per penetrare e gestire la realtà del mondo.
Lode della Fantasia
Memoria e Cultura. Da tempi remoti la trama di oggetti si estende a costituire l’universo. E così era ed è per i bassi vertebrati che di essa colgono ben poco: rari punti di luce in un buio continuo, pochi frammenti importanti in un continuo trascurabile, non assimilato e ancor meno compreso. Con i mammiferi assistiamo al crescente aumento della corteccia cerebrale che sempre più sviluppa aree di memoria. Se nei bassi mammiferi, come marsupiali e insettivori, sono minime per cui le cose ricordate e riconosciute sono poche, nei medi ovvero presso molte specie discrete aree di memoria consentono l’apprendimento-conoscenza dei luoghi occupati, cioè il ricordo di vari oggetti e della loro trama a costituire le ben note “mappe mentali” con cui si orientano. Tra i primati e altri ordini evoluti compaiono inoltre forme di razionalità e anche di coscienza come si riscontra nel delfino e scimpanzé e come doveva essere per australopitechi e ominidi fino al neanderthal. Però il sapiens supera anche questo livello: è una vera rivoluzione! Per spiegarne l’enorme potenza innovatrice bisogna necessariamente ricorrere a una facoltà fino a noi inesistente: la fantasia. L’enorme capacità di mutare coscientemente i contenuti della memoria così uscendo dalla rigidità mentale consentì al cro-magnon un salto ben oltre il neanderthal, che pure aveva lo stesso volume encefalico. Infatti se la memoria e il pensiero che vi si svolge padroneggia un dato contesto, la creatività o genialità dispone a padroneggiarli, nei limiti fisici, tutti. E’ l’avventura nella virtualità, oltre il limite dell’apparente impossibile; che ben si allinea a ambizione, intraprendenza e coraggio in quella grandiosa sfida al mondo rappresentata dalla storia.
Nei mammiferi sociali si è evidenziata pure l’esistenza di una, seppur minima, cultura come insieme di nozioni che passano tra gli individui e quindi tra le generazioni: nei gruppi di topi, ratti, manguste, elefanti, macachi e scimpanzé, e senza dubbio esisteva in Australopithecus e Homo abilis testimoniata dal tramandare la scheggiatura dei ciottoli e l’uso del fuoco. Però fino a noi i suoi mutamenti ovvero le innovazioni culturali sono quasi impercettibili. E se si può ricostruire la vita del neanderthal, lungo trecentomila anni di esistenza, coi suoi gruppi bravi a cacciare il mammouth e con pieno controllo del suo habitat grazie a memoria e razionalità, il tutto rimane immerso in una statica monotonia culturale.
Sapiens l’Innovatore. Quando dall’africana culla si diffuse sulla superficie del pianeta, variegata nei suoi paesaggi, stagioni, contesti, il nostro diretto antenato cro-magnon mostrò una versatilità sorprendente. Grande mobilità e adattabilità a condizioni ben diverse e una ricca strumentazione: alle lance musteriane oppone il giavellotto, propulsore, boomerang, arco e frecce, la fionda; usa imbarcazioni con cui naviga anche lontano, arrivando in Australia, Oceania e America, dove nessun ominide era mai arrivato. E alleva: per primo il cane che da perlomeno trentamila anni lo accompagna, splendida simbiosi se si pensa all’utilità per la caccia e guardia; il peculiare talento di addomesticare e usare le altre specie culminerà nelle vaste trasformazioni della rivoluzione agricola. Ma la portata dell’immaginazione è soprattutto nei riti funebri e nel supporre l’esistenza di un aldilà cui l’uomo si collega con la magia e i riti propiziatori: esistono evidenti testimonianze dell’acquisita spiritualità. Lo spirito è luogo assoluto e il più remoto dell’essere, che il sapiens riesce a immaginare e che perseguirà poi per tutta la storia.
Grande disinvoltura adattativa dovuta alla acquisizione di una bravura in tutti i contesti e non solo nell’uno o l’altro, resa possibile dalla versatilità, multiformità, genialità fino alla follia. E mi piace l’“Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam. Il folleggiare come capacità di evadere da un ordine stabilito, di tentare lo straordinario e l’assoluto, la fuga dal razionale per tuffarsi nella creatività, l’avventura nel nuovo e in ciò che può apparire incredibile. Proprio per la dote di uscire dal contesto usuale, da ogni pur sicura situazione e stagione storica, che l’uomo si è avventurato sulla terra e nella storia. Colombo attraversò l’oceano e Amstrong ha passeggiato sulla luna.
