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Protagonisti

Angelo Conforti

Convegno dell'Associazione Europea di Psicoanalisi
“L’importanza dei sogni in psicoanalisi”

Intervengono anche: Antoine Fratini (Fidenza), Fabrizio Ioppolo (Roma), Gianpaolo Crovato (Venezia), Licia Vasta (Bologna), Giovanni Allotta (Trieste), Roberto Bani (Firenze), Paul Duponchel (Montpellier).
Piazza Garibaldi
Sabato 26 Maggio 2007 ore 10-13
 

IL LINGUAGGIO INASCOLTATO DELL'OCCIDENTE

Mentre mi apprestavo a riordinare gli schematici appunti del mio intervento al Convegno dell'AEP, ho appreso della morte di Richard Rorty, che avevo citato. Ne approfitto per ricordarlo di nuovo come una delle grandi menti pensanti del nostro tempo, suggerendo la lettura dell'articolo "Rorty maestro di ironia" di Franco Volpi, apparso su La Repubblica del 12 Giugno 2007.

Negli interventi che hanno caratterizzato queste giornate dello PsicoFestival ha avuto grande rilievo il tema della riscoperta di valori perduti, di dimensioni dell’esistenza umana che la nostra civiltà razionalizzata e tecnologica tende a dimenticare, mutilando pericolosamente tutto ciò che non è utile, pratico ed efficiente, riconoscendo della personalità umana solo quei tratti che si crede di poter ricondurre alla dimensione quantitativa.

Non soltanto nell’intensa conferenza del prof. La Porta di ieri pomeriggio, ma anche nelle comunicazioni che si sono succedute in questo convegno, la filosofia e la civiltà antiche, della Grecia classica, soprattutto, sono state più volte evocate.

Il prof. Crovato, nel suo intervento, ha consigliato la lettura di James Hillman, il massimo esponente contemporaneo della psicologia archetipale, una vera e propria filosofia, in cui il ruolo dei miti e delle divinità è essenziale.

Voglio fornire anch’io qualche consiglio spassionato di lettura, ricordando innanzitutto che gran parte della filosofia contemporanea è orientata a questo recupero di cui si è detto più volte. Fino dall’invito di Nietzsche a riscoprire la dimensione dionisiaca della nostra personalità, passando per l’Heidegger che fa riecheggiare l’antichissima parola di Anassimandro, per arrivare al Gadamer che attualizza e, possiamo dire, "globalizza" il tema platonico del dialogo come confronto, accettazione e integrazione dei differenti punti di vista, al Rorty dell'ironia di matrice socratica e della democrazia dialettica in cui si realizzi una conversazione democratica dell'umanità, al Severino che invoca un ritorno a Parmenide, al Galimberti che indica nella civiltà greca un ideale di vita saggia e ispirata alla giusta misura che la società della tecnica ha da tempo smarrito.

È questo il linguaggio inascoltato dell’Occidente, il linguaggio sotterraneo che ci indica la strada da percorrere, ma che l’Occidente ignora perché preferisce parlare il linguaggio del nichilismo, quello della produzione e distruzione incessante di cose, il linguaggio parlato da quasi tutto quello che c’è intorno a noi: case, palazzi, macchine, strade, città, ...

Ma non dobbiamo dimenticarci che anche la filosofia moderna deve essere riscoperta in una luce nuova. L'età della rivoluzione scientifica rischia spesso di essere considerata, in una sorta di curioso contrappasso, esclusivamente come l'epoca che ha aperto la strada all'attuale progresso scientifico-tecnologico, che ha inaugurato la mentalità quantitativa, pianificatrice e manipolatoria, imputata frequentemente all'attuale fase del modello di sviluppo occidentale.

La filosofia moderna non è solo questo, vi sono molteplici sfaccettature da ritrovare e, soprattutto, non bisogna confondere la scienza con lo scientismo (che è un prodotto dell'Ottocento), la razionalità con il razionalismo, lo sviluppo della fisica meccanica con il meccanicismo.