Fantasia quindi come facoltà innovativa. Esaminiamola partendo dalla sua basilare qualità che è la trasformità o capacità di cambiare le forme mentali cioè le idee, che pure abbiamo memorizzato dalla realtà esterna. Vediamo e formiamo l’idea dell’uomo e del cavallo ma se all’uno togliete la parte inferiore e all’altro la testa quindi unite le due parti avrete il centauro; prendete della donna la parte superiore e del pesce la posteriore e unendole avrete la sirena. Tutte le culture umane crearono esseri e storie fantastiche semplicemente trasformando cose ben reali; sapendo il mondo ma mutandolo nascono le mille fantasie delle favole, miti, storie e leggende. La fantasiosità è in sé casuale e libera, come il sogno, ma può essere finalizzata e dalla razionalità resa coerente verso un certo risultato diventando creatività e ingegno.
Ma è anche multiformità in quanto, potendo variare all’infinito, genera moltissime forme; in ciò è antitetica alla rigidità tipica dei comportamenti animali, i cui segnali e moduli motori sono nettamente stereotipati. Per esempio il rapporto sessuale é negli animali tipicamente dorso-ventrale cioè il maschio si pone e accoppia dietro la femmina; nello scimpanzé e gorilla è anche ventro-ventrale; però gli umani inventano il kamasutra: questa raccolta di tante diverse posizioni sessuali è espressione della fantasia umana applicata alla libido. Altro esempio, le forme di aggressione: gli animali presentano uno o pochi modi con cui colpiscono e uccidono la preda o un nemico; l’uomo ha creato e sceglie nella gran varietà dei modi di assassinare, delle pene di morte, di armi e tattiche di combattimento. E la crudeltà o sadismo? Questo piacere perfido di tormentare, di produrre dolore e umiliazione ha generato un ampio repertorio di manufatti, macchine e modi per lacerare e demolire la carne e lo spirito di una persona: verificate nei vari musei delle torture la solerte creatività dei carnefici comunque finalizzata a produrre sofferenza. Meglio argomenti piacevoli: sapete della gran varietà delle ricette gastronomiche, ma sono espressioni della creatività applicata al solo istinto di mangiare; e così pure la raffinata diversità dei vini orchestrata dalla bravura del sommelier. In sintesi: considerata una certa pulsione, appunto libido o rabbia o fame o sete o paura, e le sue forme o moduli espressivi noterete la marcata monotonia delle forme in ogni specie animale cui si oppone la vasta e tendenzialmente illimitata varietà scaturita dalla fantasia umana.
Meccanismo Evolutivo. Ma soprattutto le facoltà apparse con la nostra specie costituiscono il potente motore della storia: l’evoluzione culturale è stata possibile perché esse simulano la variabilità e la selezione che formano il meccanismo di evoluzione biologica. Con le mutazioni e il costante rimescolamento dei geni la variabilità tende alla massima diversificazione dei caratteri ed è all'origine dell’estesa fantasiosità delle forme viventi. In modo traslato e virtuale, così agisce pure l’inventiva umana che gli elementi della realtà, percepiti e memorizzati, disgrega, modifica e ricompone a dare infinite combinazioni, anche le più casuali, popolando delle più strane idee il regno della fantasia. A fronte c’è la selezione adattativa, rigorosa nell'imporre la coerenza tra strutture del vivente e qualità dell’ambiente: l'innovazione è premiata se vantaggiosa, può essere neutra, ma sarà eliminata se svantaggiosa. In analogia razionalità e logica riconoscono l'incoerenza di certe costruzioni mentali che scartano e abbandonano come astratte fantasie, mentre premiano, scegliendole, quelle “logiche” cioè coerenti in se stesse, e pratiche cioè coerenti alla realtà.
Il meccanismo di variabilità e selezione genetica è sicuramente lento ma durevole: nato con la vita e matrice dell’ampia varietà delle sue forme, è vero asse portante dell’evoluzione biologica.
Il meccanismo di variabilità e selezione mentale è virtuale: memorizzate informazioni in idee, le varia con la fantasia e seleziona con la logica. Perciò non richiede i lunghi tempi di modifica del DNA ma è rapido e teorico per poi passare al pratico, alla attuazione e verifica delle innovazioni mentali in scoperte e invenzioni reali. Plasmabile e dinamico come la fantasiosità delle culture umane, delle forme economiche, abitazioni, vestiti, strumenti e perfino credenze delle varie etnie, ha consentito di adattarsi ai diversi ambienti del pianeta. Pur sempre col rischio della labilità, della fatuità. Ma per la memoria che si perde ecco la stabilità della scrittura, fondamento della storia, nonché delle successive forme di memorizzazione artificiale. Insomma, la vera rivoluzione della specie Homo sapiens sta nella intelligenza che usa le stesse leggi dell'evoluzione biologica ma virtualmente, traendone analoghi vantaggi ma con velocità sbalorditiva, palesemente dimostrata dalla dinamicità dell'evoluzione socioculturale.
Come il genoma contiene i caratteri ereditari dovuti alle mutazioni e selezionati dall'ambiente, trasmessi tra le generazioni mediante riproduzione, costituendo un accumulo progressivo lungo la particolare filogenesi o storia passata di una specie. Così la mente contiene idee variate dalla fantasia e selezionate prima dalla logica e poi dalla pratica, trasmesse tra le generazioni mediante insegnamento/apprendimento, costituendo la cultura come accumulo progressivo generato e caratterizzato dalla particolare storia di una società.
Attenzione
È utile spendere qualche parola sull’attenzione, funzione per la quale un organo (ad esempio l’occhio), una cellula (un recettore del dolore) e persino una molecola (esempio un enzima) è pronto a captare un qualcosa che chiamiamo segnale. Negli animali che vivono di riflessi o istinti o di imprinting il sistema nervoso funziona solo in un flusso di stimoli senso-motorio, come accade nel neonato, e l’attenzione è solo sensoria; il loro cervello si limita ad attendere la comparsa di segnali esterni come gli stimoli chiave o interni come la fame. Ma dai mammiferi fino all’uomo c’è un tale incremento della massa cerebrale quindi di memoria e della conseguente attività interna che il pensiero non è limitato e preso nel flusso senso-motorio: esso avviene anche solo dentro il cervello.
È nota agli etologi, nei lupi, babbuini, macachi, elefanti e altri mammiferi compreso il cane da voi ben osservabile, l’esistenza di mappe mentali cioè il fatto che questi animali percorrendo certi luoghi li memorizzano dopo di che sanno orientarsi per trovare ad esempio cibo o acqua, dei buoni posti per rifugio o riproduzione. I loro cervelli sono mediamente un decimo di quello dell’uomo ma comunque in grado di apprendere e ricordare varie nozioni, di conoscere l’ambiente in cui vivono e lo dimostrano perché vi si orientano adeguatamente. Questa loro attività mentale di sapere, pensare e scegliere dimostra che non c’è solo il flusso senso-motorio ma anche un flusso di stimoli interno e quindi una attenzione mentale: essi, come noi, guardano all’esterno coi sensi ma pure all’interno ai contenuti della memoria. Tale attenzione interna è la coscienza, la quale niente altro è che la finestra attraverso cui l’Io guarda ai contenuti e usa le facoltà della mente.
Se il mammifero medio non ha coscienza di sé o autocoscienza, i più evoluti come il delfino e lo scimpanzé riconoscono la propria immagine allo specchio, come fa il bambino al terzo anno; di conseguenza sviluppano l’idea di se stessi che pongono e trattano tra le altre idee della mente.
Nella sua evoluzione sembrano evidenti tre passaggi:
Sensorietà o percettività come attenzione degli organi di senso e recettori nel captare la realtà.
Coscienza come attenzione con cui l’Io guarda nella mente e con questa nella realtà
Autocoscienza come attenzione con cui l’Io guarda a se stesso inserito tra le altre idee nella mente e quindi anche come si colloca nella realtà.
Quindi coscienza come attenzione interna, finestra attraverso cui l’Io guarda e agisce nella mente, su sapere e pensiero, e con essa al mondo esterno, tipicamente da svegli. Ma parte della mente e dei pensieri sotto l’azione di sentimenti e pulsioni pure agiscono da soli ed è l’inconscio, grande scoperta di Freud. Evidentemente attenzione e controllo dell’Io non coprono l’intera mente: presenti e pieni nella coscienza mancano nell’inconscio; d’altronde l’attenzione concentra l’attività mentale su ciò che interessa mentre distrazione e inconscio spaziano ovunque, verso tutte le altre idee e motivazioni presenti. Il subconscio è intermedio: l’Io non è del tutto concentrato, preso, da certe cose ma ha una minore e più diffusa attenzione, la quale così lascia libertà e spontaneità al pensiero verso fantasie e sogni, lasciandolo guidare da occasionali e apparentemente casuali motivazioni. Nel subconscio l’Io lascia libere le fantasie semi-oniriche che però segue e cattura portandole alla piena lucidità della coscienza se le trova interessanti.