Dunque, le mie indicazioni di lettura vanno proprio in questa direzione: leggere o rileggere i grandi filosofi moderni. A cominciare da René Descartes, che pure è il padre del razionalismo filosofico, ma che non può essere imprigionato in una formula riduttiva. Non è un caso se facendo i primi passi nella riedificazione del sapere, Descartes inizia proprio parlando dei sogni (vai alla citazione). Ed è ancora lui a dedicare un intero libro, Le passioni dell'anima, allo studio della sfera emotiva, facendo intravedere chiaramente la consapevolezza, sia pure un po' viziata da ingenuità meccaniche, dei processi inconsci che influenzano la nostra mente e il nostro comportamento.

Vorrei poi parlare di un grande perseguitato del Seicento, espulso da tutte le chiese e da tutte le congregazioni per le sue idee, fautore della libertà religiosa e della tolleranza, del valore della sovranità statale e della libertà del cittadino, che fu Baruch Spinoza. Egli è stato un grande studioso degli affetti umani, che descrive rifuggendo da qualsiasi moralismo (consapevole che il moralismo è uno dei padri del nichilismo), con la mente aperta di uno scienziato autentico. La sua Etica dimostrata secondo l'ordine geometrico (titolo che già da sé è molto eloquente e indicativo di una mente sgombra da pregiudizi ideologici) è una lettura molto appassionante ed istruttiva (vai alla citazione). Ma c’è dell’altro. La sua conoscenza delle dinamiche inconsce della psiche umana, la sua concezione quasi terapeutica della filosofia, fanno di Spinoza un grande saggio e un vero “contemporaneo” di tutte le epoche.

Per concludere, cito il grande logico e matematico Gottfried Wilhelm Leibniz, un autentico precursore della psicologia dinamica e della psicoanalisi freudiana. Egli ha dedicato un'intera opera, i Nuovi saggi sull’intelletto umano, allo studio delle processualità inconsce della psiche umana, quelle che chiamava le "piccole percezioni" (vai alla citazione). Come ho avuto modo di sottolineare in altra occasione (http://www.aepsi.it/aep_n40.htm), nella sua opera emergono con chiarezza la piena consapevolezza dell’importanza dei fenomeni inconsci nel produrre inclinazioni, predisposizioni e tendenze verso certi comportamenti, la complessità della struttura della personalità dell’uomo, l’irriducibilità delle dinamiche psichiche a modelli teorici scientisti, la visione al contempo unitaria e plurale della psiche umana. Inoltre, aggiungerei che la sua lezione non è ancora stata del tutto assimilata e ha bisogno di essere ulteriormente meditata. Egli, infatti, si era portato molto al di là del dualismo mente-corpo (o anima-corpo) che ancora condiziona le categorie occidentali del pensiero, per proporre lo "psichico" come categoria esplicativa della vita del tutto e, in particolare, dell'uomo.

Ecco, questi sono i miei consigli di lettura. Ho scelto tra i filosofi moderni proprio quelli che gli stereotipi manualistici includono tra i "razionalisti",  per evidenziare la parzialità di certe interpretazioni e portare alla luce un'altra parte di quel linguaggio inascoltato dell'Occidente che sarebbe bene riscoprire. Ci aiuterebbe molto nella ricerca di quell'equilibrio tra le diverse componenti della nostra personalità che la nostra età nichilista tende ad annientare.