Diciamo che l’Io o soggettività, cioè personalità e carattere, situata nel basso lobo frontale, in piena coscienza controlla le aree sensorie, motoria e di memoria; in inconscio e nel sonno non le controlla affatto per cui il pensiero va dove vuole. Nello stato di veglia però rilassato e con attività semi-cosciente è un po’ staccato dal sensorio e motorio mentre con minima larvata attenzione lascia andare il pensiero dove vuole; così idee e stati emotivi che profondamente fanno parte di noi e che la coscienza non poteva o voleva seguire il subconscio può ben cogliere.
L’uso del subconscio per avere tutta la spontaneità e libertà mentale però con inevitabile minor attenzione, quindi durante una ridotta attività senso-motoria, ben spiega la comune abitudine delle persone di rilassarsi, di essere spensierati (scacciare i pensieri), abbandonarsi a una tranquillità mentale anche se qualche problema ce l’hanno. Svolgendo magari un attività senso-motoria che sia monotona e perciò non impegnativa, rilassante per il fisico come per la coscienza ma che insieme lascia il subconscio lavorare affinché la più ampia attenzione trovi quelle idee che la concentrazione non trova. Sono note le passeggiate di Newton che dalla occasionale caduta della mela trasse l’idea della gravitazione universale, o di Darwin che coi sassi ammucchiati segnava quanti giri gli erano occorsi per risolvere un problema, invece Einstein si rilassava suonando il violino.
Neurogenesi della Creatività
Quindi i mammiferi hanno il sonno REM e sognano. I sogni in quanto spontanee associazioni di idee e emozioni scaricano i circuiti di neuroni dall’affaticamento e limiti della vita attiva. Però nell’animale il cervello è un sistema si/no che passa dal sonno alla veglia e viceversa: alterna l’attività priva del sensorio e inconscia all’attività di attenzione al senso-motorio e alla memoria, nella loro pur limitata coscienza. I limiti della massa nervosa non danno altre scelte: o riposare in luogo sicuro o avere la massima attenzione per vivere, lottare e sopravvivere.
Si è pure detto che la creatività è fantasia guidata, ovviamente dalla coscienza dell’Io, che ha origine dalla più casuale e libera associazione di idee, fino anche alle più strane e astruse sintesi, ed è facoltà peculiare del sapiens: lo distingue da ogni altra specie, fino ai più vicini ominidi, ed è causa prima della evoluzione socioculturale che è la storia. Seppure la più libera associazione di idee sia tipica del sogno, che è inconscio, l’uomo è in grado di coscientemente pensare anche le cose più assurde, di fantasticare sognando a occhi aperti. Quale mutamento del cervello consente di collegarsi al sogno da sveglio potendo in pieno usarne la potenza trasformatrice? Ovvero, com’è apparsa la creatività del sapiens?
Sappiamo che il volume dell’encefalo cresce enormemente dai pesci ai mammiferi all’uomo: aumenta la massa nervosa cioè il numero dei neuroni. Ricordo in proposito che preso uguale a uno il valore del volume encefalico di un comune mammifero, un rettile dalle stesse dimensioni corporee ha encefalo di un terzo mentre all’opposto nello scimpanzé è il triplo e nell’uomo attuale è dieci volte. A tale incremento quantitativo si accompagna lo specializzarsi delle nuove aree nervose verso nuove funzioni favorite dalla selezione naturale perché fanno meglio vivere il soggetto, ne favoriscono la riproduzione e avvantaggiano la specie.
Così i lobi olfattivi dei rettili crebbero a dismisura diventando gli emisferi cerebrali dei mammiferi: dapprima raccolsero le aree della vista, udito, odorato, gusto e tatto coordinando assai meglio tali percezioni, quindi l’ulteriore crescita produsse aree sovrabbondanti alle necessità percettive, divennero le cosiddette aree mute o associative che si specializzarono per la memoria. Se pesci e rettili vivono solo di idee innate o archetipi trasmessi dal DNA, i mammiferi aggiungono molte e plasmabili idee apprese, fino alle mappe mentali: c’è una relazione diretta tra l’estensione delle aree associative e il maggior bagaglio di nozioni, naturalmente rivolto all’habitat da cui il saper meglio orientarsi e vivere all’interno. Tra l’altro la corteccia sviluppa molto anche per le pieghe o circonvoluzioni che la aumentano rispetto al volume endocranico: come un foglio in una scatola, piegandolo ne entra molto di più; si passa dai cervelli lisci a quelli rugosi, da lissencefali a girencefali.
Quindi aree che memorizzano com’è fatto l’ambiente, come varia con le stagioni, dove trovare il cibo, acqua, rifugi sicuri, quale animale o pianta è utile e quale altro è pericoloso; così vagando i branchi di mammiferi memorizzano e si passano informazioni; gli ominidi che scoprirono il fuoco e come lavorare la pietra lo insegnarono agli altri; nacque la cultura. Le nozioni si usano: più se ne sanno e più sono utili; le loro aree poste tra quelle sensorie e la motoria contengono una memoria pratica e usata. Invece il lobo frontale è un po’ fuori dal flusso senso-motorio cerebrale, e fino al neanderthal è ridotto; tanto è vero che l’osso frontale nei mammiferi è orizzontale, guardate un cane o cavallo, negli ominidi si innalza ma diventa verticale e ampio a dare la fronte solo col sapiens, comparso circa centomila anni fa e fin dai primi fossili uguale a noi. L’ampia area frontale contiene una gran quantità di neuroni però laterale al diretto flusso senso-motorio, perciò può ben seguire tale flusso ma anche solo l’interna circolazione di stimoli cioè osservare, analizzare e elaborare a suo piacimento i contenuti della memoria.
In sintesi, mammiferi e primati hanno memoria che usano nel flusso senso-motorio, da svegli; mentre sognano scaricando idee e emozioni dai ricordi però isolati da percezione e movimento, durante il sonno REM. Noi umani oltre a ciò, quando siamo abbastanza liberi dagli impegni esterni lasciamo fluire i contenuti delle aree di memoria anche da svegli, fantasticando però sotto l’attenzione del lobo frontale quindi dell’Io; in pratica sogniamo ma ad occhi aperti: il soggetto lascia libera l’originale fantasia dei ricordi, com’è nel sonno, ma anche la segue cogliendone gli aspetti che trova interessanti. Quindi la corteccia cerebrale è nell’animale assoggettata al senso-motorio da sveglio oppure sogna se dorme; questo anche nell’uomo ma in più il lobo frontale lascia libera la memoria anche da sveglio ovvero fantastica e, se un poco guidata, crea. È evidente che nel corso dell’ominazione l’aver spostato un po’ fuori dal flusso senso-motorio una cospicua massa nervosa ha consentito a questa di prestare attenzione alla memoria e al suo pensiero spontaneo, di osservarlo mentre genera le sue associazioni casuali e insieme di poter catturare e usare quelle interessanti. Era comparsa la creatività, matrice della gran varietà delle culture umane e motore della storia.
- Pausa e Domande -
L’Uomo Chiamato Cavallo
C’è nel sogno una dimensione psichica di grande valore dal punto di vista soggettivo e quindi antropologico. Per introdurla proietterò dal film “L’uomo chiamato cavallo” la scena della Danza del Sole, rito di iniziazione assai diffuso tra le tribù dei nativi d’america. Richard Harris interpreta un baronetto inglese per diletto a spasso nell’ovest selvaggio ma che viene catturato e ridotto a cavallo, a animale da soma, da una tribù di pellerossa Sioux. Però compie un gesto eroico e volendo sposare la sorella del capo deve diventare a pieno titolo guerriero superando appunto la dura prova della Danza del Sole. Tale rito imponeva alcuni giorni di digiuno e meditazione ma anche la sopportazione del dolore, dimostrando di possedere una forza ben superiore al coraggio; egli doveva acquisire con consapevolezza quella forza d’animo che lo avrebbe in futuro portato a sopportare ogni dolore pur di essere guerriero.
(scena iniziale del film). Guardate ad un popolo dalla elevata spiritualità. Seguite le scene ma non vedeteci un rito primitivo e da selvaggi sennò non capite. (scene del film).