TESTI

«Tuttavia molto chiaramente non posso non ammettere che io sia un uomo che ha l'abitudine di dormire la notte e nel sonno subire tutte quelle medesime cose, o talvolta cose ancor meno verisimili, che codesti insani patiscono da svegli. Quante volte infatti il riposo notturno mi induce a credere di trovarmi in codeste condizioni usuali, cioè essere qui, indossare la vestaglia ed essere seduto accanto al fuoco, quando invece giaccio senza vestiti sotto le coperte! E ora certamente fisso questa carta con occhi desti, e non è addormentato questo capo che scuoto, e questa mano, consapevolmente e di proposito, la allungo e la sento; non così distinte accadrebbero queste cose a chi dormisse. Come se, appunto, non ricordassi di esser stato altre volte beffato nel sonno anche da simili fantasmi. [...] Supponiamo dunque che noi dormiamo e che tutte queste azioni particolari non siano vere, cioè aprire gli occhi, scuotere il capo, allungare la mano, e neppure forse che abbiamo tali mani né tutto tale corpo» (Descartes, Meditazioni metafisiche).

«Sembra che la maggior parte di coloro che hanno scritto sugli affetti e il modo di vivere degli uomini, non trattino di cose naturali, che seguono le leggi comuni della natura, ma di cose che sono al di fuori della natura. Sembra anzi che concepiscano l’uomo nella natura come uno Stato nello Stato, perché credono che l’uomo turbi, piuttosto che seguire, l’ordine della natura, che abbia una assoluta potenza sulle proprie azioni, e non sia determinato da niente altro che da se medesimo. Attribuiscono quindi la causa dell’impotenza e dell’incostanza umane, non alla comune potenza della natura, bensì a non si sa qual vizio dell’umana natura, che perciò compiangono, deridono, disprezzano, o, quel che avviene più di frequente, detestano; e chi sa pungere l’impotenza della mente umana più eloquentemente o più sottilmente, è ritenuto divino. Non sono, tuttavia, mancati uomini valorosissimi (alla cui fatica e operosità confessiamo di dovere molto), che hanno scritto molte cose eccellenti sul retto modo di vivere, e che hanno dato ai mortali consigli pieni di prudenza; ma nessuno, che io sappia, ha determinato la natura e le forze degli affetti, e che cosa possa la mente allo scopo di dominarli. So bene che il celeberrimo Descartes, sebbene abbia anch’egli creduto che la mente possieda un potere assoluto sulle sue azioni, ha tuttavia cercato di spiegare gli affetti umani mediante le loro prime cause, e nello stesso tempo, di mostrare la via per la quale la mente possa avere un assoluto dominio sugli affetti; ma, a mio parere, non ha dimostrato se non l’acume del suo grande ingegno, come farò vedere a suo luogo. Voglio infatti ritornare a coloro, che preferiscono detestare o irridere le azioni e gli affetti umani all’intenderli. A questi senza dubbio sembrerà strano che io imprenda a trattare con procedimento geometrico le stoltezze e i vizi umani, e che io voglia dimostrare secondo una ragione certa cose che secondo i loro strepiti ripugnerebbero alla ragione, sarebbero vane, assurde, orrende. Ma il mio argomento è questo: la natura è infatti sempre la stessa, e la sua virtù e potenza di agire una e medesima dappertutto; cioè le leggi e le regole della natura, secondo le quali tutte le cose divengono, e da certe forme si trasmutano in altre, sono dovunque e sempre le stesse, e perciò uno e medesimo deve anche essere il modo di intendere la natura di tutte le cose, quali che siano, ossia mediante le universali leggi e regole della natura. Dunque gli affetti di odio, ira, invidia, eccetera, in sé considerati, conseguono dalla stessa virtù e necessità della natura, come in altre cose singole; e perciò ammettono certe cause, mediante le quali vengono intesi, e hanno certe proprietà ugualmente degne della nostra conoscenza che quelle di qualsiasi altra cosa, della cui sola contemplazione ci dilettiamo. Perciò, tratterò della natura e delle forze degli affetti, e del potere della mente di dominarli, con lo stesso metodo con cui ho trattato, nelle parti precedenti, di Dio e della mente, e considererò le azioni umane e gli appetiti, come se fosse questione di linee, superfici o corpi» (Spinoza, Etica dimostrata secondo l'ordine geometrico).