Virtù e Riti Sioux
I Sioux nel Seicento vivevano nelle foreste presso i grandi laghi nord americani cacciando piccola selvaggina. Ma nel settecento, sia per la vicinanza dei potenti Uroni sia per la pressione migratoria dovuta all’arrivo dei bianchi, si spinsero nelle praterie centrali occupando un vasto territorio che controllavano tenendo fuori le tribù confinanti dei cheyenne, shoshone, pawnee, crow. È terra ricca di bisonti che diventano la fonte primaria di cibo e materiale per molti usi; estesa intorno alle colline nere, considerate sacre e a loro volta ricche di selvaggina. In origine doveva trattarsi di una sola tribù che presto si divise in sette dai nomi famosi: Dakota, Lakota, Oglala, Piedi neri, Teton, Santee, Lakota. Ogni tribù viveva in una parte del territorio col proprio villaggio ma ad ogni estate si incontravano per dodici giorni formando un gigantesco accampamento di migliaia di tende; convegno ricorrente che consentiva di scambiare cose e informazioni, di fraternizzare e riunire il consiglio dei capi tribù per decidere sulla gestione del vasto territorio e delle cose comuni, infine svolgevano insieme la Danza del Sole. A metà dell’ottocento il massiccio arrivo dei bianchi li portò alla fiera svantaggiata resistenza guidata da capi famosi come Nuvola Rossa, Cavallo Pazzo, Toro Seduto, ai trattati non rispettati, all’effimera vittoria di Little Big Horn e ai massacri dell’esercito americano fino a Wounted Knee.
Per loro le principali virtù erano audacia, forza d’animo, generosità e saggezza cui vanno aggiunte sincerità, temperanza e fecondità intesa non solo come capacità di fare figli ma anche di produrre beni e benessere. Se ne parlava molto, erano di grande valore e si stimava chi le praticava mentre era biasimato chi non le applicava: il vile, l’avaro, lo stolto, il bugiardo. Numerose erano pure le cerimonie e davano importanza ai vari aspetti della vita proprio sottolineando le virtù personali e sociali. Tra loro c’erano la Custodia dell’Anima, rito funebre per la perdita di un figlio, il Lancio della Palla Rossa, per la prima mestruazione di una figlia, la Tenda del Vapore, per la purificazione personale, la Meditazione Solitaria, per il rapporto con l’assoluto, la Danza del Sole. Col suo plateale disprezzo del dolore appare a noi come un rito crudele, masochista e assurdo, ma nella mentalità Sioux non lo era affatto, vediamo perché.
Alla comunità rimaneva utile avere soggetti dal carattere marcato, coraggiosi e intimamente forti, ma anche con netta inclinazione sociale: non a caso quasi tutti i riti erano accompagnati da doni elargiti dal promotore agli altri partecipanti. Generosità, sincerità, saggezza erano virtù sociali basilari per un gruppo umano cui era necessaria la massima solidarietà. Badate bene: non era biasimata la produzione o acquisizione di beni quanto il tenerne in sovrappiù a scapito di chi ne aveva pochi. Sotto il profilo materiale la produzione di beni e quindi l’arricchimento erano ben visti e si stimava chi uccideva più bisonti, aveva molti cavalli, cibo e altri beni. Ma ci si aspettava che da ricco fosse disposto a diventare povero ovvero a diminuire la propria proprietà donando agli altri. Bravura nell’arricchirsi e generosità erano ben viste mentre si biasimava l’avarizia.
Sotto il profilo della soggettività accadeva qualcosa di analogo. Si chiedeva all’Io di essere forte, dal carattere marcato e ricco di qualità: ciò era ben visto perché la forte individualità gli avrebbe portato molti vantaggi e la piena realizzazione verso il mondo esterno, sarebbe stato buon cacciatore e valente guerriero; l’ego doveva essere ricco e il vantarsi delle proprie imprese era ben accettato, ma non doveva essere egoista. Come per la proprietà così per la soggettività si chiedeva di sapersi diminuire fino a martoriarsi e al sacrificio. Il soggetto era stimato perché cercava il piacere ed era pieno di vita ma anche perché coscientemente era pronto al dolore, al tormento e lacerazione del corpo. Il dolore come emozione negativa e distruttiva da cui tutti si fugge veniva “superato” con la Danza del Sole: pensandola, affrontandola, superandola non si avrebbe più avuto paura del dolore. La distruzione e tale suo indicatore sempre sono pronti, insidiosi in ogni battaglia, caccia o altro evento della vita: essi sono parte del mondo, inevitabili, e il rito, con tutta la sua preparazione e importanza, portava ad accettare anche il loro successivo severo ripresentarsi.