«D’altronde vi sono mille segni che fanno giudicare che vi sono a ogni momento una infinità di percezioni in noi, ma senza appercezione e senza riflessione, cioè cambiamenti nell’anima di cui noi non ci accorgiamo perché le impressioni sono o troppo piccole o troppo numerose o troppo congiunte, sicché non si riesce a distinguerle se non in parte; ciò nonostante esse non cessano di far sentire i loro effetti e di farsi sentire almeno confusamente nel loro insieme. In tal modo l’abitudine fa sì che non facciamo attenzione al movimento di un mulino o a un getto d’acqua, quando vi siamo rimasti vicino per qualche tempo. Non è che questo movimento non colpisca sempre i nostri organi e che non succeda qualcosa nell’anima che vi risponde, a causa dell’armonia dell’anima e del corpo; ma queste impressioni che sono nell’anima e nel corpo, prive delle attrazioni della novità, non sono abbastanza forti per richiamare la nostra attenzione e la nostra memoria, attratte verso oggetti più interessanti. [...]
E per meglio giudicare delle piccole percezioni che non sapremmo distinguere in una folla (di percezioni), sono solito servirmi dell’esempio del muggito o rumore del mare dal quale si è colpiti quando si è sulla riva. Per intendere questo rumore bisogna che se ne percepiscano le parti che lo costituiscono, cioè il rumore di ogni singola onda, benché ciascuno di questi brusii non si faccia conoscere che nell’insieme confuso di tutte le altre onde, cioè dentro questo muggito stesso, e non potrebbe essere notato, se questa onda che lo produce fosse sola. Perciò bisogna che si sia turbati, almeno un poco, dal movimento di ogni singola onda e che si abbia una qualche percezione di ciascuno di questi rumori, per quanto lievi siano, o altrimenti non vi sarebbe neppure quello di centomila onde, perché centomila niente non possono fare qualche cosa
».
«Queste piccole percezioni per le loro conseguenze, sono dunque di una efficacia maggiore di ciò che si pensi. Sono esse che formano quel non so che, quei gusti, quelle immagini delle qualità dei sensi, chiare nel loro insieme, ma confuse nelle loro parti, quelle impressioni che i corpi esterni fanno su di noi e che racchiudono l’infinito, quei legami che ciascun essere ha con tutto il resto dell’universo. In conseguenza di queste piccole percezioni si può anche dire che il presente è carico del passato e gravido dell’avvenire, che tutte le cose cospirano fra di loro [...] e che nella più piccola delle sostanze, occhi penetranti, come quelli di Dio, potrebbero leggere la connessione di tutte le cose dell’Universo».
«Tutte le impressioni hanno il loro effetto, ma non tutti gli effetti sono sempre osservabili; quando mi giro da un lato piuttosto che da un altro, ciò spesso è per un séguito di piccole impressioni; delle quali non ho coscienza e che rendono un movimento un po’ più faticoso di un altro. Tutte le nostre azioni involontarie sono il risultato del concorso di queste piccole percezioni, come pure i nostri costumi e le nostre passioni che hanno tanta influenza sulle nostre decisioni, perché le abitudini si formano a poco a poco e senza queste piccole percezioni non si giungerebbe mai ad avere disposizioni efficaci. A questo proposito ho già osservato che chi nella vita morale nega questi effetti, imita gli ignoranti che nella fisica negano i corpuscoli impercettibili; ed è perciò che coloro che parlano della libertà senza tener conto delle impressioni insensibili, capaci di far inclinare la bilancia, hanno immaginato nelle azioni morali una libertà d’indifferenza, come quella dell’asino di Buridano incerto tra due cibi. Ma di ciò parleremo più ampiamente in séguito. Frattanto preciso che queste impressioni inclinano senza necessitare» (Leibniz, Nuovi saggi sull’intelletto umano).

Pubblicato il 25 Ottobre 2007

Angelo Conforti


     

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