Si può obbiettare che il soggetto si disponeva al sacrificio anche quando per giorni si ritirava nudo e solitario su una roccia esposto al sole, al vento, al gelo notturno, digiunando: per un uomo che cerca il pieno senso di sé astinenza e tormento sono niente rispetto alla ricerca di Dio, del soprannaturale. Invece la Danza del Sole è collettiva e plateale proprio per dimostrare alla comunità la disposizione al sacrificio cioè a sminuire il proprio corpo ed Ego: così mostrava di essere pronto proprio a tutto per essa. Sminuire se stesso, il corpo e la soggettività, disporsi ad annullarsi, ad azzerare ogni cosa e sentimento che ci lega alla propria individualità, annullare ogni egoità, ogni pur legittimo senso di Sé era per il Sioux mostrarsi disposto a tutto per la comunità.
Come si è disposti a diminuire la proprietà cioè a impoverirsi per essere generosi verso gli altri, così si è pronti a diminuire la soggettività cioè a annullarsi per essere altruisti verso la comunità. La Danza del Sole era dimostrazione plateale di essere disposti ad annullarsi pur di ricevere l’approvazione del gruppo. E la tribù se ne avvantaggiava trovando un uomo forte nel fisico e nello spirito ma soprattutto pronto a sacrificarsi per lei.
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Cerimonie |
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Proprietà |
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di Donazione |
Fecondità |
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Ricchezza |
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Avarizia |
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Povertà |
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Generosità |
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Danza |
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del Sole |
Individualità |
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Pienezza |
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Egoismo |
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Annullamento |
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Altruismo |
La Ricerca della Visione
L’uomo che digiuna e prega sulla nuda roccia, sotto il sole caldo e le gelide notti, votato a sopportare il dolore come lo stato d’animo che fa più paura, cerca il completamento del proprio Ego come unione tra la propria figura e l’intero cosmo,. L’identità di adulto si raggiunge con la perdita del proprio passato, dell’infanzia e immaturità, quindi col rinnovamento e un nuovo patto col tutto. È ricerca e disposizione a integrarsi nella natura, che è selvaggia materialità ma anche passaggio verso il mondo soprannaturale. E insieme ad andare al fondo di se stesso, dei propri istinti e sentimenti, delle figure come il padre e la madre, di vicende e cose passate: perché ci appartengono e fanno parte della nostra autenticità. Con la meditazione si esplora la propria mente, il subconscio, e tramite i sogni anche l’inconscio; la visione è la sintesi di ciò che vogliamo sapere, di ciò che siamo e saremo, la piena autocoscienza. Tale esplorazione vuole unire tutte le cose per donare all’Io la piena cosciente identità nel tutto; e cercando il tutto è coerentemente rivolta ai due opposti remoti: il remoto più radicato dentro di noi, verso i ricordi, gli istinti, gli archetipi, e il remoto più vasto e assoluto del cosmo: l’Io ha desiderio di porsi tra l’istinto e lo spirito.
I pellerossa avevano pienamente compreso l’importanza dei sogni e li usavano nella ricerca della più completa identità. Nei sogni e nell’inconscio si esprimono liberamente le nostre pulsioni, le emozioni, i sentimenti più intimi, la radice emozionale del nostro Io. Cercare la visione era voler ottenere una costruzione di idee, in sostanza fantasiosa ma densa di desideri, attese e timori, un pensiero ampio e illuminante che il sopranaturale, direttamente o attraverso lo sciamano, ci sveli. E poiché la mente è atemporale, non ha passato e futuro ma tutto vi è presente, tale visione d’insieme esprime la soggettività passata e presente ma anche ciò che vorrà essere. Col risultato che essa stessa, attraverso tale pensiero globale intimamente guidato, si propone e trova il proprio futuro.
È un fenomeno universale: le altre culture cambiano i nomi ma la funzione è la stessa. La storia pullula di personaggi che hanno avuto la visione, illuminazione, profezia, sogno premonitore, lucida apparizione, la via tracciata (dal pensiero), ciò direttamente o tramite figure particolari come lo sciamano, stregone, mago, sibilla, profeta, angelo, santo o madonna o simili. Quel sogno tracciato nel futuro è un pensiero tracciato dalle proprie aspettative: l’assoluta strada dei desideri, assoluta come la vita. Se pensate come muoviamo i nostri desideri, le attese, i piaceri corporei, mentali e psichici, intorno a un buon piatto o buon vino, o a una donna, casa o viaggio, che sono cose spicciole. Figuratevi come tutto noi volentieri muoviamo intorno alla nostra intera esistenza.
La Società Primeva
Ma perché, popolo sconfitto e massacrato come tanti altri, non lascia solo il nome alle pagine trascorse della storia? Credo non sia solo simpatia per la fiera guerriera resistenza, per la dignità calpestata dai trattati non rispettati, per il folklore. La contraddizione è tra noi e loro. Essi sono i Sioux che si oppongono agli Americani. Ma anche, per eccellenza, i Nativi che si difendono dagli Europei invasori. Per ulteriore estensione sono anche i Primitivi, popoli dell’età della pietra, in antitesi ai Civili, popoli dalla elevata tecnologia e organizzazione.
Però, proprio andando a raschiare il fondo della questione, considerata la loro e la nostra umanità, ovvero le qualità di persona che si trova a nascere e crescere e vivere in un contesto socioculturale con sue caratteristiche di valori, rapporti reciproci, idee e sentimenti dominanti. Con una primitività affine a quella dei popoli preistorici che vivendo in analoghe condizioni furono oggetto della selezione naturale che favoriva e incrementava i sentimenti, quindi le azioni, di soggetti dalla elevata individualità e socialità. Tale selezione avvenne come competizione tra gruppi (tribù) e favorì i più forti e adattati all’ambiente, e in qualche milione di anni plasmò non solo il corpo ma anche la psiche propria dell’uomo. Così premiando quei sentimenti migliori o virtù che esaltano il forte individuo fortemente legato agli altri, per costituire una piccola coesiva comunità.
I popoli primitivi, con la loro cultura, usanze, valori, concezione sociale e universale, favorivano la crescita di ognuno verso i migliori e più maturi sentimenti che sono il naturale traguardo dello sviluppo psichico, traguardo stampato nel codice genetico della specie umana da migliaia di anni di selezione come individui componenti piccole società coesive. Mentre la civiltà, con tutta la sua organizzazione e concezione economico istituzionale, ostacola l’autenticità delle persone, ne frustra i migliori sentimenti e blocca la maturazione genetica premiando sentimenti opposti a quelli considerati ottimali. Alla generosità oppone l’avarizia (come fa notare Erikson), alla socialità l’isolamento, alla solidarietà l’antagonismo, alla sincerità la falsità, all’interesse comune o Comunitarietà oppone quello solitario dell’Individualismo.
Ci si adegua e accontenta di vivere con comportamenti e sentimenti che non sono i migliori della genetica natura umana ma sono imposti implacabilmente dal funzionamento proprio della civiltà.
Così i parallelismi trovano il fondo:
1.Sioux opposti a Americani 2.Nativi opposti a Europei 3.Primitività opposta a Civiltà 4. Comunitarietà opposta a Individualismo, essendo a capo di due ben diversi e antitetici sistemi di sentimenti. E riguardo allo sviluppo psichico: 5. Autenticità opposta a Conformismo.
Quest’ultimo pone a nudo la condizione umana. Perché contrappone la preistoria alla storia, la lunga formazione genetica della specie alle travolgenti trasformazioni socioculturali.
Quindi la simpatia per i Sioux scaturisce dall’incarnare ciò che, nei nostri più intimi sentimenti e spontaneità psichica, vorremmo essere perché il nostro DNA a ciò è improntato e rivolto. Essi sono la memoria storica di un mondo scomparso ma nel quale, nell’intima natura dell’anima, vorremmo nascere per vivere quelle virtù latenti dentro ognuno di noi.
I dati sono ripresi da:
Brown, Dee – “Bury my heart at Wounded Knee” trad.it. 1970 “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” Arnoldo Mondadori Editore, Milano.
Erikson, Erik H. - “Childhood and Society” trad.it. 1966 “Infanzia e società” A. Armando Editore, Roma
Fodor Tedeschi, Eva - “Rituali Lakota” da Internet
Hassrick, Royal B. - 1964 “The Sioux. Life and Customs of a Warrior Society” trad.it. 1983 “I Sioux. Vita e Costumi di un Popolo Guerriero” U. Mursia Editore, Milano
Lorenz, Konrad “L'etologia” trad. it. 1980, Boringhieri Editore,Torino.
Oliverio, Alberto - 1982 “Biologia e Comportamento” Nicola Zanichelli, Bologna
Peters Roger - “Mental maps in wolf territoriality” in Erich Klinghammer, 1979, curatore. “The behavior and ecology of wolves”. Garland STPM Press, New York.
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